Emergenza pandemia, ma dove è finita l'architettura? - Cieloterradesign
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Vincenzo Bernardi

5 Maggio 2020

Emergenza pandemia, ma dov’è finita l’architettura?

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Boeri che pensa al rilancio dei borghi storici, Foster che mette i bambini a colorare. A quattro mesi dall’inizio della crisi, mancano ancora visioni. Soprattutto per le città

Un metro corrisponde alla distanza tra sicurezza e pericolo ed è il raggio dello spazio che il Covid19 ci ha assegnato negandoci la possibilità di riempirlo con i contatti fisici. È incredibile quanto sia difficile misurare quando non si è abituati a farlo, quanto sia complicato tenere le distanze quando l’istinto porta ad avvicinarsi. Colmare questo spazio è il compito di tutti noi nel prossimo futuro.

Mumbai

Morire di fame o di malattia

Mentre timidamente si affacciano online dibattiti sul futuro della città, il distanziamento sociale pone problemi urgenti di riorganizzazione dello spazio pubblico che stanno trovando le prime risposte in Paesi come l’India e i limitrofi del Sudest Asiatico ovvero dell’Africa, dove le risorse tecnologiche individualmente a disposizione sono assai limitate e la questione è aggravata dalla cronica emergenza abitativa nonché dalla mancanza di possibilità di accesso alle risorse primarie per larga parte della popolazione. In un momento in cui i Paesi economicamente trainanti sono propensi ad affidarsi alla tecnologia delle app di tracciamento, che appaiono inibire i contatti sociali ponendo oltretutto pesanti problemi di privacy, qui si utilizzano soluzioni pratiche con mezzi assai limitati ma che al momento sembrano avere una certa efficacia.

Nelle baraccopoli di Delhi e Mumbai così come in quelle di Nairobi il distanziamento sociale è apparso fin da subito una “decisione buona per i ricchi” ma non quelli che, vivendo senza soldi per le strade o in alloggi di lamiera in cui intere famiglie condividono una sola stanza, temono la fame ancora di più delle malattie.

In questi posti le tensioni sociali sono costantemente sul punto di esplodere, come si è rischiato in India non appena il lockdown è stato istituito e, nel giro di poche ore, centinaia di migliaia di persone se non addirittura milioni si sono riversate sulle autostrade disposte a giorni di cammino pur di raggiungere i villaggi d’origine in conseguenza della chiusura dei cantieri e delle fabbriche in cui lavoravano e vivevano. È indubbiamente un’immagine apocalittica e che trova un paragone di scala soltanto nell’evacuazione di Phnom Penh da parte dei Khmer Rossi nel 1975, ma lo svuotamento delle città si è verificato anche in altre megalopoli del Sudest Asiatico, da Hanoi a Bangkok.

Il governo indiano si è trovato a fare fronte all’emergenza non potendo fare affidamento sulla quarantena a casa e con la necessità assoluta di consentire un minimo di attività economiche ai venditori di marciapiedi nelle loro bancarelle lungo la strada. Il sistema escogitato è sorprendentemente semplice ma efficace: sui marciapiedi, nei mercati all’aperto, davanti ai negozi sono stati disegnati con della vernice bianca o della polvere di gesso dei cerchi che segnano la posizione e lo spazio per le persone mantenendo le distanze di sicurezza. Anche altrove, dove pure le condizioni economiche generali non sono così complicate, le persone hanno escogitato sistemi simili usando pitture, nastro adesivo, cartelli, mobili e altri mezzi ingegnosi.

Nelle zone più povere del mondo, dall’India all’Africa, quella del distanziamento sociale è sembrata una questione per ricchi. Impossibile rinunciare alla densità urbana per chi ogni giorno deve sopravvivere e mette in conto il rischio di ammalarsi

Questo modo intuitivo ma efficace che mette insieme Wayfinding Design e Urbanistica Tattica ci insegna che, nonostante il mondo digitale risieda orami stabilmente nella nostra quotidianità, esiste ancora la possibilità di sperimentare altre vie non legate alla tecnologia e ottenere lo stesso risultati efficaci per quanto sorprendenti.

India

La mela di Newton

Uno dei meme più diffusi sui social network in questi ultimi due mesi ha per oggetto Isaac Newton che durante il suo isolamento volontario per la Grande Peste di Londra del Seicento scoprì la legge di gravità. Come dire che questo periodo potrebbe essere impiegato in maniera produttiva invece di abbandonarsi al senso di impotenza o alla noia. La quarantena di Newton durò in realtà un anno e mezzo e furono necessari altri vent’anni affinché quella intuizione originata dalla famosa caduta di una mela da un albero trovasse una formulazione matematica convincente consegnandolo alla storia come una delle menti più brillanti dell’umanità. Questo per dire che le cose difficili richiedono in realtà molto più tempo e impegno di quanto ci piacerebbe e che prima dei cambiamenti è necessario che si manifestino i bisogni e si chiariscano gli obiettivi mentre noi siamo ancora nella fase in cui ci si interroga piuttosto su come fare per tornare alla vita di prima.

