Etaoin Shrdlu, il graphic design che non teme la complessità - CTD
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30 ottobre 2018

Etaoin Shrdlu Studio, il graphic design che non teme la complessità

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Intervista a Edda Bracchi e Stefano Cremisini: “Il nostro lavoro è aggiungere senso, non soltanto sintetizzare”

Nella grafica, una legge non scritta e perciò di ferro vuole che i contenuti visual al servizio di un prodotto siano il più possibile chiari e diretti e non lascino margini all’interpretazione. La grafica, secondo questa vulgata, è soltanto uno strumento al servizio di un prodotto, e, anche quando ambisce allo status di artwork, non può abbandonare il perimetro della funzionalità rigida.

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Etaoin Shrdlu Studio, progetto grafico per la mostra The Place to Be, parete Incontri Internazionali d’Arte, 2017, MAXXI, Roma, courtesy MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

In realtà, come in qualsiasi altro ambito, la grafica e i grafici che escono fuori dal seminato esistono. Prendiamo Edda Bracchi e Stefano Cremisini, coppia nella vita e nel lavoro, attivi da Roma in tutta Italia come Etaoin Shrdlu Studio. Fin dal nome, una sfida al mantra che vuole la grafica semplicemente come strumento e non come fine.

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Etaoin Shrdlu Studio, poster per Tomás Saraceno. Cosmic Concert — The Tuning Illusion, per la mostra Gravity. Immaginare l’universo dopo Einstein, 2017, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma

Tra le parole più frequenti di Edda e Stefano, quando gli viene chiesto di raccontarsi e descrivere il proprio lavoro, ci sono non a caso “dubbio” e “crisi”. La necessità di stimolare il pensiero e di non mettere in campo certezze sembra essere la leva del loro lavoro.

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Etaoin Shrdlu Studio, P:HCR, Process: Hacking, Coding, Randomizing, carattere tipografico, 2018

Ma partiamo dall’inizio, e dunque dal nome. “Etaoin Shrdlu è una sequenza di lettere priva di senso, utilizzata in passato dai vecchi stampatori per segnalare un refuso sulla linea di caratteri della macchina Linotype”, spiegano Edda e Stefano. “Poiché la linea di testo in metallo si fondeva nello stesso istante in cui il linotipista digitava le lettere sulla tastiera, se veniva commesso un errore di battitura non si poteva tornare indietro. Così, per ricordarsi di sostituire quella linea ‘sbagliata’ con quella corretta, digitava proprio Etaoin Shrdlu, scorrendo un dito lungo le prime due colonne della tastiera. Molte volte però questa parola priva di senso è andata in stampa, comparendo casualmente sullo stampato finale, nello stupore del lettore che non ne conosceva il significato. Etaoin Shrdlu è anche il titolo di un racconto di fantascienza scritto nel 1941 da Fredric Brown (in Cosmolinea B-1, collana Urania) in cui una vecchia macchina Linotype, mostrando segni di autoconsapevolezza, comincia ad apprendere il contenuto di alcuni testi decidendo di non rispettare le indicazioni dello stampatore George Ronson”.

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Etaoin Shrdlu Studio, progetto grafico per la mostra Gravity. Immaginare l’universo dopo Einstein, 2017MAXXI, Roma, courtesy MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Shrdlu, infine, è il nome di un software sviluppato nel 1968 da Terry Winograd al MIT che permette un’interazione basata sull’uso di termini della lingua inglese. Person: Pick up a big red block, Computer: OK.

Il Maxxi, Open House, il riconoscimento dagli Usa

Che cosa vuol dire fare grafica che stimoli e non semplifichi?

“L’obiettivo principale del progetto grafico di tipo culturale è quello di raccontare l’insieme dei valori di un progetto. Semplificare ha purtroppo avuto come conseguenza una devastante emorragia nel mondo della cultura della comunicazione visiva. La carenza non è solo nel linguaggio, al quale si chiede di essere sempre più diretto, immediato, ma soprattutto nella difficoltà da parte del lettore di utilizzare i codici per leggerlo correttamente. Si propone al destinatario una sintesi troppo diluita dei contenuti e il risultato è una riduzione della sinsemia, quella parte di linguaggio che ci aiuta a costruire relazioni spaziali tra immagine e testo o, ancora più affascinante, tra le parole nella pagina”.

