Francesco Morace: ora il design dovrà riprogettare il respiro - Cieloterradesign
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Ester Pirotta

28 Aprile 2020

Francesco Morace: la sfida per i designer non sarà progettare il distanziamento, ma il respiro

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Intervista al sociologo sul post pandemia: la vera battaglia sarà per la qualità dello spazio intorno a noi e alle cose. Abbiamo sei mesi per passare a un’economia civile come quella dei padri del design italiano

Da anni conosco Francesco Morace e seguo con grande interesse il suo lavoro di sociologo che si occupa di marketing in termini di ricerca, consulenza e formazione insieme al suo team di Future Concept Lab. L’ultima volta che l’ho incontrato, eravamo alla conferenza stampa del Salone del Mobile lo scorso febbraio, quando già temevamo di doverci confrontare con il Covid-19 ma non avevamo ancora capito in quali termini e con quale intensità. In quell’occasione Morace ci ha parlato della Strategia del Colibrì (un suo libro edito da Sperling & Kupfer), di globalizzazione e della potente variabile dell’impollinazione. Poi è successo quello che tutti stiamo vivendo. Le nostre vite sono state stravolte, abbiamo bruscamente cambiato il nostro modo di lavorare, di relazionarci con il prossimo, di usare le tecnologie. A un passo dalla fase 2, il punto di vista di Francesco Morace mi appare, oggi più che mai, preziosissimo. 

Da trent’anni lavori nell’ambito della ricerca sociale e di mercato, studiando trend, valori e strategie per il futuro. Come sono cambiate negli ultimi due mesi le variabili sulle quali si basa il tuo lavoro?

E’ andato tutto nella direzione che noi stavamo indicando da anni, anche se purtroppo attraverso una vicenda tragica. Già alla fine del 2019, lavorando sul ciclo di seminari Future Vision Workshop che proponiamo tutti gli anni, avevamo profeticamente intitolato il ciclo 2020 What’s Next, immaginando di lavorare su nuovi paradigmi e modelli di business. Nostra convinzione era che gli anni ’10 -caratterizzati dal ‘modo digitale di pensare e fare’ e dall’avvento dei social – si stessero chiudendo per lasciare il posto a un cambiamento sociale con rivolgimenti importanti. Il rapporto con la ‘verità’ stava cambiando, emergeva una richiesta di verità rispetto alla dimensione dei fake, così come la necessità di recuperare le competenze… Indicazioni teoriche, legate al cambiamento di paradigma, che durante il contagio sono emersi con forza. Il Covid-19 è stato un grande acceleratore. Tutti ci chiedono cosa succederà? Succederà quello che già doveva succedere. Una serie di valori, dalla sostenibilità alla competenza, a una nuova qualità del tempo e dello spazio, li stiamo vivendo obtorto collo perché siamo costretti. Ci sono sempre resistenze al cambiamento, e il virus è stato un drammatico, straordinario rompighiaccio.

Quindi il tuo Festival della Crescita diventerà Il Festival della Rinascita?

Esattamente! Il mio prossimo libro, che ho già consegnato a Egea, si chiama La rinascita dell’Italia e la prossima edizione del festival, prevista in ottobre a Milano, si chiamerà Festival della Crescita. La rinascita. Spero che potremo essere presenti fisicamente!

 

Recentemente hai affermato che “dobbiamo pensare al futuro in modo creativo, elaborare una nuova visione”. Quale sarà il ruolo del progettista?

Il ruolo del progettista sarà decisivo, avrà finalmente la possibilità di fare quello che ha sempre desiderato: cambiare il mondo. Un po’ come i sociologi che hanno gli strumenti e le possibilità di spiegare ciò che sta avvenendo, il progettista potrebbe immaginare le soluzioni, sperimentando, insieme ai sociologi e ai politici, ipotesi realistiche per un mondo migliore. L’utopia oggi ridiventa possibile, come dimostra il ponte di Genova progettato da Renzo Piano e realizzato in meno di un anno. Un po’ come accadde nel Dopoguerra, con il vantaggio di non aver avuto una guerra. L’utopia è pensare il futuro come una possibilità buona, non sempre funziona (a volte diventa distopia, come nei regimi comunisti), però le premesse ci sono. In queste settimane sto proponendo, anche sui social, visioni di social innovation che un progettista potrebbe utilizzare come spunto per immaginare e creare oggetti diversi, spazi diversi, ambienti diversi, anche perché il grande tema emerso con la quarantena riguarda il capovolgimento del nostro rapporto con lo spazio e con il tempo. Noi tutti vivevamo una realtà in cui avevamo poco tempo e moltissimo spazio da attraversare, come neo-nomadi, dimenticando che senza la qualità del tempo di vita tutto questo perde valore. Poi siamo rimasti per lungo tempo confinati nello spazio domestico, spesso molto ridotto, e quando ne siamo usciti abbiamo desiderato una nuova qualità dello spazio. Questo è il compito del progettista. Il che significa non lavorare più gomito a gomito, progettare tavoli che assicurino un distanziamento che non è sociale ma piuttosto un diverso respiro attorno a noi, che porta a un avvicinamento psichico. Questo è un elemento decisivo per una nuova visione progettuale: possiamo definirlo un decongestionamento degli spazi. Pensiamo ad esempio ai trasporti urbani: bisognerà intensificare la frequenza dei vettori (tram e carrozze di treni e metropolitane) perché limitato sarà il numero di persone che potranno contenere. Questo vuol dire che stiamo conquistando un nuovo respiro attorno a noi. Nel momento in cui il virus attacca il sistema respiratorio, dovremo fare una battaglia a favore del respiro, intorno alle cose, intorno alle persone e nei luoghi che viviamo.

