Le Corbusier: La Fattoria Radiosa arriva in Italia - CTD
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Paolo Casicci

4 febbraio 2019

Utopia e campagna, che cosa abbiamo da imparare (ancora) da Le Corbusier

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Arriva in Italia La fattoria radiosa, un inedito che rilancia il sogno del progetto “totale”. Parla il curatore del libro, Sante Simone

Dedicato a chi si domanda dov’è finita l’utopia in architettura. Ma anche a chi ama la complessità e non userebbe l’accetta davanti a un nodo gordiano.

Arriva per la prima volta in Italia un testo di Le Corbusier che, scritto nel 1940, ci afferra alle caviglie e riporta in fondo al pozzo di questioni ancora irrisolte: il rapporto tra architettura e ideologia, innanzitutto, in questo caso con il fascismo. E poi l’approccio a una progettazione “totale” che il nostro tempo sembra avere smarrito da un pezzo.

Il libro, uscito per i tipi di Armillaria, si intitola La fattoria radiosa e il centro cooperativo ed è a cura di Sante Simone, architetto, dottore di ricerca in Composizione architettonica e docente alla Quasar Design University di Roma. Il volume è diviso in due parti: nella prima, Le Corbusier dipana, dieci anni dopo La ville radieuse, il suo modello di fattoria “raggiante”; nella seconda, l’agricoltore e militante politico (di destra) Norbert Bézard elenca e illustra i bisogni che lo hanno spinto a rivolgersi al grande architetto per progettare un sistema urbanistico ed edilizio “totale” che rilanci la campagna francese. La bonifica mussoliniana dell’agro pontino è un benchmark per i contadini francesi, e Le Corbusier, che non è estraneo agli ambienti militanti di destra, raccoglie la sfida che finisce in questo libro, ripescato l’anno scorso dalla Fondazione Le Corbusier e ora disponibile in edizione italiana.

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Disegni di Le Corbusier per la fattoria radiosa. Dal libro edito da Armillaria a cura di Sante Simone

“Si è sempre pensato che dalla Ville Radieuse sia nata l’idea dell’urbanesimo e che quel manifesto sia il prodotto dell’ottimismo post rivoluzione industriale, della migrazione senza ritorno dalla campagna alla città”, spiega Sante Simone. “Eppure, nonostante il libro venga regolarmente citato da architetti, storici e critici della pianificazione urbana come allegato de La Carta di Atene, si dimentica spesso che il settimo capitolo è dedicato alla riorganizzazione rurale e include progetti di architetture agricole e per il villaggio cooperativo“.

Il concetto da cui parte Le Corbusier e che l’architetto sviluppa ne La fattoria radiosa è che per urbanizzare le città della civiltà macchinista bisogna anzitutto “riordinarne la popolazione, eliminare i parassiti e salvare gli arenati”, ovvero “una parte dei tipi di campagna che sono venuti in città”. Ma con quali mezzi strappare questi “parassiti” alle periferie? “Ahimè, rifiuteranno di tornare alla terra, loro, le loro mogli e i loro marmocchi”. Da qui la deduzione: “Se vogliamo davvero urbanizzare le città, dobbiamo pianificare le campagne”.

A complicare, quasi ottant’anni dopo, la riscoperta di queste idee è il fatto che i ragionamenti di Le Corbusier siano l’output di un input di destra: “L’interesse rivolto agli ambienti fascisti da parte del grande architetto è in realtà cosa nota” premette Sante Simone. “Le Corbusier ha anche avuto contatti con il fascismo italiano, infatti presenta un progetto per la bonifica pontina allo stesso Mussolini che lo rifiuta. Nel testo sulla fattoria radiosa parla di Littoria e Pontinia con interesse, anche se definisce questa esperienza italiana un ‘Luna Park senza divertimenti‘, sicuramente a seguito del fallimento della sua proposta considerata troppo moderna per il fascismo italiano ed europeo”.

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Disegni di Le Corbusier per la fattoria radiosa. Dal libro edito da Armillaria a cura di Sante Simone

