Francesca Ióvene, corrispondenze di luce col sole velato - CTD
menu
Antonia Marmo

14 ottobre 2019

Francesca Ióvene, corrispondenze di luce col sole velato

Share:
francesca_iovene-fotografia-architettura

Epistolario tra Berlino e il Sud Italia per raccontare di fotografia e architettura. Tra Celati, Barthes e il tempo incerto

Se un’estate scrivendoci di fotografia (e di cos’altro?). Sempre difficile parlare di fotografia, ancor di più far parlare i fotografi di fotografia. Le immagini bastano a se stesse, dovrebbero farlo, dire già tutto, e lo fanno, altroché, quando lo sguardo è quello giusto. Però io sono donna di parole e mi piace ricamare sulla rappresentazione della complessità, no, nessuna interpretazione, solo storie senza mete definite, coi fili che mi ritrovo. Si va da qualche parte insieme, si vede cosa ne viene fuori, ho detto questa estate a Francesca Ióvene, architetto, fotografa, il suo lavoro inconfondibile negli occhi, tra paesaggio, architettura e design, scoperto anni fa sui social, approfondito nell’attenzione silenziosa del tempo. Io vado a Berlino, dice lei, poi si vedrà. Io a sud, dai miei, dico io, bene, mi sembra che ne possa venire fuori un bel viaggio.

francesca_iovene-fotografia-architettura

Progetto Sedimenta

A. / 6 agosto 2019
Francesca cara,
arrivo a sud a casa dei miei e ti scrivo, iniziamo questa corrispondenza tra un po’. Anzi, no, iniziamo subito… 🙂
Com’è la luce a Berlino oggi? C’è una delle “Quattro Novelle sulle apparenze” di Gianni Celati che si intitola “Condizioni di Luce sulla via Emilia”, che mi ha sempre colpito molto, puoi immaginare. Ti mando un link ad alcuni estratti e ti cito questo pezzo:

“A Emanuele Menini, in quanto pittore di paesaggi, interessava soprattutto capire come appaiono le cose che stanno ferme, quando sono toccate dalla luce”.

Come appaiono le tue cose ferme quando sono toccate dalla luce, quale ricerchi, cosa ne fai, come la usi, cosa ci vedi? Parti da quella di stamattina, di queste mattine, o da quella dei ricordi, esterno, interno…

Baci,
A.

francesca_iovene-fotografia-architettura

Pezo von Ellrichshausen, Poli House, Cile

F. / 10 agosto
Ciao Antonia,
oggi a Berlino c’è la luce che mi piace, quella data dal sole velato e dal tempo incerto. La luce filtra tra gli alberi e crea le ombre attorno ai balconi dei palazzi, ma non è così forte da creare una distinzione troppo violenta tra il buio e la luce. I contorni sono morbidi, è tutto luccicante ma non dà fastidio agli occhi. Alcune superfici riverberano la luce del sole, come i corrimano delle scale mobili, i pali per strada, i vetri delle finestre. Insomma, è questa la luce che preferisco.

Gli estratti che mi hai mandato mi hanno fatto venire in mente diverse cose. La parte in cui dice:

“Per loro la luce scoppiata è normale che ci sia, siccome va con il tremore e allora tutto si muove e bisogna essere sempre affaccendati. Be’, cosa possiamo noi dire di questi che non sentono più pace davanti all’immobilità delle cose?”

mi ricorda Italo Calvino in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”:

“Se sapessi disegnare, m’applicherei solamente a studiare la forma degli oggetti inanimati, – dissi con una certa perentorietà, perché volevo cambiar discorso e anche perché davvero un’inclinazione naturale mi porta a riconoscere i miei stati d’animo nell’immobile sofferenza delle cose.”

Da quella ne è seguita subito un’altra, stavolta di nuovo di Gianni Celati, in “Verso la foce”:

“Ore 21. Telefonato a G. senza trovarla, avevo voglia di parlare. Anche l’intimità che portiamo con noi fa parte del paesaggio, il suo tono è dato dallo spazio che si apre là fuori ad ogni occhiata, ed anche i pensieri sono fenomeni esterni in cui ci si imbatte, come un taglio di luce su un muro, o l’ombra delle nuvole”.