Noi tutti vivevamo una realtà in cui avevamo poco tempo e moltissimo spazio da attraversare, come neo-nomadi, dimenticando che senza la qualità del tempo di vita tutto questo perde valore. Poi siamo rimasti per lungo tempo confinati nello spazio domestico, spesso molto ridotto, e quando ne siamo usciti abbiamo desiderato una nuova qualità dello spazio.

L’epidemia ha violentemente alzato l’asticella dell’attenzione su temi di cui si parla da anni, quali la sostenibilità e l’economia circolare. Pensando alla filiera arredo e design, in questa nuova realtà che ruolo avrà l’imprenditore? Cosa ci dobbiamo aspettare dalle aziende? 

La novità a cui dobbiamo guardare con interesse è che visioni già esistenti – pensiamo agli illuministi napoletani e milanesi del ‘700 – che proponevano teorie che sembravano vere utopie, adesso si dimostrano essere possibili e forse questa sarà l’unica strada praticabile. La strada civile – come l’ha definita Antonio Genovesi nel 1754, creando a Napoli la prima cattedra di Economia Civile – in cui c’è il mercato, c’è l’impresa e la comunità nel mezzo, come ci insegna la visione di Adriano Olivetti. E’ sempre stata la visione dei grandi imprenditori italiani, da Pirelli a Marzotto, che segna la storia del nostro Paese, molto più di quella anglosassone che controbilancia l’economia politica di Adam Smith con la filantropia delle grandi Fondazioni, da Rockfeller a Bill Gates. L’Italia riconosce le radici storiche di questa tradizione in un’idea di economia civile: adesso dobbiamo rispolverarla e comprenderla, insegnarla nelle università. Se esiste il design italiano è perchè ci sono stati imprenditori illuminati, da Zanotta a Cassina, che, a differenza dei manager, non erano focalizzati esclusivamente sull’ottimizzazione del profitto. Bisogna quindi rivedere la dinamica progettazione/marketing e orientarsi verso un’economia civile. Bisogna che questi cambiamenti avvengano adesso, non abbiamo molto tempo… Se nei prossimi sei mesi ciò non accadrà, non solo ritorneremo ad agire nei termini di un’economia basata sul massimo profitto (pre-Covid19) ma ci sarà la pressante necessità di recuperare il tempo perduto, a discapito ancora una volta della sostenibilità sociale e ambientale. Sarà inevitabile lo scontro finale tra i due modelli, tra economia politica ed economia civile, e per la prima volta la partita rimarrà aperta, con un finale non scontato.

Se esiste il design italiano è perchè ci sono stati imprenditori illuminati, da Zanotta a Cassina, che, a differenza dei manager, non erano focalizzati esclusivamente sull’ottimizzazione del profitto. Bisogna quindi rivedere la dinamica progettazione/marketing e orientarsi verso un’economia civile.

Una parte del tuo lavoro è di consulenza alle aziende in termini di comunicazione, come cambierà il modo di comunicare?

La comunicazione affronterà la grande scommessa del “vero”. Era un fenomeno già in atto prima di questa pandemia, anche se purtroppo ancora minoritario. Si era iniziato a capire che la visibilità non è più così decisiva se poi non si è credibili. C’è un rapporto molto delicato tra quello che comunichi e quello che veramente fai, tra storytelling e storydoing. Devi fare ciò che racconti e raccontare ciò che fai, altrimenti erodi il tuo patrimonio di credibilità. 

In questa quarantena gli italiani si sono scoperti meno ostili alle innovazioni tecnologiche, grazie alle quali hanno impreziosito il loro tempo tra videoconferenze su Skype, videochiamate Zoom con amici e interviste culturali su Instagram. Quale sarà il ruolo delle tecnologie nel nostro futuro?

