Gian Piero Frassinelli: nel bricolage il futuro del design - CTD
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Redazione

10 marzo 2019

Gian Piero Frassinelli, ex Superstudio: nel bricolage il futuro della casa

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A un mese dal Salone del mobile, un libro spiega come il do it yourself può aiutare il design a uscire dalla sua bolla

I giorni della bolla sono iniziati. Manca un mese esatto alla Milano Design Week, e nella vita (e nelle caselle di posta elettronica) di designer e giornalisti di settore c’è posto soltanto per anticipazioni, render e schizzi di stand e installazioni, la stragrande maggioranza dei quali vedrà la luce pochi giorni prima dell’apertura.

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Brera design district

Ma di che cosa parliamo, esattamente, quando parliamo di Design week? E ha senso questa attesa spasmodica, se pensiamo all’effettiva capacità del design dell’arredamento di entrare nelle nostre case andando oltre l’effetto meraviglia delle foto e dei selfie scattati davanti a opere e allestimenti sempre più a misura di Instagram?

Cominciamo dalle cifre. Il design dell’arredamento muove in Italia quarantuno miliardi di euro l’anno e dà lavoro a 320 mila addetti. Il mercato della moda ne vale qualcosa meno del doppio, eppure neanche il fashion mobilita un’intera città come fa il design ogni anno ad aprile. Neanche le settimane della moda, a Milano, danno da lavorare ad albergatori, ristoratori e tassisti quanto i sei giorni consacrati al mobile che portano tra i 434.509 visitatori degli stand in fiera (tanto sono stati l’anno scorso: il 26 per cento in più del 2017) anche il presidente della Repubblica. Già da mesi, trovare una casa o una stanza in affitto a Milano a prezzi abbordabili è un’impresa difficilissima: se l’affitto medio per un alloggio su Airbnb due giorni prima dell’apertura della rassegna è pari a 150 euro, la viglia si toccano i 290 e l’11 aprile, a metà fiera, i 379, con picchi di mille euro in alcune zone centrali.

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Luca Nichetto e Salviati alla Milano Design Week 2017, tunnel di Ventura Centrale

Se dai numeri da capogiro passiamo a una scala più piccola, quella delle nostre case, magari le stesse prese in affitto dal popolo del design, vediamo che il discorso cambia. Quanto dei mobili, della domotica, delle carte da parati dai pattern sofisticati, degli utensili da cucina di ultima generazione, delle texture sperimentali avvistate a Milano arriverà nei nostri appartamenti? Oggi come cinquant’anni fa, al tempo in cui il design italiano fu curiosamente codificato come categoria all’estero e non in patria da una mostra al MoMa di New York poi passata alla storia, l’idea suggerita dall’evidenza è che tra la realtà e l’esaltazione degli addetti ai lavori ci sia uno scarto enorme. No, non è soltanto un’impressione., ma una storia iniziata molti anni fa.

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Sergio Mattarella e Daniele Lago al Salone di Milano 2017

Da due settimane è in libreria una raccolta di pensieri di Gian Piero Frassinelli, Design e antropologia, edito dalla casa editrice Quodlibet e a cura di Gian Franco Bombaci, che può aiutarci a capire di più. Frassinelli, dal 1966 al 1973, ha fatto la storia dell’architettura e del design con il Superstudio, un gruppo che ha progettato negli anni della mostra al MoMa Italy. The new domestic landscape. Come spiega lo stesso architetto, già ai suoi tempi lo storytelling del design non andava di pari passo con la realtà:

“Agli inizi degli anni ’60, quando siamo entrati nelle facoltà di Architettura, e nella seconda parte di quel decennio, quando abbiamo cominciato il nostro lavoro professionale e quello di ricerca, il panorama del design industriale era dominato dal razionalismo. Sembrava tutto regolare: le grandi industrie producevano quegli oggetti, le riviste di architettura li pubblicavano, i negozi nei centri delle città li vendevano. C’era un ma: nelle nostre case, salvo rare eccezioni, di questi mobili non c’era traccia; né ce n’era nelle case dei nostri amici e in quasi tutte quelle dove ci capitava di entrare. Se si guardavano le statistiche e i risultati delle vendite, ci si rendeva conto che tutti questi oggetti d’avanguardia occupavano una modesta nicchia del mercato e che il grosso del fatturato e dello scambio commerciale era appannaggio di aziende, molte piccole ma alcune anche grandi, situate spesso in distretti di provincia interamente dedicati: da Ponsacco alla mitica Cantù, che producevano mobili vecchio stile, in alcuni casi copiati, ma spesso appositamente progettati in altri universi del design. Erano quelli che davano luogo al panorama sconfortante, e spesso sciatto e anacronistico, che ci vedevamo intorno tutti i giorni nelle case, nostre e altrui. Dato che stavamo studiando per entrare anche noi nell’ambito dell’architettura, che allora si occupava, in stretta contiguità, anche del design, era ovvio che ci chiedessimo il perché dello scollamento tra ciò che ci veniva insegnato e che avevamo imparato ad apprezzare e ammirare e ciò che formava il nostro panorama urbano e domestico”.

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Design e antropologia di Gian Piero Frassinelli, ed. Quodlibet, a cura di Gianfranco Bombaci

La bolla di oggi arriva dunque da lontano, dagli stessi anni d’oro del design italiano. Secondo Frassinelli, innanzitutto, da noi è ancora forte il retaggio della tradizione. “Preferiamo la vecchia seggiola della nonna a una sedia ergonomica o di design, forse anche perché il design, in fatto di comfort, ogni tanto è tornato indietro. Se mostro ai miei studenti dello Ied Roma le centinaia di modelli di sedia italiani, paragonati agli esemplari dei Paesi in via di sviluppo dove esistono poche varianti, mi viene da pensare che il design ha complicato tutto inseguendo le mode. E così facendo ha finito per non dettare la linea dove ti aspetti che lo faccia”.

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Distretto del mobile di Cantù

In pratica, quella varietà che alimenta da anni lo show e lo storytelling del design sta rischiando di annullare nella realtà il peso di ciò che vediamo in vetrina, perché gli occhi di un consumatore medio, diversamente da quelli di un appassionato o di un addetto ai lavori, non riescono più a cogliere le differenze tra migliaia di modelli e volgono lo sguardo altrove. Ecco perché parliamo di bolla.

Frassinelli lo spiega con un aneddoto personale: “Da piccolo, mi faceva arrabbiare il fatto di vivere in una casa uguale a quella del mio vicino. Mi sembrava assurda l’idea di palazzi con case tagliate tutte alla stessa maniera, così trent’anni fa ad Amsterdam progettai un edificio con sessanta appartamenti diversi. Quando arrivò il costruttore, disse che in un negozio non possono esserci più di dieci cravatte: se ne trovo sessanta, osservò, vado in crisi e non ne compro nessuna. Ecco, ci siamo talmente abituati a schivare la complessità che abbiamo perso l’attitudine a valutare e capire”.

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Iqos World, Alex Chinneck al Tortona District quest’anno

La tentazione, allora, sarebbe di provare a frenare questa sovrabbondanza, questo effetto meraviglia, limitando ciò che la Design Week e più in generale il design sanno offrire al grande pubblico da anni a Milano: spettacoli e sogni. Ma siamo sicuri che far sognare di meno faccia poi vendere di più?

La soluzione potrebbe essere un’altra: spingere i consumatori a non essere soltanto spettatori passivi, ma a sviluppare l’attitudine e la capacità di riconoscere da soli i propri bisogni, di capire come soddisfarli e magari portarli a realizzare da sé il proprio design. In una parola, la soluzione che suggerisce Frassinelli si chiama bricolage. Il grande architetto immagina infatti che il futuro della casa passi da qui: “Il fai-da-te è una cartina al tornasole della capacità di progettare per se stessi le cose che davvero servono, una capacità che abbiamo perso, esattamente come abbiamo perso la voglia di scegliere tra sessanta modelli tutti diversi di cravatta o di appartamento”.