Un articolo del critico Laurent Huron a chiusura dell’edizione italiana del libro ricorda che dal 2015 in poi – nel cinquantennale della morte di Corbu – ben tre testi sono tornati a esplorare i legami tra il maestro e i circoli di pensiero fascisti. Dice Simone: “Devo ammettere che ho avuto non poche difficoltà ad affrontare la questione nella curatela del testo, motivo per cui ho chiesto ad Huron di fornire un contributo critico che spiegasse nel dettaglio le politiche ‘dal Faisceau al regime di Vichy’. Ma allo stesso tempo questo problema è comune a tanti architetti italiani di quel tempo. Nel 2008 ho portato avanti uno studio su un architetto napoletano, una figura importante nella declinazione italiana del moderno nel Mezzogiorno d’Italia: Luigi Cosenza. Nel Dopoguerra, Cosenza fu attivo nel Partito Comunista, tra il 1948 e il 1958 affrontò in Consiglio comunale le azioni per dirigere uno sviluppo coordinato e coerente della città di Napoli, legando le necessità edilizie ai contenuti sociali del territorio. Erano gli anni delle battaglie durissime combattute quotidianamente dai banchi dell’opposizione in polemica con le amministrazioni di destra compromesse nel sacco di Napoli, con la connivenza anche di autorevoli forze culturali, professionali e politiche. Ma Luigi Cosenza è lo stesso architetto che negli anni del regime era iscritto al Partito fascista e aveva costruito opere diventate pietre miliari nella storia dell’architettura moderna partenopea, da Villa Oro a Villa Savarese. Cosenza, inoltre, aveva partecipato ai grandi concorsi nazionali per Roma dell’Auditorium e del Palazzo Littorio, confrontandosi con i grandi temi dell’architettura collettiva. Allo stesso tempo durante la guerra era a Roma come interprete dello Stato Maggiore. Sulla rivista Comando, oltre a scrivere diversi articoli e recensioni, aveva pubblicato uno studio urbanistico sulle Città Militari. Alla luce di questo e altri casi, credo che purtroppo noi architetti siamo sempre vittime dei poteri dominanti, nel percorso di costruzione delle nostre idee, spesso indipendenti dalle ideologie politiche ma con una chiara visione politica in senso etimologico interna al progetto stesso”.

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La fattoria radiosa e il centro cooperativo. Ed. Armillaria, a cura di Sante Simone

Sciolta la complessità politica, resta l’attualità di un testo dalle ambizioni altissime. Dove rivive, oggi, l’eredità di questo che è insieme un messaggio e un modello urbanistico “totale”, scolpito da Le Corbusier con parole potenti che sono un inno all’ottimismo carico di visionarietà? “Ringrazio ancora la Fondation Le Corbusier per aver sdoganato questo manoscritto fuori dai confini geografico – contingenziali che ne hanno determinato la genesi” insiste Simone. “E’ significativo che la Fondation abbia deciso di tirar fuori dall’archivio il testo in un momento storico come questo. Credo che l’attualità della visone che allora risultava utopica oggi non lo è più così tanto. Nella cosiddetta decrescita felice che Richard Florida rilegge nella società contemporanea, come nella profezia di Benevolo della fine delle città, questo progetto è quanto mai reale e attuale. Sono numerose nel mondo le esperienze di comunità agricole che si organizzano come modelli nuovi antipolari alle logiche della città. L’organizzazione delle campagne, contrappuntistica rispetto a quella dell’agglomerato urbano, si palesa con la forza dirompente di una necessaria riorganizzazione tesa ad accogliere l’imperativo modernista dello spirito nuovo che alita su tutta l’opera di Le Corbusier. ‘Proibito rimettere in piedi i cadaveri!!’. Spirito nuovo, tempi moderni, pianificazione, l’abitazione del contadino versus il romantico ripiego della catapecchia tradizionale. Campagna e città sono trattate a partire da uno stesso principio informatore, un po’ come avveniva per i territori conquistati dall’Impero romano in cui l’ortogonalità della centuriazione e del cardo e del decumano rappresentano due lati della stessa medaglia. Volontà quasi manualistica di codificare un modello di abitazione standardizzato ma allo stesso tempo reso vivo dalla narrativa che anima il testo in cui la vita nella fattoria radiosa è immaginata fin nel dettaglio, la minuzia descrittiva dell’architettura del club, chiave di volta del rinnovamento della vita contadina per ‘svegliare la campagna, farla vivere’, i giovani vanno raccolti come una messe…”.

Siamo passati dall’abuso di utopia alla sua mancanza. In questo progetto del maestro, seppure ispirato da ambienti di estrema destra, c’è la forza dell’architettura “totale” che il nostro tempo ha smarrito. Da qui si può partire per immaginare la vita dei contadini di oggi tra terra, i-Pad e domotica

Quello della fattoria radiosa è dunque un esempio per le società agricole di ultima generazione. “Il modello proposto da Le Corbusier è utile per ripensare la residenza del contadino contemporaneo dotato di i-Pad e sistemi domotici per gestire la sua fattoria moderna!”.

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Le Corbusier

La fattoria radiosa, insomma, è un manifesto etico/funzionale che, seppure nato da un pretesto politico-sociale insufflato dai contadini destrorsi della Francia del 1940, fa emergere un aspetto che la postmodernità ha messo da parte nel lavoro dell’architetto. Al di là dello specifico tema trattato, in questo testo tornano con forza l’utopia necessaria (si è passati dall’abuso al difetto di utopia), la speranza progettuale versus la disperazione dello sprawl o delle logiche funzionalistiche emergenziali (come nella ricostruzione anti-sisma). Quando Le Corbusier sogna di riportare gli arenati in campagna con standard da città senza farli sentire sviliti, parla al nostro tempo. E, come scriveva lui alla fine del suo libro, ‘se pure niente di tutto ciò fosse possibile, almeno avrà messo nei nostri cuori la speranza’”.