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14 settembre 2018

Genova un mese dopo, la città sotto il Ponte Morandi che nessuno vuol vedere

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Tutte le luci sul viadotto da ricostruire, mentre latitano le idee per ricucire il territorio. Così naufraga un’idea di futuro

Giuseppe Pino Scaglione, architetto e docente

La vicenda del Ponte Morandi è una tragedia tutta italiana sulla quale si sono spesi e seguiranno ancora fiumi d’inchiostro, purtroppo inutili a far tornare in vita le vittime così come a riportare in un solco civile e intelligente il tema vero.

Questa è una riflessione con un certo distacco dal dramma umano, volta alla parte civile del ruolo del progetto, ad un mese dal disastro, a quanto pare preannunciato – nel 1989 – dallo stesso Riccardo Morandi, che denunciò allora lo stato di degrado della sua creatura, in particolare degli stralli più critici poi venuti giù il 14 agosto.

La questione che mi preme segnalare, già sollevata dalle cronache, è come sia stato possibile far convivere in tutti questi anni un colosso infrastrutturale come il ponte e la grande arteria di cui è parte con le case sotto, ora in buona parte sgombrate. Allora come oggi, il tema urbanistico appare del tutto secondario: una città difficile (tutta “in salita”), morfologicamente complessa come Genova, non ha saputo studiare negli anni una soluzione intelligente che evitasse tanto la “contestata” Gronda quanto un nuovo ponte oltre quello crollato, su cui, senza esitare, Renzo Piano si è gettato a capofitto.

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Il Ponte Morandi sulla Domenica del Corriere, 1964

Credo sia questo ancora oggi il tema principale, e ancora una volta è affrontato sulla spinta di un’emergenza vera ma allo stesso tempo cronica: un Paese che vive senza visione di futuro, senza progettare oggi le città di domani (e accadeva anche negli anni Sessanta del secolo scorso), le sue reti e le sue relazioni umane di qualità, è un Paese che non avrà futuro urbano degno di interesse per chi lo abita e lo utilizza.

Il tema urbanistico appare del tutto secondario: una città difficile e tutta in salita, morfologicamente complessa come Genova, non ha saputo studiare negli anni una soluzione intelligente che evitasse tanto la contestata Gronda quanto un nuovo ponte oltre quello crollato, su cui, senza esitare, Renzo Piano si è gettato a capofitto

Nessuno tra politici, amministratori, tecnici, ha accennato al tema di quel “sotto” urbanisticamente problematico, tranne Piano, che illustrando la sua idea ha suggerito di indire poi (forse mai, secondo i modi italiani) un concorso per la creazione di un parco nel torrente! Nessuno ha preso in considerazione, nemmeno per un po’, la possibilità di un tunnel sotterraneo, senz’altro più sicuro e anche veloce da costruire del ponte in rilevato. Persino tra i progetti di Anas di alcuni anni fa sembra esistere un’ipotesi preliminare che prevedeva l’interramento del tratto dove era il ponte Morandi.

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Ponte Morandi, Genova

Ma se proprio Piano, architetto internazionale, senatore a vita, tiene separate le cose, architettura-infrastruttura-città, mi preoccupo non poco delle sorti delle nostre discipline di architetti-urbanisti. Questo è anche il risultato della continua, costante separazione dei saperi del progetto, della frammentazione della professione in tanti rami (a volte secchi) di specializzazioni che non dialogano tra loro e che poi producono progetti sterili, monotoni, univoci.

Perché non prendere in considerazione l’ipotesi di un tunnel, senz’altro più sicuro? Perfino negli archivi di Anas c’è un’ipotesi preliminare simile

Mi sarei aspettato in questo frangente anche un pronunciamento deciso di associazioni, architetti, ingegneri, Inu, Inarch…, forse anche dello stesso Piano: riflettere sul progetto, sulla città, su Genova, che in quest’occasione potrebbe essere ripensata, anche riducendo il numero infinito di terribili, vertiginose sopraelevate che la frammentano e la tormentano, portando avanti al contempo una soluzione rapida per ri-collegare le parti traumaticamente separate.

Quanto sta accadendo è il risultato della continua, costante separazione dei saperi del progetto, della frammentazione della professione in tanti rami a volte secchi di specializzazioni che non dialogano tra loro

Dove sono finite la “fantasia”, la famosa creatività italiana? Umiliate da politici di scarse vedute? Non credo solo a questa tesi, ormai alibi troppo comodo. Siamo chi votiamo e anche noi vittime di un assurdo incantesimo che ci coinvolge tutti e ci irretisce da tempo, ci rende incapaci di scatti di orgoglio, di fare comunità, di pensare al futuro e liberarci della nostalgia.

Anche la vicenda del ponte, nelle parole degli architetti, è densa di questi sentimenti: “Lasciare il ponte come lacerto”, monumento di “Morandi” e del “genio” italiano, “ricostruirlo in acciaio ma con le stesse forme”, sostituirlo con quello “bellissimo di Piano” (ma lo avete guardato bene? È un bell’esercizio di stile, tecnica e nulla più!) e via discorrendo sui social come luogo deputato a qualsiasi posizione, che viene legittimata un istante dopo essere pubblicata online.

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Ponte Morandi a Genova

Né vale a qualcosa invocare il ritorno al “miracolo” italiano che fece nascere quel ponte, e che portava in sé anche quella storica, perenne deformazione italiana che alla lunga si rivela incompleta, troppo veloce, precaria, senza un seguito, isolata, gestuale, e che in ogni caso, pur nelle sue migliori intenzioni, sarà impossibile –se non inutile- riproporre.

Vicende umane, civili e progettuali, avrebbero avuto ben altro esito che una tragedia se avessero avuto spazio e messo radici profonde idee e riflessioni di pensatori del progetto e della critica come Manfredo Tafuri, Giancarlo De Carlo o Bruno Zevi con il suo coraggio o ancora Ludovico Quaroni con la sua lucidità o lo stesso Morandi, uomo dalla razionale inventiva. Siamo impoveriti, nel progetto come nella politica, di idee e di personalità, e questo ci rende più poveri anche di dibattiti e confronti, lontani dalla società, smarriti di fronte a ciò che un tempo avremmo saputo gestire con il progetto che, ricordo, vuol dire pro-jecton, proiettare un’idea, spingerla oltre il presente, guardando al futuro.

Non serve invocare il ritorno al miracolo italiano, occorre un’idea di progetto che significhi spingere avanti il presente e guardare al futuro

Il crollo del Ponte Morandi insegnerà qualcosa agli architetti, ai progettisti, agli ingegneri italiani, ai cittadini? Sono ottimista e credo di sì, altrimenti, oltre quella voragine drammaticamente vera, seguiranno altre nelle nostre menti.