Perché dovremmo iniziare a pensare a Facebook e a WhatsApp come a un servizio pubblico - CTD
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Roberto Reale

6 luglio 2019

Perché dovremmo iniziare a pensare a Facebook e a WhatsApp come a un servizio pubblico

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Il down del 3 luglio lo ha confermato: le piattaforme di casa Zuckerberg sono ormai un vero tessuto sociale. Per questo lo Stato potrebbe imporre standard certi

Qualche giorno fa, il 3 luglio, ci è sembrato che il mondo fosse improvvisamente regredito a un’epoca pre-visuale.

Cosa è accaduto? Semplice: è bastato un disservizio in casa Zuckerberg perché i social network e i servizi di messaggistica più usati al mondo si rifiutassero di condividere, inviare e caricare immagini, video e altri dati attraverso Internet. E così i circa 2,7 miliardi di utenti (ché tale è il loro numero, anzi il nostro) si sono visti costretti a tornare a modi di interazione più tradizionali. E cosa si fa se Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger si rifiutano di mostrarci altro che non sia il vecchio, noioso testo?

Ora, su un piano più serio, dobbiamo iniziare a chiederci se i social network non siano ormai da trattare alla stregua di un servizio pubblico: del resto, non sono essi tanto radicati nel tessuto stesso della nostra vita quotidiana tanto quanto l’acqua o l’elettricità? Questo vuol dire che lo Stato dovrebbe imporre a Facebook il rispetto di determinati livelli di servizio (quantitativi e qualitativi) come accade per i servizi di telecomunicazione e i media tradizionali?

La questione è controversa, perché equiparare i social al servizio pubblico significa incasellarli in categorie giuridiche e operazionali ormai novecentesche e non necessariamente adeguate (una critica autorevole su questo tema è a firma di Susan Crawford, docente alla Harvard Law School. E significherebbe anche ammettere che sì, ora la nostra quotidianità dipende dai social.

Ma non è forse così? Ammettiamolo: non possiamo più permetterci di fare a meno di questi nostri nuovi organi di senso.

Quello che accade alla più grande piattaforma digitale al mondo non può essere trattato come un normale disservizio: è il tessuto stesso della nostra società che ne risente, è l’economia globale che ne soffre. Del resto, Facebook (non diversamente da altri giganti dell’high-tech) ha sempre raccontato se stesso come iniziativa ben diversa da un business tradizionale:

  • nel primo trimestre del 2019, il chief security officer ha dichiarato a Business Insider che Facebook è un’infrastruttura critica per la democrazia 
  • nel suo manifesto del 2017 Building Global Community, Zuckerberg ha esplicitamente descritto l’infrastruttura di Facebook come uno strumento per combattere il terrorismo, le pandemie e il cambiamento climatico;
  • nella sua lettera pre-IPO del 2012, ancora Zuckerberg ha dichiarato che Facebook non è nato per essere un’azienda, ma per realizzare una missione sociale: rendere il mondo più aperto e connesso.

La fragilità delle piattaforme digitali è caratteristica intrinseca della società dell’informazione. Non importa quanto grandi e potenti esse siano, o quanto denaro venga speso in misure di resilienza ai guasti o business continuity: un bug minuscolo, insinuatosi in una soltanto tra i miliardi di righe di codice software su cui queste piattaforme si reggono, o per dir meglio di cui esse sono fatte, basta a metterle in ginocchio. Per non parlare degli attacchi cibernetici.

Del resto Facebook, non diversamente da altri giganti dell’high-tech, ha sempre raccontato se stesso come iniziativa ben diversa da un business tradizionale, definendosi ora come un’infrastruttura critica per la democrazia, ora come uno strumento per combattere il terrorismo, le pandemie e il cambiamento climatico

Così il blackout di Facebook & Co., pur con tutta la forza ingegneristica e logistica di cui Zuckerberg dispone, può essere arduo da gestire quanto un’interruzione sulla rete elettrica, e non meno urgente.

La differenza è che stavolta la scala è globale.