Giacomo Moor: il design segue il cambiamento, non insegue le mode - CTD
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Claudia Coppa

9 dicembre 2019

Giacomo Moor: il design segue il cambiamento, non insegue le mode

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Funambolo per la galleria Giustini / Stagetti, un’incursione nel mondo della luce che mostra l’attualità senza tempo del designer milanese

Se esiste un modo di fare design contemporaneo e, insieme, senza tempo, quel modo appartiene senz’altro a Giacomo Moor. Non soltanto perché questo progettista classe 1981, laureato al Politecnico e con una lunga pratica in falegnameria, ha puntato sul legno come materiale d’elezione, ma anche per la capacità di muoversi in equilibrio tra il passato e il presente. Basti pensare a Vapore, il progetto con cui ha attualizzato il legno curvato, restituendo a un processo e a una forma quello che gli anni avevano reso fuori moda.

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Funambolo di Giacomo Moor per Giustini / Stagetti

Emblema di questo equilibrio progettuale è la collezione Funambolo ispirata all’immaginario poetico degli acrobati e nata dalla seconda collaborazione di Moor con la galleria romana Giustini / Stagetti. Un progetto di illuminazione, dove un cilindro tornito, composto da un braccio più lungo in legno e da uno più corto in metallo di identico colore, si appoggia su un tondino e trova il suo equilibrio in un punto inaspettato lontano dal suo centro, in una sospensione quasi magica. Una striscia led è incassata nella parte in legno dell’asta e può essere direzionata con una semplice rotazione lungo il suo asse longitudinale, la conduzione magnetica permette il passaggio elettrico con il solo contatto delle due aste sovrapposte. Funambolo è in mostra presso la galleria romana fino al 23 dicembre in dialogo con un’altra collezione, Un fiore per 12 mesi, di Andrea Anastasio. Abbiamo approfittato dell’ultimo lavoro di Moor per ripercorrere con il designer la sua storia e il suo approccio al design.

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La tua storia di progettista inizia con Difetti di pregio, il titolo della tesi che fatto sposare la tua esperienza di falegname presso Marco Lissoni con la tua passione per il design, tutto grazie ai consigli del tuo relatore Beppe Finessi che ha saputo cogliere questa visione d’insieme. Qual è stata la tua prima reazione a questa proposta e come hai deciso di trasformare tutto questo nel tuo futuro? 

Era una decisione giusta per me, per il mio carattere e per il percorso che avevo in mente. In quel momento mancavo di piena consapevolezza, ma decisi di tentare. Con tutti i dubbi del caso, terminati gli studi al Politecnico infatti non andai a lavorare in uno studio, come fecero quasi tutti i miei compagni. All’inizio non è stato semplice, non avevo uno spazio e non avevo macchinari. Decisi di conoscere più falegnami possibili che mi aiutassero a realizzare le piccole commissioni di privati che avevo, e fu cosi che conobbi la Brianza, i suoi artigiani e fornitori. Molti di questi sono ancora miei collaboratori. 

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Il legno è dunque il materiale cardine della tua attività, sul quale basi la tua ricerca e il tuo lavoro. Come decidi le essenze da utilizzare in ogni progetto e comi inizi a indagare nuovi metodi di lavorazione? La manualità e l’artigianalità dei processi restano sempre e comunque una caratteristica imprescindibile? 

A volte, andando dai fornitori, scopro un legno che mi interessa o sono loro a parlarmene, altre facendo ricerca su legni che non si usano più o che sono più adatti per alcune lavorazioni. Ce ne sono di più adatti alla tornitura, altri alla curvatura. La manualità e l’artigianalità rimangono fondamentali nella prima parte del progetto, quella legata alla ricerca e alla prototipazione. Quando disegno per l’industria spesso lavoro su un dettaglio costruttivo che dovrà poi essere ingegnerizzato e adattato a una logica seriale. Quando lavoro per una galleria la componente artigianale rimane, i prodotti vengono realizzati manualmente uno a uno. Cosi anche per l’area dedicata ai lavori per i privati dove i progetti sono su misura: progetti sartoriali cuciti sulle esigenze del cliente. 

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Quando affronti un progetto, qual è il peso che attribuisci alla funzione e quello che riservi all’estetica? 

La forma per me è spesso conseguenza non tanto della funzione, ma dell’approccio costruttivo. Non so fare decoro né ragionare su forme a priori senza che queste siano date da un materiale, una tecnica e una funzione. Anche i più piccoli dettagli devono trovare giustificazione nella totalità del progetto. Una sezione circolare piuttosto che quadrata, un piano in aggetto piuttosto che arretrato, un determinato materiale piuttosto che un altro devono essere funzionali alla costruzione di un mobile o all’utilizzo di questo. Credo che anche il progetto più poetico sia figlio di una ferrea logica tra le parti in gioco. 

La forma per me è spesso conseguenza non tanto della funzione, ma dell’approccio costruttivo. Anche i più piccoli dettagli devono trovare giustificazione nella totalità del progetto. Perfino il progetto più poetico è figlio di una ferrea logica tra le parti in gioco

La tua attività si è ampliata in modo abbastanza rapido, e ora hai architetti e designer che collaborano con te. Nonostante questo, dedichi sempre la stessa attenzione alle tue creazioni, sia nella fase teorica che in quella manuale? 

