Imparare a essere consapevoli è la vera lezione che ci ha lasciato Enzo Mari - CTD
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Marco Petroni

28 Ottobre 2020

Imparare a essere consapevoli è la vera lezione che ci ha lasciato Enzo Mari

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Interrogarsi sul mondo e progettare per cambiarlo. Una lettura dell’opera del maestro scomparso una settimana fa

In questi tempi strani si accavallano singolari coincidenze che mettono in evidenza la necessità di trovare dei fondamentali a cui appigliarsi per ridare senso al fare, allo stare al mondo. La scomparsa di Enzo Mari e il centenario della nascita di Gianni Rodari sono una di queste. 

“L’etica è l’obiettivo di ogni progetto” + “Questa scuola è il mondo intero, quanto è grosso: apri gli occhi e anche tu sarai promosso”. Enzo Mari + Gianni Rodari. La luce su questi tempi incerti. Entrambi ci invitano a occupare spazi di libertà non concessi, a frantumare le pareti dell’imprigionamento pandemico per prendere coscienza di un contenitore infinitamente più grande. Enzo Mari ha sempre declinato un’idea di progetto come partecipazione alla scrittura di un mondo più aperto, capace di esaltare le differenze dove lo stare insieme abbia ancora un senso. Sulla linea tormentata dell’orizzonte si sta aprendo una ferita, uno squarcio. 

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“Io credo che se dal proprio ‘fare’ non nasce una consapevolezza, uno scarto, tutto è inutile …”, “per me progetto vuol dire cambiare il mondo”.  Ecco che provare a rispondere alla domanda “Che cosa è un maestro?” acquista i contorni di un’azione costante di interrogazione del mondo e di partecipazione convinta. Questo è l’insegnamento che ci viene da Enzo Mari. Se guardiamo in rassegna i suoi progetti notiamo come tutto sia concentrato sulla costruzione di un linguaggio che possa essere facilmente inteso. Il più aperto possibile. Basti pensare a Putrella (1958, Danese), centrotavola realizzato a partire da un semilavorato industriale. Un archetipo formale che con la sua forza espressiva essenziale diviene paradigma, modello della ricerca e dell’insegnamento di Enzo Mari. E ancora Ecolo (1992-95, Alessi), un libretto che contiene le istruzioni dettagliate per realizzare da soli dei vasi di fiori a partire da bottiglie di plastica dei detersivi e dell’acqua minerale e su cui si può applicare, se si vuole, un’etichetta rigida con il nome del marchio e quello dell’ideatore.

Ecco che provare a rispondere alla domanda “Che cosa è un maestro?” acquista i contorni di un’azione costante di interrogazione del mondo e di partecipazione convinta. Se guardiamo in rassegna i suoi progetti notiamo come tutto sia concentrato sulla costruzione di un linguaggio che possa essere facilmente inteso. Il più aperto possibile.

Mari ci pone di fronte alla messa in questione non solo della devastazione ambientale, ma soprattutto della banalità dell’oggetto firmato. “Il vaso è secondario rispetto alla composizione floreale”. Il progetto è se diviene capace di farsi azione di libertà e di presa di coscienza politica nel presente. L’obiettivo di Mari è quello che lui definisce “la socializzazione del progetto”. Così in Proposta per un’autoprogettazione (1974). “Un progetto per la realizzazione di mobili con semplici assemblaggi di tavole grezze e chiodi da parte di chi lo utilizzerà. Una tecnica elementare perché ognuno possa porsi di fronte alla produzione attuale con capacità critica. (Chiunque, ad esclusione di industrie e commercianti, potrà utilizzare questi disegni per realizzarli da sé)”.  Nel commentare la Proposta, Giulio Carlo Argan afferma: “Mari ha ragione, tutti devono progettare: in fondo è il modo migliore per evitare di essere progettati”.

Ecco che l’attività preziosa di Enzo Mari acquista i contorni di un insegnamento, di un processo di emancipazione e conoscenza destinato a sovvertire le gerarchie intellettuali e le tecniche pedagogiche in nome di un rapporto condiviso tra maestro e allievo per cambiare il mondo. La costruzione di un sapere comune, un processo di messa in questione del mondo che si interroga su ciò che è necessario ripensare insieme. Ecco che la donazione del suo archivio al Comune di Milano è il common ground, il territorio comune da cui attivare questo processo.  Un archivio composto da oltre duemila elementi: oggetti, prototipi, progetti, fotografie, documenti, libri e scritti raccolti in sessant’anni di instancabile ricerca. L’archivio, per volontà dello stesso Mari, sarà però consultabile dal pubblico soltanto fra quarant’anni: “Questo perché, secondo le sue più ottimistiche ipotesi, solo tra quarant’anni una nuova generazione, ‘non degradata come quella odierna’, potrà farne un uso consapevole e riprendere così in mano il significato profondo delle cose”.