Se mi piace questo tipo di luce è perché ci trovo dentro la calma che mi serve per pensare e quindi per guardare e fotografare, ed è quella che mi fa fermare un attimo quando vivo la mia vita di tutti i giorni. Ogni fotografo ha la sua luce preferita, quella in cui si ritrova come stato d’animo e che lo rappresenta. Provo molta empatia nei confronti del mondo esterno, quello immobile, che trovo in pace e sofferente allo stesso tempo. Le fotografie che ritengo più riuscite sono quelle che possono spiegare il mio stato d’animo: è come se potessi riversare al di fuori la mia mente e contemporaneamente quello che c’è fuori riesce a sovrapporsi perfettamente con il mio interno. Ogni oggetto, ogni facciata o spazio aperto possono racchiudere un umore, ed è per questo che entrano in gioco anche i ricordi e l’intimità dei luoghi. L’intimità per me è legata alla luce dei ricordi del proprio vissuto, e questa si può ritrovare anche in luoghi mai visti prima, come un’architettura sconosciuta. Tutto ciò che oggettivo diventa anche personale.
Questo è un approccio istintivo, funziona sia quando mi dedico a progetti personali che a lavori commissionati: per esempio nel secondo caso è una sfida e ricerco le situazioni migliori per stimolare il mio naturale modo di addentrarmi in un luogo e nel suo stato d’animo.

A presto, aspetto tue,
f.

francesca_iovene-fotografia-architettura

Progetto Sedimenta

A. / 12 agosto
Cara Francesca,
intimità, che bella parola. Sarà che mi trovo nella casa di famiglia nel paese di sud, casa dove sono nata, memorie, vissuti…
Un tema, quello dell’intimità, che è vero, ti appartiene, è quel tono che ti rende riconoscibile e, come ti dico sempre, “italiana”, perché hai uno sguardo in intima connessione con le cose, quali che siano i paesaggi da rappresentare, che è anche sensualità e potenza senza strafare, senso di misura, profondità, universo istintivo, appunto, innato. Tutto questo diventa poi tuo linguaggio. Che è anche composizione, costruzione, contemplazione di livelli molteplici, forma di comunicazione con l’altro, narrazione. Barthes nei “Frammenti di un discorso amoroso” dice che:

“Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro”.

Penso sempre che la fotografia non abbia bisogno di parole, perché è linguaggio essa stessa. Ha potenza autonoma che arriva. Tu cosa cerchi nello sguardo dell’altro, che seduzione, che contatto ricerchi?
Poi in realtà, dopo aver preso questa strada, scrivendo stamattina, mi viene in mente anche un altro argomento che forse nell’ordine precede quello del linguaggio e della seduzione dello sguardo dell’altro, fai tu nel rispondermi. Ha a che fare con la tua frase: tutto ciò che è oggettivo, diventa anche personale. Questo processo di ri-conoscimento, di ritrovarsi e ritrovare in un ‘paesaggio’ tratti intimi, di passare dall’universale al personale-particolare e viceversa… Potrei usare la parola archetipo, potrei anche usare la parola daimon, da Jung a Hillman…
Puoi dirmi meglio a parole, oppure puoi farmi vedere delle fotografie che parlano per te? Mi interessa molto.

Buon ferragosto!
A.

