“Io, il fotografo che porta in strada il design” | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

30 novembre 2016

“Io, il fotografo che porta in strada il design”

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Gli scatti social per Foscarini, intervista a Gianluca Vassallo

 

Gianluca Vassallo è un artista attivo in vari ambiti, dalla fotografia alle installazioni. Quarantadue anni, originario di San Teodoro in Sardegna, “non chiamatelo fotografo perché si offende”, è scritto sul suo profilo Facebook. “Si esprime attraverso il video, il suono, la fotografia, le installazioni con una attenzione particolare all’aspetto relazionale e di processo”. Vassallo ha lavorato di recente con Foscarini, realizzando diversi progetti a New York. Per Twice Light ha pescato coppie di persone tra loro sconosciute lungo le strade di Manhattan e le ha fotografate davanti alle iconiche lampade del brand veneziano. Poi ha immortalato i visitatori dello show room a Soho davanti alla lampada Tuareg disegnata da Ferruccio Laviani. Una serie di scatti intriganti, sia a colori sia in bianco e nero, che aprono un dibattito: il design scende in strada per rimettersi in discussione o per riaffermarsi?

 

Come nasce l’incontro con Foscarini? Quanto il design era presente nella tua vita e nella tua attività creativa e professionale, prima? 

“Ho iniziato a collaborare con Foscarini in occasione della pubblicazione di Ritratti. A quel tempo, Artemio Croatto, che avevo conosciuto durante una mia mostra al Mart di Rovereto, fece il mio nome all’azienda per quella pubblicazione. Per qualche ragione che oggi mi pare assurda, mi sembrava impossibile che potesse esistere un dialogo così sensibile tra il linguaggio, i metodi e le prospettive dell’arte e quelli dell’industria del design, ma quando ho conosciuto Carlo Urbinati, ho capito di trovarmi di fronte ad una figura complessa, molto più simile ad un editore che ad un imprenditore, un individuo che tiene il piano culturale e quello della produzione sullo stesso livello grazie ad una capacità di ascolto pari solo a quella di sintesi”.

E dopo quell’incontro?

“E’ successo qualcosa in primo luogo dentro di me. Non solo mi sono convinto che avesse senso per il mio percorso, fino ad allora inserito solo in una prospettiva riferita agli organi dell’arte, ma ho potuto scoprire che nella produzione visiva e di senso per l’industria c’è uno spazio di espressività aperto riferito ad un pubblico che si innamora di un oggetto solo quando questo contiene altri significati. L’incontro con Foscarini ha portato il design con forza nella mia vita. Non solo per via della magnifica produzione dell’azienda con cui mi confronto spesso per ragioni di lavoro. Ma per la qualità degli incontri che ha generato il lavoro con Foscarini. Penso per esempio alla straordinaria intelligenza critica di Beppe Finessi, che ho avuto la gioia di incontrare spesso negli ultimi due anni, alla grazia compositiva e concettuale di Elisa Ossino, ai designer che hanno collaborato con l’azienda e con i quali ho parlato fugacemente e che, in quel tempo brevissimo, mi hanno regalato strumenti di comprensione preziosissimi legati al disegno industriale, alla sua dimensione quotidiana, all’emotività che contengono e di cui si alimentano. Insomma, grazie a Foscarini, alle parole di Urbinati, è iniziata una seconda fase della mia vita in cui l’arte e il design – quando possibile – convivono con grade gioia”.

Con Foscarini hai dato vita a un lavoro creativo chiaramente social. Ci descrivi le reazioni delle persone coinvolte nei progetti, in particolare di Twice Light, realizzato andando letteralmente a pescare dalla strada gli sconosciuti che fotografavi?

