Gaetano Di Gregorio, il designer che inventa la pietra - CTD
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Paolo Casicci

15 giugno 2019

Gaetano Di Gregorio, il designer che inventa la pietra

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La collezione Lapidea vista a Edit Napoli: come fare ricerca sui materiali senza essere cerebrali

La ceramica come strumento per indagare il tempo. Una collezione di manufatti in cui il design è speculazione ma la forma resta centrale. Un concept sofisticato che non vuol essere cerebrale. A Edit Napoli spiccava Lapidea di Gaetano Di Gregorio, una raccolta di oggetti quasi archetipici forgiati da questo architetto e designer siciliano di nascita e veneziano di adozione lavorando la materia prima in chiave artigianale con risultati che in natura (stratificazione, sedimentazione) richiederebbero migliaia di anni. Un processo raffinato che ha portato la ricerca alla prima edizione della fiera di design editoriale.

Lapidea-gaetano-di-gregorio-ceramica-edit-napoli

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Perché un designer che lavora la ceramica realizzando generalmente apprezzate collezioni porta a Edit Napoli un lavoro di ricerca, di certo più complesso da comunicare?

“Lapidea, anche se non sapevo che avrebbe avuto questo nome né questa forma, è un lavoro che avevo in mente da qualche tempo. Ho fatto una riflessione che è anche una scommessa, perché Edit mi è sembrata la piattaforma adatta per un lavoro che non era, come si dice di un vino o di una pianta, ‘pronto effetto’. L’impostazione di Edit, più raccolta, ma allo stesso tempo internazionale, mi ha dato l’idea che potesse essere il posto giusto per avere il tempo e l’attenzione per poter raccontare questo percorso. Non ero sicuro di poter arrivare a un risultato convincente, quindi per qualche settimana ho tenuto in piedi un piano B. Quando poi ho capito che la strada intrapresa stava portando ai risultati attesi, non ho più avuto esitazioni. Sono arrivato il giorno dell’allestimento senza che nessuno avesse visto niente, col timore che avrei potuto suscitare interesse solo tra geologi ed esperti di argille. E’ stata quindi in tutto e per tutto una sorpresa per le curatrici e una scommessa per me, che però si è rivelata una felice circostanza”.

Lapidea-gaetano-di-gregorio-ceramica-edit-napoli

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In che senso questo progetto con l’argilla è diventato un progetto sul tempo?

“Questa sperimentazione in effetti mi ha portato a lavorare la ceramica in una maniera forse inedita. Dico forse perché non so se qualcuno lo ha fatto o sta facendo un percorso simile. Di sicuro si è rivelato un progetto di ricerca, che quando ho cominciato non era ancora così chiaro. Rispetto al tema del tempo, i significati sono due. Il primo è relativo al tempo materiale che ho impiegato per realizzare ciascun pezzo, un lavoro lungo e paziente, che in questa prima fase ho eseguito con le mie mani. Il secondo riguarda il processo, che consiste in una sorta di ‘invenzione della pietra’, cioè nel produrre pietre fantastiche aggregate come rocce sedimentarie o modificate dalle alte temperature. Questo processo in natura richiede tempo, forse migliaia di anni e dovrebbe comunicarci un grande rispetto verso il materiale lapideo. Il tempo che impiego nel realizzare ciascuno di questi lavori è infinitamente più breve, ma incorpora la memoria di quel tempo più lungo. L’ultimo aspetto è legato a come questa piccola collezione di oggetti si presenta: una raccolta di frammenti archeologici che richiamano un tempo antico, la tradizione italiana del cocciopesto, del terrazzo, delle palladiane e in generale dell’uso del laterizio, magistralmente interpretato nell’architettura di età romana e però ancora oggi attuale”.

Lapidea-gaetano-di-gregorio-ceramica-edit-napoli

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Qual è il senso del progettare oggi con la ceramica e quanto incidono i tuoi natali a Caltagirone, terra di maestri ceramisti?

“Se non fossi cresciuto a Caltagirone, non avrei avuto occasione di frequentare le botteghe dei ceramisti fin dall’adolescenza. La ceramica sorprende perché, pur essendo uno tra i materiali più antichi, consente sempre di sperimentare e di ricavare cose nuove. Per questo mi piace progettare e anche lavorare manualmente con questo materiale, che ha molte qualità, ma soprattutto è flessibile. Ho la presunzione di conoscere ormai tante cose, ma c’è spesso la sorpresa di scoprirne nuove, potendolo lavorare da crudo, da cotto e da smaltato. Quando ero bambino, un mio cugino andò in Cina e tornando raccontò che lo yogurt era confezionato in vasetti di porcellana e nessuno vi faceva caso, mentre i bicchieri di plastica trasparente per la birra erano ricercatissimi. Questo racconto mi aveva colpito e trovo ancora oggi che possa essere di ispirazione per provare a invertire la rotta e tornare dalla plastica alla ceramica, che per esempio mantiene l’acqua a una temperatura costante. Tante cose nella ceramica stanno meglio, anche le piante, si tratta quindi di andare indietro nel tempo e capire come veniva utilizzata. In Cina ho avuto l’occasione di fare due esperienze di lavoro sulla porcellana in periodi diversi, nel 2006 e nel 2015 in residenza presso strutture produttive. Lì ho potuto osservare il loro modo di intendere e di lavorare questo materiale, che conoscono da molti più anni di noi, ed è stato illuminante e fondativo per la mia produzione successiva. La ceramica a cui ero abituato infatti era più legata all’aspetto artistico e decorativo, frutto di modalità di lavoro esclusivamente artigianale”.

