Filip Janssens, il futuro è artigiano | CieloTerraDesign
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Luca Maci

5 Gennaio 2017

Filip Janssens, il futuro è artigiano

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Lo scacco all’industria nella poetica di un designer autodidatta

Il primo ventennio degli anni Duemila, quelli che in tanti decenni fa immaginavano veloci, fluidi, plastici (nel senso materico del termine), robotizzati e iperrazionali, paiono caratterizzarsi invece sempre più profondamente per una riscoperta della a-normalizzazione artigiana nel superamento della sbandierata globalizzazione che ha rappresentato, di fatto, un’omogeneizzazione linguistica erroneamente intesa come modernizzazione/sprovincializzazione in molti campi produttivi, design compreso.

Appare evidente infatti una controtendenza del design alla logica edonistica della standardizzazione industriale che vede impegnati diversi progettisti nella ricerca di un radicamento territoriale attraverso la riscoperta della tradizione manifatturiera locale, una sorta di retroconversione alla manualità primigenia, un nuovo regionalismo che è esigenza progettuale piuttosto che tendenza estetica.

Così, mentre in Italia si sviluppano ricerche intorno all’artigianalità di bottega con una riscoperta delle tradizioni locali, anche di natura popolare e contadina, attingendo alla quotidianità diffusa degli anni ’40 e ’50 e alle prime esperienze produttive industriali, in una loro reinterpretazione contemporanea, il lavoro di Filip Janssens si spinge fino ai primi anni del secolo passato, proseguendo un percorso di ricerca tracciato dalle avanguardie e rimasto non compiutamente sondato e circoscritto a poche esperienze sperimentali seppur iconiche.

Filip Janssens, designer autodidatta belga, ex insegnante di francese e latino, classe 1964, invade la scena internazionale con la sua ricerca su materiali semplici e tinte neutre, trasformando in oggetti, come fu già per il Neoplasticismo, l’essenza del paesaggio che lo circonda, ottenuto da un lento lavorìo di sottrazione della terra alle acque in un territorio così solcato da una fitta trama di linee e rettangoli che misurano lo spazio e diventano, oltre che linguaggio plastico, idea spirituale di armonia universale per chi vi dimora, in una pratica che non è banale imitazione formale, ma intenso processo di riaffermazione identitaria.

Una produzione di pezzi perlopiù unici, elegante seppur minimalista, lineare ma “scomposta”, difforme ma non deforme: come nel processo di degrado del calcestruzzo in cui riaffiora l’armatura interna, armadi, cucine, pareti attrezzate, contenitori vengono investiti dalla disgregazione dello strato superficiale e dall’emersione della struttura consuetamente celata, mascherata, contraffatta, in un lavoro sottile di disvelamento, di coincidenze tra significato e significante. La sottile struttura, compositiva e mentale, si fa materia viva e presente irrompendo dall’interno della scatola parallelepipeda per destrutturarla, comprometterla, ibridarla alterandone e spezzandone perfino i contorni in un rapporto di complementarietà e compenetrazione con lo spazio circostante in cui anche i vuoti assumono un valore fondamentale. Il corpo del mobile, un tempo compatto e simmetrico, esplode concettualmente in un organismo cellulare composto da singole unità eterogenee che, scorrendo su piani ortogonali, conquistano una nuova collocazione in un apparente equilibrio precario.

Foto filipjanssens.be