“Le persone coinvolte erano in primo luogo quelle colpite dall’istallazione di un oggetto così bello, interessante e ‘avvolgente’ nello spazio pubblico. E quando invitate a partecipare al progetto arrossivano alla sola idea di incontrare qualcuno senza protezione. Nelle grandi aree metropolitane, a New York in particolare, guardare a lungo qualcuno è socialmente inappropriato. Questo sistema di protezione però comprime la possibilità di gioia, stupore e conoscenza. Molte delle persone che hanno partecipato al progetto mi hanno ringraziato per questo: per aver dato loro la possibilità di riscoprire il contatto con gli occhi altrui. Quanto alla dimensione ‘social’, in verità il processo legato a Twice Light inserisce quell’opera nel flusso dell’estetica relazionale. Quella per cui l’artista non esiste se non in relazione all’audience e non esiste altra opera che l’esperienza viva a cui artista e pubblico partecipano insieme. Un processo che, una volta documentato, può essere mostrato, portato all’esterno dello spazio di senso – al contempo intimo e pubblico – prodotto e vissuto nell’atto dell’interazione. Ovviamente, siccome ogni linguaggio risponde alle dinamiche del proprio tempo, la documentazione del progetto ha acquisito una fortunata dimensione social, ma anche una determinata attenzione dei media tradizionali ad ogni latitudine secondo me piuttosto comprensibile: in fondo uno spazio delimitato dalla luce in cui creare una dimensione intima tra due sconosciuti è un grande esperimento di pace, prossimità. Una cosa che somiglia moltissimo alla mia idea di ‘casa’”.

Hai avuto modo di capire dalle persone coinvolte quanto il design – e più in generale la creatività, l’arte, la cultura del bello – sono/erano già presenti nella loro vita?

“E’ una cosa piuttosto complicata a cui rispondere. Non perché non abbia una risposta in merito ma questa richiede – ovviamente – un ragionamento a monte. L’arte, la cultura, il design, la letteratura e ogni espressione dell’essere umano che rende le nostre vite migliori, abitano nelle persone che hanno avuto il privilegio o la fortuna di incontrarle. Credo che la cultura del bello appartenga a chiunque, credo però che la possibilità di incontrarla sia legata a moltissimi fattori, voglio dire la possibilità di incontrare degli ‘attivatori di bellezza’ è spesso condizionata dalla storia individuale e la storia individuale di gran parte degli abitanti di questo mondo è una storia assai distante dal privilegio economico, sociale, culturale, quindi per quanto la bellezza abiti in ciascuno di noi, questa assume una determinanza più o meno elevata a seconda della storia di ciascuno.

Per tornare alla domanda, certo, le persone che hanno partecipato al progetto erano sicuramente già toccate dai linguaggi di cui il progetto si nutriva. Anche se, fortunatamente, la bellezza dell’oggetto era così forte che in alcuni casi ha mosso anche persone che mai erano entrate in contatto con quei linguaggi. Quindi in qualche modo, Foscarini ed io, forse, siamo stati attivatori di bellezza”.

Hai provato a sdoppiarti, a lavoro concluso, per entrare nella testa di chi vede gli scatti? Se sì, che percezione ne hanno avuto le persone coinvolte in questo lavoro? E’ il design che scende in strada e si avvicina a un pubblico nuovo? E’ un modo per un grande brand di rimettersi in gioco o, al contrario, un’affermazione forte di identità?

“La verità è che per me un lavoro finisce quando smetto di stare per strada. La reazione delle persone a quello che vedono per me non è determinante. E’ molto importante invece l’interazione con chi partecipa ai processi. Il design che scende in strada fa una scelta forte di prossimità al quotidiano delle persone. Fa quello che anche la cultura prova a fare quando si interroga sulla sua responsabilità sociale. Il design del resto è cultura, è società, ma ancora di più – per me – è un contenitore organico di memorie intime. Sono affascinato moltissimo dall’idea che gli oggetti abbiano una memoria, e che la possano in qualche modo restituire a chi con essi convive. E sono convinto che quanto più il disegno che determina l’uso è sensibile, nuovo, emozionale, tanto più le memorie che consegniamo e che ci vengono restituite sono rilevanti”.

Bianco e nero e a colori: hai scelto ambedue le strade. Perché?

“Non è una scelta. E’ come usare una penna. In rosso si sottolineano gli errori. In nero gli errori si fanno”.