francesca_iovene-fotografia-architettura

Arrigo Arrighetti, chiesa San Giovanni in Bono, Milano

francesca_iovene-fotografia-architettura

Casa per Artista, Pietro Lingeri, Isola Comacina

F. / 19 agosto
Ciao Antonia,
dopo un breve ritorno a Milano sono adesso in Sardegna, vedo l’Asinara in lontananza e mi sento in pace.
Personalmente mi piace che ciò che fotografo abbia vita propria: anche ciò che è immobile e anonimo può racchiudere qualcosa che il lettore vede. Mi piace prendermi il mio tempo per capire qual è il momento con cui mi sento più affine e cosa può essere interessante da guardare. Se una volta badavo al singolo momento e all’impulso – cosa che a volte capita ancora, quando prendo qualche appunto – col passare del tempo sto cercando di rimanere più calma, ritornare nei luoghi, riguardarli e capirli un po’ più a fondo. Questo quindi modifica anche la lettura della fotografia da parte dell’interlocutore.
Ci sono fotografie che fanno parte di una narrazione più completa, un progetto intero, altre che sono dei momenti a sé stanti, che raccolgo quando scelgo di andare a guardarmi in giro o durante delle ricerche fotografiche.
Ti lascio alcune fotografie che provengono da diversi progetti, momenti, anni e luci, penso possano parlare bene per me e di quello che faccio. Se qualcosa ti incuriosisce, sarò felice di rispondere a qualche tua domanda.

A presto,
f.

francesca_iovene-fotografia-architettura

Chiesa di San Giovanni Battista, Arzignano, di Giuseppe Michelucci

A. / 28 agosto
Cara Francesca,
anche io ci ho messo un po’ a rispondere perché sono rientrata e ho ripreso a lavorare etc. Roma è una città che fagocita, pretende troppo, prende troppo, e chissà come sarebbe il tuo sguardo qui!
Pensa che hai anticipato un tema di cui volevo parlare, si vede che era nella natura delle cose doverci arrivare.
Lo hai fatto con le parole, ancor di più con le immagini che mi hai mandato (anche questo era naturale…). Parlo del tempo. Tempo dello scatto e tempo rappresentato (o non rappresentato). Ripenso alle parole di Barthes nella “Camera chiara”, a quelle della Sontag… Qual è il tempo giusto? È più impulso e momento raccolto o più scelta, selezione di sguardo, attesa, sottrazione, ritmo… Il tempo che viene fermato è veramente fermato, è istante, o è parte di una sequenza continua che si sottrae allo sguardo ma che in realtà è presente… Quanto vediamo è sospeso in un tempo indefinito, mitico, o ha pretesa di presente, di realtà… Non metto neanche punti di domanda, rifletto a voce alta, apro alla tua visione, ad ampliare la riflessione grazie ai tuoi occhi, alla tua esperienza, a quello che hai visto e trattenuto, a quello che hai lasciato andare.
Ti lascio poi con un pensiero che dal tempo va al rapporto soggetto/scala, perché la coerenza che c’è nella tua visione, quale che sia il soggetto, la scala o il contesto, mi sorprende e mi incanta, e mi interessano sempre le cose differenti che si tengono bene insieme, vorrei sempre capirne l’alchimia.

Un abbraccio,
A.

francesca_iovene-fotografia-architettura

Progetto Sedimenta

F. / 7 settembre
Ciao Antonia,
come stai? In questi giorni mi ritrovo tra Milano e il lago di Garda, sempre in giro e senza una vera e propria casa: è un periodo di transito. Mi piacerebbe molto tornare a Roma, è da tanto che non la vedo. Mi sono chiesta più volte come dev’essere avere la possibilità e il tempo di fotografare certi luoghi che ho visto solo di passaggio. Roma e Napoli sono sicuramente due città su cui vorrei soffermarmi prima o poi.
Per cercare di proseguire la tua riflessione, ci sono fotografie che ho già nella testa e altre che devono ancora formarsi, e per quelle serve attesa, ma anche il movimento. E l’attesa corrisponde sempre alla dedizione. Parlando anche solo di singole immagini, ci sono volte in cui quando riguardo una mia fotografia e capisco subito che non funziona. Non è necessariamente una questione di armonia della composizione, parlo piuttosto di riuscire a rispecchiare il proprio interno e la propria volontà attraverso quello che viene fuori. In realtà è il risultato di un processo lungo, ed è questo che mi fa capire quando sto avanzando ed evolvendo nella disciplina: è un lavoro psicologico costante che dev’essere fatto per potersi esprimere correttamente. Per questo motivo più proseguo più mi interessa selezionare e ossessionarmi, affinare sempre di più il mio modo di comunicare. Bisogna in qualche modo tendere a questo, senza arrivare mai.
Ecco cosa mi viene in mente, per spiegarmi ancora meglio: Rainer Maria Rilke, in “Lettere a un giovane poeta”, al giovane scrittore Kappus scrive:

“Una opera d’arte è buona, s’é nata da necessità. In questa maniera della sua origine risiede il suo giudizio; non ve n’è altro. Perciò, egregio signore, io non vi so dare altro consiglio che questo: penetrare in voi stesso e provare le profondità in cui balza la vostra vita; alla sua fonte troverete voi la risposta alla domanda se dobbiate creare. Accoglietela come suona, senza perdervi in interpretazioni”.

