Perché difendere le brutte tag di Geco vuol difendere anche tutto il bello della street art - CTD
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Perché difendere le brutte tag di Geco vuol dire difendere anche tutto il bello della street art

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Il writer indagato ci ricorda il senso di una forma di espressione nata per dispiacere. E che forse abbiamo rimosso

C’è un rumore di fondo un po’ fastidioso, come un gracchiare petulante, che accompagna il dibattito sull’indagine a carico di Geco. 

Il graffitista che la sindaca di Roma Virginia Raggi ha annunciato di avere messo fuori gioco con un’indagine degna di un boss mafioso non è certo un raffinato street artist, di quelli che negli ultimi tempi siamo abituati a vedere in giro sulle facciate degli edifici dei nostri quartieri più brutti. Né ha mai lavorato su ingaggio di un Comune, “concertando” – come è di moda dire – l’intervento con comitati di quartiere, associazioni per la difesa della bellezza e istituzioni varie.

Geco ha semplicemente il (de)merito di riportarci alle origini di una forma d’arte – sì, arte – che, nel nome della sua evoluzione, abbiamo voluto rimuovere. Oggi, quando diciamo street art, parliamo di quell’universo multiforme e sfrangiato di espressioni nate dalla stessa radice del gesto “contro” e poi diventate altro, molto altro, come più volte abbiamo raccontato per esempio qui, qui e ancora qui.

Geco rappresenta il rimosso di una forma d’arte partita per essere contro e poi arrivata nei musei. Difendere lui vuol dire difendere tutto quello che è venuto dopo

Oggi, parlare di street art vuol dire pensare a musei a cielo aperto come quello di Tor Marancia che hanno contribuito a fare di Roma un centro propulsivo di questa espressione creativa nel mondo. Vuol dire pensare agli interventi di artisti come Gue, Greg Jager, Giulio Vesprini e chi più ne ha più ne metta. Vuol dire pensare, addirittura, a una mostra in un museo, Street Art, che nel 2017, al Macro di Roma, segnava l’ingresso nell’ufficialità di questo mondo nato da un gesto “contro”. Un’ufficialità che non tutti i suoi protagonisti condividono, anzi: come scrisse Blu, “la mostra Street Art è il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi”.

Quella di Blu, a suo tempo, non è stata una voce isolata, ma non è neanche diventata maggioritaria, segno che quel mondo partito dal bisogno di andare “contro” aveva tutto sommato accettato di entrare nei musei, di dialogare con le città, con i loro amministratori, sindaci e comitati di quartiere. 

Eppure, quello che rischiamo di dimenticare e che Geco ci ricorda oggi con il disprezzo che si è levato contro di lui, è che tutto quanto di bello l’arte urbana ci regala oggi, parte da una matrice precisa: quella di chi prima di voler piacere, vuole innanzitutto dispiacere. Tale è il senso delle tag, da cui poi è germinato molto altro.

Dimenticare questo vuol dire far finta di non vedere o sapere da dove siamo partiti. Anche se la mano del writer si è posata sulle belle architetture razionaliste della capitale, sul Riccardo Morandi di un bellissimo parcheggio-mercato che aspettava una degna attenzione da ben prima dello sfregio del writer. Anche se Geco non ci piace e resta un orrendo imbrattatore, o forse proprio per questo, difenderlo è un po’ difendere tutto quello che di bello c’è stato dopo di lui.