Gala, dalla Sicilia lo sgabello di design ispirato a Dalí | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

15 giugno 2016

Gala, dalla Sicilia lo sgabello di design ispirato a Dalí

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Intervista a Luca Maci di Unistudio, creatore dello sgabello Gala

 

Da Lentini, in Sicilia, alla ribalta grazie a un’idea di design che sposa tradizione e contemporaneità, linee geometriche pulite e materiali naturali, con l’obiettivo di porsi in continuità con il territorio. Tra gli ultimi prodotti di Luca Maci e Unostudio c’è Gala, sgabello in legno di cedro, ricavato dalla fresatura di un unico tronco.

Come è nata l’idea di Gala, a partire dai materiali, che sono una sua cifra stilistica ricorrente?

“Gala è un progetto concepito per la partecipazione al 3° Design Award promosso da Riva 1920, la cui richiesta specifica riguardava la progettazione di uno sgabello in legno di cedro compatibile con gli altri elementi già presenti nella loro produzione, a partire da un unico tronco, un blocco monolitico da tagliare o fresare. Così si è lavorato su una inversione sintattico-concettuale, su un oggetto che potesse rappresentarsi come il frutto di un processo additivo, di filiazione, ottenuto paradossalmente attraverso un processo lavorativo di sottrazione della materia, di scavo. Su questo paradosso e sull’utilizzo di volumi semplici e puri, quali le sfere in un sistema radiocentrico, si è poi innestato lo stimolo visivo dell’opera di Dalí Galatea con sfere da cui lo sgabello mutua appunto il nome. Il lavoro sul legno si inserisce in un percorso personale più ampio di riscoperta delle materie prime naturali stimolato dal confronto con la tradizione costruttiva e produttiva riscoperto nella quotidianità professionale nella provincia siciliana, e dal fascino subito dal design italiano postbellico”.

Come si sposa – se si sposa – il suo lavoro di designer con il concetto che le è caro di architettura resiliente?

“Essere architetto in Sicilia, e ancor più designer, è già una scelta di resilienza, intesa come resistenza, costante e quotidiana. Se si decide di lavorare in questa terra, senza cedere alla tentazione di fuggire, perché la si ama e si intende contribuire alla sua rinascita, e se si decide di farlo con responsabilità, si decide automaticamente di resistere alla tentazione di uniformarsi, di cedere alla compromissione dell’integrità personale e professionale. Credo che l’architettura ed il design rappresentino oggi, qui più che altrove, un presidio culturale ed allo tempo stesso una reale opportunità di rilancio per le nostre città, spesso abbandonate e degradate, e per i nostri labili sistemi economici ridotti ormai alla sussistenza anche attraverso la riscoperta e la conversione dei saperi antichi delle produzioni artigianali che con il tempo abbiamo abbandonato inseguendo deformi idee di sviluppo poco affini alla nostra identità”.

Che cosa vuol dire fare design in Sicilia?

“Credo rappresenti ancora per molti, giocoforza, un vezzo, un gioco, o piuttosto un’aspirazione; per pochi, purtroppo, una passione che si è trasformata in professione. Nonostante la multimedialità abbia accorciato le distanze, la Sicilia paga ancora la sua marginalità, la distanza, fisica e culturale, dal mondo produttivo di settore. Poche le realtà produttive isolane e scarsa l’attenzione generale al fermento che mi pare invece si stia registrando con una nuova generazione di architetti/designer formatisi nelle migliori scuole italiane e poi rientrati in Sicilia per sperimentare, spesso ricorrendo all’autoproduzione, la contaminazione tra tendenze internazionali ed ispirazione locale. Questa terra è, ovviamente, foriera di grande ispirazione. Per superare questa distanza occorrerebbe lavorare sulle connessioni professionali, sulla conoscenza, sul dialogo, sulla collaborazione tra le varie realtà isolane, prima di tutto, e con i distretti produttivi del nord Italia”.

Quanto è un peso e quanto un’opportunità fare architettura rivolgendosi all’Italia e a contesti internazionali lavorando in una zona difficile, dove la bellezza va ricercata e il paesaggio è stato spesso violentato?

“Certo, la Sicilia non è zona facile, lo ammetto. Qui pare si siano perse l’attitudine e la familiarità con la bellezza che invece hanno reso glorioso il passato dell’isola. Ma quel passato, materializzato nelle sue opere, è lì fisso e fa da monito per chi ha la sensibilità di intenderlo, di riscoprirlo. Quella dell’architetto, qui, è una figura ancora ambigua, poco chiara ed apprezzata come lo è, generalmente, il suo ruolo sociale; ma proprio qui, dove il paesaggio è stato spesso violentato, è ancor più necessaria, se solo si riuscisse a riconoscerlo, da parte dei privati e delle amministrazioni, allo stesso modo. Proprio quella depauperazione a cui si accennava potrebbe, dovrebbe, essere occasione di rilancio e di lavoro per tanti professionisti che andrebbero impiegati in una necessaria, collettiva, capillare operazione di riconversione estetica delle città e del paesaggio attraverso piccoli e grandi interventi di recupero, ricucitura, riqualificazione, pianificazione propri della professione di architetto che si è sposata, per passione e per missione”.