Nelle fotografie che ti ho mandato ci sono sempre io, magari in modi diversi, a seconda del contesto e del tema su cui volevo concentrarmi. Ci sono sempre delle scale che ritornano in ogni serie o documentazione che produco: la distanza con il soggetto non può essere casuale perché determina l’atmosfera dello spazio rappresentato e quindi l’intimità che ne deriva. Come già ti accennavo, quello che mi interessa e a cui tengo molto è rimanere fedele al mio modo di fare non solo quando fotografo per me ma anche quando lavoro. Tutto dev’essere legato.
Per esempio, con Fondaco, il mio studio, sono a stretto contatto con gli architetti e i designer del gruppo. Tutti abbiamo la stessa visione e vogliamo le stesse cose. C’è una sinergia molto forte che fa sì che quando lavoriamo insieme a dei progetti di ricerca o quando fotografo i progetti d’architettura che lo studio porta avanti, le nostre visioni si mischiano e si rinforzano, ottenendo dei risultati che rappresentano tutto il gruppo nella sua interezza. Questo è esattamente un risultato a cui tengo molto.

Un abbraccio stretto,
f.

francesca_iovene-fotografia-architettura

FS Apartment

A. / 18 settembre
Cara Francesca,
sto scegliendo tra le foto che mi hai mandato per accompagnare questo nostro viaggio, vado a sentimento, cercando di restituire il tuo.
Credo, poi, che non ci sia modo migliore per tirare le fila di queste nostre parole lasciate nell’estate, che farlo parlando di questo ‘spazio’ dove ti esprimi, dove il progetto e l’immagine trovano una casa aperta: Fondaco, mi piace, parola che mi porta lontano, portamici un po’…

Baci e buon lavoro,
A.

francesca_iovene-fotografia-architettura

Gian Paolo Valenti, edificio per abitazioni, via Botta 43, Milano

F. / 22 settembre
Ciao Antonia,
grazie mille per tutti gli aggiornamenti e la tua premura.
Fondaco è uno studio multidisciplinare che lega architettura, design, fotografia e grafica. Come recita la nostra presentazione: “L’obiettivo del collettivo è quello di fondàre e fòndere, sotto un unico gruppo professionale, il valore di queste discipline in un comune obiettivo di ricerca e di progetto attraverso la reciproca contaminazione”.
Ogni “parte” lavora nella propria disciplina: c’è chi si occupa di architettura e quindi progettazione, chi di ricerca, chi di fotografia e chi di grafica. Oltre a seguire ciascuno il proprio ambito, lavoriamo insieme a progetti sia commissionati che autoriali che possano essere valorizzati dai molteplici approcci che caratterizzano le diverse discipline. Abbiamo da poco finito un appartamento a Milano e al momento ci sono tre cantieri in corso, due interni – uno sempre a Milano e uno in Sardegna – e un fienile da ristrutturare ad uso abitativo in Val Sabbia. Ci interessa anche la ricerca, ora stiamo occupando sia della parte scritta che fotografica per una pubblicazione su Giancarlo De Carlo per l’Università di Genova.

Un abbraccio,
f.

francesca_iovene-fotografia-architettura

Grundtvigkirke, Copenhagen

A. / 12 ottobre
Francesca cara,
scusa il ritardo, la vita, gli impegni, distrazioni non volute, ma ci siamo, martedì usciamo. Lo facciamo così com’è stato, un epistolario in libertà, che lasciamo in sospeso per riprenderlo quando ci va, quando abbiamo qualcosa da dire, ancora.

Ti abbraccio, fai cose belle,
A.

www.francescaiovene.com
www.fondacostudio.com