Nello sviluppo delle collezioni per le gallerie e di prodotti per le aziende sono presente in tutte le fasi e in prima persona. Seguo lo sviluppo del progetto quotidianamente. Per quanto riguarda i progetti di interior sono presente nella prima fase di concept e poi in quella della verifica dell’insieme, prima che il progetto venga montato. La fase manuale mi vede coinvolto in prima persona durante la prototipazione di un giunto o un particolare da presentare all’azienda o alla galleria in fase di concept, devo ammettere che questi momenti rimangono i più edificanti nella mia professione. Nel lavoro di tutti i giorni ho la grandissima fortuna di avere un bravissimo responsabile di produzione che gestisce i ragazzi della falegnameria. 

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Vapore, per Galleria Luisa Delle Piane

Lavori per realtà molto differenti fra loro, come quelle delle gallerie, delle industrie e della committenza privata o di architetti. Come cambia il modo di relazionarsi con ognuna di esse e in che misura queste diverse dimensioni influiscono sul tuo operare? 

Tempi e modalità sono molto diversi, per esempio lo sviluppo di una collezione per una galleria può prendere più di un anno, cosi come l’ingegnerizzazione di un prodotto per l’industria dura mesi. Una cucina può invece essere disegnata e realizzata in pochissimo. Le tre aree però seguono la stessa idea di progetto, lo stesso linguaggio e la crescita progettuale dello studio. A volte sviluppo per un privato un dettaglio costruttivo che poi decido di approfondire meglio o enfatizzare in una collezione per una galleria. Quello che non cambia sono le basi della relazione: sono chiamato a disegnare qualcosa per qualcuno, quindi ad ascoltare le sue esigenze, i suoi bisogni, che siano questi dati dal mercato, dai gusti personali di una coppia o dalla ricerca stilistica di un direttore di una galleria. 

Da architetto sono abituata a relazionarmi con un contesto o con delle limitazioni imposte dal luogo di intervento, che diventano poi sfide e spunti per affrontare il progetto. Nel caso delle tue collezioni limited, da dove nascono le idee? Sono le gallerie a commissionarti un tema o sei tu a portare avanti delle ispirazioni? 

Nel mio lavoro i limiti sono diversi. Ci sono i limiti dati dalle aziende che non lavorano quel materiale o non fanno quelle lavorazioni, limiti del mercato di riferimento o della necessità di avere una sedia piuttosto che un tavolo; limiti di budget o di dimensione dello spazio quando mi relaziono con i privati; e infine i limiti dati dalla materia e le lavorazioni che possono applicare. Credo che il limite sia un grande alleato nella progettazione perché libera il campo di azione e aiuta a focalizzarsi sull’obbiettivo. 

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Umberto Riva e Giacomo Moor

Quanto è importante il fatto che la tua attività si svolga a Milano, cuore pulsante dell’innovazione e del design? 

Per le due aree bespoke e industrial direi molto, i miei artigiani e i miei fornitori sono per lo più in Brianza cosi come le aziende per cui disegno. Le gallerie invece sono un discorso a parte, perché se si decide di affrontare un tema di ricerca particolare, questo può essere sviluppato con artigiani o fornitori lontani. 

Come hai iniziato a collaborare con contesti più distanti come quello della galleria romana Giustini / Stagetti che ospita in questi giorni una tua collezione per la seconda volta? 

Le gallerie di design contemporaneo non sono molte in Italia. Giustini/Stagetti in Italia è una di quelle che lavora a livello internazionale partecipando a fiere e mostre. Con Stefano e Roberto ci siamo conosciuti in occasione della presentazione della mia collezione Vapore per Galleria Luisa Delle Piane. Centina, il primo progetto disegnato per loro, è stato molto importante, innanzitutto per le difficoltà tecniche e poi perché rappresenta una tappa di un percorso, quello delle gallerie, che avevo intrapreso già da un po di anni. Presentare la collezione Centina insieme al lavoro di Umberto Riva è stato emozionante. 

Dopo Centina, ti vediamo appunto a Roma con un nuovo progetto, stavolta dedicato al lighting design: Funambolo. Come mai ti sei cimentato in questa nuova tipologia e hai deciso di farlo con un richiamo a un’idea generalmente così poetica e forse anche metaforica? 

Mi piaceva l’idea di affrontare una nuova tipologia in cui poter sperimentare. Giustini/Stagetti ancora una volta erano i perfetti interlocutori. L’ingegnerizzazione è durata quasi un anno ed è stata affidata a un loro tecnico, grazie al quale ho acquisito molta conoscenza in materia. Sono molto soddisfatto del risultato finale. Cerco sempre di costruire un racconto intorno alle mie collezioni. Un impianto narrativo che usa immagini e riferimenti di altri settori, come l’architettura. L’immaginario poetico dei funamboli rappresenta perfettamente l’idea di equilibrio. 

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Metropolis, uno dei primi progetti limited edition di Giacomo Moor

I tuoi prodotti sono sempre molto lineari e puliti, un’esaltazione dei materiali e delle loro lavorazioni, seguono il cambiamento ma non la moda. È questo secondo te che rende un progetto durevole negli anni e senza tempo? 

Non ho la pretesa di sapere cosa rende un progetto durevole e senza tempo. Seguo il mio percorso, la mia ricerca e gli interessi che ho in quel momento, che a volte arrivano da suggestioni esterne, un’architettura, un movimento, una forma. Avere un approccio coerente e integro penso sia una buona base su cui costruire la propria professione. Prendersi i tempi giusti per fare le cose in questo contesto in cui tutto è frenetico, potrebbe essere la chiave.