Questa è la cosa in assoluto più positiva che emerge dal dramma che abbiamo vissuto. Prima del Covid-19 si calcolavano 500 mila persone che lavoravano in smart working, adesso se ne contano 12 milioni. Un salto quantitativo così importante da fare la differenza. Inevitabilmente le persone capiranno la vera funzione della tecnologia cioè quella di essere enabler, abilitatore di relazione e di intelligenza, che rimane la nostra intelligenza. Se ci pensi, in questo momento nessuno parla più di intelligenza artificiale… Due anni fa nel libro Futuro più umano ho ricordato tutto quello che l’intelligenza artificiale non potrà mai fare. In questi mesi la tecnologia ci ha aiutato a essere più umani, a dialogare con amici e parenti in videochiamate, o insegnare a una intera generazione di ragazzi cosa vuol dire essere “maestri” e insegnanti attraverso competenza e conoscenza. La tecnologia si è trasformata in ciò che deve essere: uno strumento utilissimo per risparmiare tempo, inquinare meno, alimentare una maggiore intensità di relazioni, senza peraltro sostituire la straordinaria ricchezza dell’incontro dal vivo. Ora che è stata acquisita, sarà più facile metterla da parte quando potremo abbracciarci e vivere il piacere dei sensi.

La comunicazione affronterà la grande scommessa del “vero”. Era un fenomeno già in atto prima di questa pandemia, anche se purtroppo ancora minoritario. Si era iniziato a capire che la visibilità non è più così decisiva se poi non si è credibili. C’è un rapporto molto delicato tra quello che comunichi e quello che veramente fai, tra storytelling e storydoing. Devi fare ciò che racconti e raccontare ciò che fai, altrimenti erodi il tuo patrimonio di credibilità

A questo proposito, quando torneremo a relazionarci con il prossimo, secondo te, torneremo ad abbracciarci e a stringere la mano agli sconosciuti? Come superare lo shock emotivo e psicologico del distanziamento sociale? 

Questa è un’altra grande sfida, stiamo lavorando su questo punto sul piano psico-sociologico. Credo si debba distinguere la fase 2 dalla fase 3. Nella fase 2 resteremo ancora a debita distanza perché lo shock è stato forte e sappiamo tutti di dover convivere con il virus fino a quando non si troverà un vaccino. Ma attenzione a non sopravvalutare la distanza fisica, perché la distanza psichica in realtà si è molto ridotta. Dall’inizio della pandemia le persone si sentono molto più vicine: quindi la distanza fisica non corrisponde alla distanza psichica. Nella fase 3 saremo tutti più tranquilli, non vivremo più questo shock collettivo e scatterà il meccanismo del riavvicinamento a tutto tondo, anche se sarà più selettivo. Magari non abbracceremo tutti quelli che incontriamo, ma quando lo faremo sarà perché lo abbiamo scelto, più di quanto facessimo prima. Il che è anche positivo. Tutto sarà più consapevole. La prossemica per un progettista sarà più fondamentale che mai: la dimensione degli oggetti, il vissuto degli spazi e la loro percezione saranno componenti importanti della creatività. La dinamica tra distanziamento fisico e distanziamento psichico sarà parte della sfida progettuale di cui parlavamo poco fa.

La prossemica per un progettista sarà più fondamentale che mai: la dimensione degli oggetti, il vissuto degli spazi e la loro percezione saranno componenti importanti della creatività. La dinamica tra distanziamento fisico e distanziamento psichico sarà parte della sfida progettuale.

Studio per la poltrona Sacco di Zanotta

Se volessimo definire alcune parole chiave di questa ripartenza, quali sarebbero?

La consapevolezza che poi diventa responsabilità. Il rispetto, l’aver seguito collettivamente le regole decise dalle autorità competenti. La consapevolezza porta al pensiero strategico che non ci appartiene come popolo, soprattutto a Sud. Dobbiamo invece imparare ad adottarlo in una visione lunga ma anche verificabile. Cosa che abbiamo dovuto fare durante la quarantena quando, ogni giorno alle 18, la Protezione Civile ci comunicava i numeri del contagio e noi potevamo vedere il risultato e le conseguenze delle nostre azioni, del nostro comportamento. Quando ne usciremo, avremo imparato tanto. E’ molto importante che questo insegnamento non venga perso: cosa purtroppo assolutamente possibile!

Nota bene: sul suo profilo Facebook, Francesco Morace il 9 aprile ha pubblicato questo testo:

Il «virus del contrappasso» ha esaltato la verità dei numeri,
smentendo la girandola delle opinioni.
Restituito il tempo sacrificato
riducendo lo spazio in cui viverlo.
Vanificato le frontiere
dimostrando che gli stranieri siamo noi.
Potenziato l’invisibile nell’era della visibilità.
Minacciato il respiro
migliorando la qualità dell’aria.
Vendicato il mondo animale
imponendo la potenza della natura.
Ridicolizzato l’opinione del popolo
valorizzando la competenza degli esperti.
Penalizzato il contatto fisico
dimostrandone l’insostituibilità.
Eliminato gli eccessi
dando forza all’essenziale.
Smascherato gli alibi maschili
dimostrando la superiore forza del femminile.
Isolato le persone
indicando il bisogno di reciprocità.
Smantellato il sovranismo
alimentando la coscienza planetaria.