Cina

La cosa però certa è che il Coronavirus ci ha completamente spiazzati e nonostante da due mesi oltre metà della popolazione mondiale – quattro miliardi di individui – sia confinata in casa, nessuno tra architetti e urbanisti sembra riuscire nell’ardua impresa di suggerire qualcosa che restituisca senso e spazio alla volontà di stare insieme. Qualche idea buona per tutte le stagioni che viene fuori ogni volta che si parla di qualità della vita o di cambiamento climatico come quella di ripopolare i borghi abbandonati o altre proposte fantasiose per non dire imbarazzanti come i tramezzi di plexiglass o le cupole di bambù in spiaggia e poco più, sono tutto quello che si è visto in questo periodo. E non è che fuori dall’Italia ci sia di meglio. Le grandi star dell’architettura, abituate a stupirci con le loro visioni sfavillanti, si sono pesantemente arenate sul quotidiano trincerandosi da subito dietro lo smart working nella preoccupazione più di rassicurare i clienti che di cercare di avventurarsi in prefigurazioni di scenari futuri. Norman Foster propone addirittura una gara online per bambini annoiati mettendo a disposizione un template da colorare e piegare per costruire il proprio edificio ideale. Persino l’hashtag #resilienza, tra i più inflazionati degli ultimi anni, ha perso buona parte del suo appeal nel timore che qualcuno potesse chiedere di suggerirne un’applicazione pratica.

Le grandi star dell’architettura, abituate a stupirci con le loro visioni sfavillanti, si sono pesantemente arenate sul quotidiano trincerandosi da subito dietro lo smart working nella preoccupazione più di rassicurare i clienti che di cercare di avventurarsi in prefigurazioni di scenari futuri

 

La forma segue l’infezione

In passato le epidemie hanno spesso cambiato il volto delle città e vero è che “la forma ha sempre seguito la paura dell’infezione, tanto quanto la funzione”. Quelle di colera ad esempio hanno portato allo sviluppo delle reti fognarie e a strade più larghe mentre quelle di tubercolosi a edifici più aerati e meglio esposti ma è ancora troppo presto per capire in che modo il Covid19 lascerà il segno in ambito urbano. La storia in realtà ci dice che le epidemie singole tendono a non produrre sconvolgimenti e che hanno bisogno di ripetersi per produrre cambiamenti stabili. Scongiurando che ciò accada, l’impressione è che alcune questioni vadano affrontate a prescindere anche in ragione del consumo eccessivo delle risorse e del cambiamento climatico. La densità è un problema o una necessità irrinunciabile? Gli spazi pubblici in che modo dovranno adattarsi per permetterci di mantenere le distanze ma evitando che i servizi pubblici subiscano un tracollo economico? Le case saranno sempre più un posto di lavoro e quest’ultimo che cambiamenti subirà?

Corea del Sud

Sono solo alcuni degli interrogativi maggiormente ricorrenti per i quali non sembra esserci una risposta secca e univoca. Come è logico sono state le aree più densamente popolate quelle in cui il virus si è diffuso più rapidamente e questo ha spinto anche alcuni politici, soprattutto nell’emotività della prima ora, a indicare la densità come un male da combattere. “New York deve sviluppare un piano immediato per ridurre la densità” ha twittato Andrew Cuomo, governatore dello Stato, alla fine di marzo. È evidente che comunità più piccole pongono, soprattutto nelle emergenze, minori problemi di gestione e che le eventuali anomalie possono essere meglio assorbite in un sistema a rete che in uno centralizzato, ma non bisogna dimenticarne la minore efficienza dal punto di vista economico nonché le criticità in tema di consumo di suolo e il maggiore impatto sul cambiamento climatico. 

India

Le reti sociali

Ma il nocciolo della questione non è come dovremo meglio attrezzare le nostre case per lo smart working e o per avere ambienti più confortevoli nelle preannunciate nuove ondate di epidemie di questo o altri virus ma, per dirla con lo slogan della prossima Biennale di Venezia, come vivremo insieme.

L’isolamento casalingo di questi giorni ci sta già dando modo di adattarci a questa nuova situazione, ma ciò che rimane al momento inesplorato è in che modo saremo in grado di mantenere nel lungo periodo le relazioni sociali, al momento surrogate dalle chat video. La stessa OMS, preoccupata del fatto che essere fisicamente isolati dagli altri potrebbe mettere a dura prova la salute mentale delle persone facendo insorgere sentimenti di ansia, solitudine e paura, ha suggerito di sostituire il concetto di distanziamento sociale che può implicare un senso di disconnessione dai propri cari con distanziamento fisico per sottolineare che possiamo rimanere socialmente connessi anche se siamo separati.