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Etaoin Shrdlu Studio, progetto grafico per la mostra Gli architetti di Zevi. Storia e controstoria dell’architettura italiana 1944–2000, 2018, MAXXI, Roma, courtesy MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Che rapporto avete con i committenti? Non è da tutti essere sufficientemente illuminati da comprendere questo ragionamento.

“Molti committenti comprendono il nostro lavoro, consapevoli della molteplicità dei livelli di lettura presenti nel linguaggio visivo il cui obiettivo è proprio quello di accrescere le nostre capacità intellettuali, fissare un pensiero, un dubbio che possa scardinare eventuali convinzioni o portare a un superamento, a una crescita”.

In genere chi vi ingaggia vi dà carta bianca o, al contrario, input stringenti?

“I contenuti sono fondamentali e anzi siamo noi stessi a richiederli. Studiarli, fare ricerca, è forse la parte più importante (e interessante) del nostro lavoro. Probabilmente i nostri committenti decidono di lavorare con noi sulla base del nostro metodo, sulla base di ciò che possiamo aggiungere, e non solo sintetizzare“.

Come nasce il vostro amore per la tipografia?

“L’alfabeto è la trascrizione di un suono in un segno grafico. Per leggere l’alfabeto è necessario conoscere il significato delle lettere poiché queste non hanno valore figurativo, ma simbolico. A differenza di un’icona o di un pittogramma, l’alfabeto ha bisogno di codici per la lettura, stabiliti e riconosciuti dall’insieme delle persone che ne fanno uso. In questa prospettiva culturale risiede il fascino della tipografia, definita come ripetizione dell’alfabeto tramite caratteri mobili, ma anche come capacità di posizionare e comporre il testo all’interno di una pagina. La tipografia ha una forza silente perché veicola il contenuto di un testo. In un libro ben progettato scivola nella pagina, favorendo la lettura. Ma ha anche una forza prorompente, perché può arrivare in modo molto diretto all’obiettivo”.

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Etaoin Shrdlu Studio, Alles ist Frammento, poster per Unfolding Pavillion – Biennale di Venezia 2018, 2018

Si può dire che coltivate il gusto per la dissonanza? Il vostro lavoro Y One of a Type, dove bisognava lavorare a un’immagine per Palermo capitale della cultura 2018, mi sembra perfetto per spiegare la vostra ispirazione: per dirla in sintesi, avete rovesciato i punti cardinali. Sembra una dissonanza che in voi da inciampo si trasforma in occasione per creare nuovo senso.

“Che si tratti di un complimento oppure di una critica, sembra molto affascinante! Seppure non esplicita, una certa forma di dissonanza può essere utile ad attivare un pensiero critico nella mente di chi la osserva. La dissonanza suggerisce un contenuto, ma non lo rende esplicito. In un progetto grafico i livelli di lettura sono molteplici, così come i significati che il lettore può scoprire. Il progetto grafico deve stimolare un pensiero, evitando di fornire idee preconfezionate. Al lettore il compito di rintracciare i significati offerti dal progettista e costruirne di nuovi. È l’’opera aperta’ di cui parla Umberto Eco. In particolare, la lettera Y che siamo stati invitati a progettare in occasione di Palermo Capitale della Cultura 2018 può essere un esempio. Palermo è il baricentro culturale tra i continenti che si affacciano sul mar Mediterraneo. Quando ci hanno chiesto di disegnare una lettera che raccontasse la città abbiamo deciso di non concentrarci su un aspetto puramente formale, quindi uno stile o un fregio, ma di raccontare un aspetto sommerso, seppure peculiare, ovvero i flussi migratori da e verso la città. Nel suo sincretismo storico, Palermo rappresenta il locale nel globale, rendendo possibile la coesistenza di una specifica identità in una visione comune e cosmopolita. Abbiamo cercato di analizzare questo particolare aspetto, tracciandone i movimenti. I tre vettori che compongono la lettera sono la traccia dei flussi migratori che mettono in contatto oriente, continente africano e il mondo europeo. Sono ruotati di 180 gradi rispetto al nord, come nella Tabula Rogeriana di al-Idrisi, per suggerire un’immagine possibile del mondo, un nuovo baricentro, una cartografia non più europeocentrica ma aperta al dialogo con gli altri Paesi. Questo progetto riconfigura l’assetto geopolitico contemporaneo, spostando l’accento su una porzione più ampia del mondo e ricordando al lettore che i punti cardinali sono solo una convenzione”.