Lapidea-gaetano-di-gregorio-ceramica-edit-napoli

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Lapidea ti fa sentire un virtuoso della ceramica?

“Con questo ultimo progetto mi sembra di aver fatto uno scatto: dal lavorare con la ceramica, sono passato a lavorare sulla ceramica, intesa come materia prima.Talvolta accade ad alcuni ceramisti di arrivare a sviluppare una competenza tale da farli diventare dei virtuosi, col rischio di ritrovarsi all’interno di un loop tecnico. Spero di non diventare così virtuoso!”.

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Che cosa vuol dire, in concreto, che quella di Lapidea è una strategia produttiva mutuata dalla lavorazione industriale?

“Lapidea è un progetto focalizzato principalmente sul processo di lavorazione, quindi la ricerca include un principio di razionalizzazione e ottimizzazione dello stesso – un progetto nel progetto – che è tipico della produzione industriale, ma si può mettere in atto anche per prodotti che sono realizzati interamente a mano. Quel che conta è il metodo, al di là del fatto che un prodotto sia realizzato in larga o in piccola scala. E’ indiscutibile però che un oggetto realizzato a mano abbia un’impronta e una cifra diversa rispetto a uno industriale, la differenza sta proprio in questo, ma l’aspetto produttivo deve essere guidato da un pensiero, anche per esempio, ai fini della riduzione degli sprechi. Produrre per me non è alchimia o gesto, ma soprattutto pensiero e disciplina”.

Lapidea-gaetano-di-gregorio-ceramica-edit-napoli

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Lapidea è anche una collezione “circolare”: è un tema cui sei particolarmente sensibile, oggi che il mondo del design sembra voler fare proprie le istanze della sostenibilità?

“Questo è un tema cui sono sensibile, in particolare nel progetto Lapidea c’è un recupero totale del prodotto, non vi sono sfridi, il materiale impiegato viene interamente messo in gioco. Il progetto stesso è stato realizzato con vecchie argille avanzate che avevo da anni nel mio studio, spostate da un ripiano a un altro, cariche del proprio peso specifico e della mia frustrazione per averle fatte seccare senza utilizzarle. Improvvisamente in questi mesi sono diventate l’elemento più prezioso e per realizzare questo lavoro non è stato acquistato un solo kg fresco. L’argilla di per sé è un prodotto che si rinnova se impastato con acqua, quindi non ha neanche senso parlare di riciclo, è un materiale geneticamente circolare. Per me che lavoro con un materiale naturale è un aspetto quasi scontato, ma credo che questo principio debba sempre più informare il mondo della produzione in genere, un prodotto sostenibile vale di più in termini di significato. Siamo in generale ancora un po’ distanti dall’applicazione di questo principio a scala diffusa, ma ci sono sicuramente passi avanti, comincia a esserci una sensibilità non solo da parte di chi produce, ma anche sul fronte dell’utilizzatore finale. Tornando a Lapidea, oltre alla circolarità nel processo di realizzazione del materiale, per alcune lavorazioni questi miei agglomerati possono forse essere competitivi rispetto al marmo o alla pietra perché, nella loro umiltà, li rappresentano e li interpretano senza elevati costi produttivi e ambientali, né sprechi di materiale”.

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Il lavoro sulla materia si concretizza con Lapidea in una serie di oggetti che sono un punto di sintesi tra ricerca sul materiale e forma. Quanto conta oggi per un designer riflettere sulla forma, in un progetto di ricerca?

“Personalmente le derive formali non mi interessano, ma credo che in questo mestiere tutti ci aspettiamo prima o poi di vedere delle forme, che sono il veicolo più immediato e diretto per comunicare un messaggio, che vuol dire un pensiero (quando c’è). In effetti in questo lavoro cerco di tendere a un equilibrio tra forma e ricerca e tenterò di spiegarlo di seguito. Le forme che ho pensato per Lapidea sono state un pretesto per testare la sperimentazione sul materiale. Riguardo alle cose da esporre, ho voluto fermarmi un attimo prima di realizzare dei veri e propri prodotti, perché non volevo che la ricerca sul materiale passasse in secondo piano rispetto al prodotto, cioè che i visitatori si trovassero a commentare dei vasi o dei piatti finiti, senza cogliere quale fosse il materiale e quale il suo racconto. Per questo motivo ho imbastito un lavoro corale, una specie di raccolta archeologica, che avesse forza in solido e non come semplice insieme di singoli pezzi. Ciascuno ha una sua forma che discende dalla necessità di fare emergere le diverse potenzialità del materiale. Per quanto diversi, tutti i lavori hanno un tratto comune: la volontà di mostrare il volume della ceramica, che è normalmente trattata in superficie: decorata, impressa o smaltata. Affidare al volume e quindi allo scavo e alla levigatura, la qualità della materia è un principio che ha ispirato anche la forma. Questo punto di sintesi si è reso possibile perché aspetto estetico e sostanza della materia coincidono. Il materiale messo a punto in questa prima fase voglio adesso tramutarlo in prodotti veri e propri, che nel loro farsi forma non potranno contraddire l’assunto di dichiarare il volume”.