Già ai tempi del Superstudio, tra gli anni Sessanta e Settanta, il design dei maestri e quello radicale rappresentavano delle eccezioni, delle nicchie. Il mercato era appannaggio dei distretti di Cantù e Ponsacco e le sedie delle nonne erano preferite a quelle più sofisticate

Vediamo con attenzione che cosa vuole dirci Frassinelli: “L’architetto e il designer hanno una possibilità operativa, legata alla loro specifica preparazione tecnica: lo studio e la promozione di tecnologie povere e non specializzate per l’organizzazione dell’ambiente domestico. Infatti è solo mediante l’autogestione dello spazio domestico che l’individuo può prendere coscienza delle proprie necessità reali, eliminando i falsi bisogni”.

Secondo Frassinelli dobbiamo dunque tornare al fai-da-te, ma non come hobby: si tratta piuttosto di “risvegliare, valorizzare e utilizzare le potenzialità creative finora relegate nelle manifestazioni di hobbismo e che la civiltà dei consumi ha accuratamente circoscritto all’uso del tempo libero, sfruttandole come un’altra fonte di appetiti consumistici”.

Il ritorno al fai-da-te non è una profezia nuova. Sono passati quarantacinque anni esatti da quando Enzo Mari pubblicò Autoprogettazione, il libro che spiegava come costruire da soli mobili assemblando tavole di legno grezzo e chiodi, e da allora il design del mobile non è certo tornato indietro o ha fatto a meno delle fabbriche e dei grandi marchi, tutt’altro. Del resto, non era intenzione di Enzo Mari bandire l’industria, come lui stesso spiegava: “Sarebbe sbagliato pensare a un ritorno all’Arcadia, a un mondo in cui ciascuno fa tutto. L’industria esiste ed è un fatto positivo, l’industria va occupata, va gestita, fatta propria. Questi oggetti non vogliono essere alternativi agli oggetti dell’industria, la loro realizzazione vuole essere una sorta di esercizio critico della progettazione”. Non a caso, il libro di Mari non si chiamava Autocostruzione, ma Autoprogettazione. “Nel fare l’oggetto, l’utilizzatore si rende conto delle ragioni strutturali dell’oggetto stesso e in seguito migliora la propria capacità di valutare gli oggetti proposti dall’industria. Si tratta di una attività di ricerca, e la ricerca può essere fatta solo con la pratica diretta”.

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Enzo Mari, padre dell’Autoprogettazione

A sua volta, il tentativo di Mari di far riappropriare i consumatori di una coscienza del prodotto è però stato assorbito dal mercato e i mobili autoprogettati sono diventati uno status. Frassinelli sostiene, mezzo secolo dopo, che “il messaggio portato da tutti quegli oggetti che sono stati concepiti dai designer di avanguardia in funzione di critica sociale o di rottura negli scorsi anni, si è rivelato privo di impatto e di chiarezza a livello di massa, ma soprattutto pericolosamente esposto al recupero da parte del sistema in chiave di moda o di corrente estetico-culturale”. E lo dimostra, curiosamente, una lettera scritta a Mari da un lettore di Autoprogettazione (il designer invitò il suo pubblico a scrivergli): “Lo confesso a malincuore: sono il classico impiegato completamente integrato. La mia casa è perfettamente arredata con tutti i crismi che la società opulenta vuole, ma al contempo non completamente asservita al gusto imperante. Se riuscirò a costruire un solo mobile, non sarà un orpello, una cineseria, ma soltanto un mobile una volta tanto fine a se stesso”.

Soltanto il bricolage, inteso non come hobby ma come uno strumento per assumere consapevolezza della realtà e dei propri bisogni, può riavvicinare il pubblico al design, portandolo oltre l’effetto meraviglia della fiera e delle installazioni del Fuorisalone

E i designer e gli architetti, in un mondo in cui regna il bricolage, che parte avrebbero? Spiega Frassinelli: “Il ruolo dell’architetto in questo contesto trascende evidentemente la collocazione disciplinare specifica per confluire con l’azione di tutti coloro che sono impegnati ad analizzare, demitizzare e razionalizzare i fenomeni connessi con l’abitare. Il loro compito deve consistere nell’applicare al campo specifico dell’abitare le analisi e le teorie che sono state elaborate nella visione più generale della crisi della nostra società”. Insomma, meno creativi e demiurghi di spazi e più pensatori critici e tecnici di servizio. Forse è un modo per uscire dalla bolla, anche se difficilmente mitigherà la frenesia pre Design Week e di certo non renderà più economici gli affitti.