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Etaoin Shrdlu Studio, Y, poster per One of a Type – Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, 2018

Per Open House Roma, lo scorso maggio, avete realizzato un progetto che è molto distante, graficamente, dal mondo delle mappe, nonostante Open House sia proprio una rassegna basata su un itinerario di luoghi da scoprire. Come siete arrivati a concepirlo?

“Open House Roma è un bellissimo evento di architettura che si svolge ogni anno a Roma — ma anche in molte altre città del mondo — in cui vengono aperti gratuitamente luoghi della città che solitamente sono inaccessibili. Il tema dell’edizione 2018 è stato il fattore umano: persone e comunità virtuose che si prendono cura della città. Le persone e l’architettura costituiscono il patrimonio ‘genetico’ della metropoli. Se l’architettura disegna lo spazio urbano, sono le persone che, con i loro movimenti, descrivono relazioni, connessioni. In uno degli esercizi di Istruzioni per abitare la città, Ugo La Pietra invita i cittadini a costruire la mappa personale della propria città, sovrapponendo alla mappa urbana un foglio di carta da lucido e tracciando i luoghi amati, frequentati, desiderati. Città cinetica, e personale. Per OHR18 abbiamo progettato un sistema di identità basato sulla combinazione dinamica di elementi circolari e segni più rigidi (persone e architettura), con continui salti di scala, inversioni cromatiche e la tipografia che sfruttava la griglia creata dalle geometrie. Abbiamo voluto mostrare unicità e molteplicità, generando una complessità voluta, una descrizione dettagliata di una porzione di essere umano. Non è forse questa una mappa?”.

Il progetto grafico deve stimolare un pensiero, evitando di fornire idee preconfezionate. Al lettore il compito di rintracciare i significati offerti dal progettista e costruirne di nuovi. È l’’opera aperta’ di cui parla Umberto Eco

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Etaoin Shrdlu Studio, progetto grafico per Open House Roma 2018, guida, 2018

Assolutamente sì. Avete lavorato a Milano e fondato lo studio a Roma. Quale delle due città preferite?

“È molto difficile fare un paragone. Sono due città molto diverse. La prima è stata la nostra scuola, la seconda è il nostro studio. Semmai potresti chiederci: Rotterdam o Zurigo? Qualche mese fa abbiamo passato due settimane passate a Rotterdam, con una tappa a Zurigo. Da diversi anni queste città sono il nutrimento per il nostro lavoro e l’entusiasmo per continuare a progettare. L’Olanda e la Svizzera sono due paesi molto diversi in tema di cultura del progetto grafico, eppure ugualmente affascinanti e da studiare”.

La sfida lavorativa che vi ha impegnato di più?

“Il progetto grafico per la mostra The Place to Be al MAXXI di Roma. La mostra ospitava un intricato percorso tra opere d’arte e d’architettura e si sviluppava lungo due intere gallerie del museo. L’esposizione comprendeva anche uno spazio dedicato all’esperienza degli Incontri Internazionali d’Arte, un focus dedicato al lavoro di un artista e infine un percorso parallelo per bambini — il Kids Museum. Ci è subito sembrato evidente che avremmo dovuto sviluppare non una sola identità ma molteplici, legate da un linguaggio comune. Le identità dovevano infatti creare un continuum tra tutte le parti consentendo allo stesso tempo a ciascuna sezione di rimanere distinta. E’ stata una sfida sia per la complessità del progetto sia per il poco tempo a disposizione. È stato un lavoro intenso ma che ci ha regalato molte soddisfazioni. Soprattutto un anno dopo, quando abbiamo ricevuto il Certificato di Eccellenza Tipografica del Type Director Club di New York”.

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Etaoin Shrdlu Studio, ESS CCP M8 17, 2017, serie di poster, stampa off-set, 70 × 100 cm

Il lavoro che non vedreste l’ora di fare?

“Ancora troppo presto per parlarne”.