Giordano Zucchi, tutta la stoffa del design - CTD
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Eliana Lorena

30 Novembre 2020

Giordano Zucchi, tutta la stoffa del design

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Addio al re della biancheria per la casa. Che seppe scegliere il momento per aprirsi alla plastica.

Scrivere un coccodrillo è cosa da giornalisti bravi, e io che sono una designer, e da sempre mi occupo di colori e di materiali, non sono brava con le parole. Ma con i sentimenti me la cavo bene, e quello che provo oggi è un sentimento di enorme gratitudine, ora che Giordano Zucchi, il capitano di un’industria Italiana che ha segnato la mia vita di bimba e di donna, se ne è andato.

La mia mamma acquistava da Zucchi le lenzuola di misto lino e le ricamava per i nostri corredi quando noi sorelle Lorena eravamo ancora piccole. Poi i figli li ho avuti io, e già dall’asilo Ettore, il secondo, divenne amico di Giacomo, credo l’ultimo nato dei tanti nipoti di Giordano. Un giorno, parlando con Francesca, la madre di Giacomo, le chiesi aiuto per una presentazione di lavoro. “Mio suocero ti aspetta”, mi rispose.

Cosi conobbi Giordano Zucchi e iniziò una consulenza che durò molti anni per quella  marca che ho amato da sempre. Partendo dalla scoperta della più vasta collezione esistente al mondo di blocchi per la stampa a mano su tessuto, al tempo in bella mostra in una sede di Casorezzo, e analizzando quei decori che rapirono i miei occhi e il mio cuore, nacque l’ultimo progetto firmato per Zucchi, che divenne proprio l’elogio di quella ricchezza: una vetrina per la Rinascente di Palermo nel 2014, Is white a color?, un viaggio dentro il candore come identità e linguaggio del prodotto industriale.

Ma Is white a color era stato l’ultimo progetto in ordine di tempo. Anni prima mi era stato presentato Maurizio Zucchi, che era diventato l’interlocutore della mia collaborazione per lo sviluppo di nuove tipologie tessili e soprattutto per l’attività di ricerca sui materiali e la loro industrializzazione. Partimmo con una ricerca iconografica che fertilizzasse una collezione storica, gli Elements  – La natura da vicinoquella enciclopedia di segni che dovevano finire stampati sulle lenzuola e gli accessori per la casa. Un catalogo, un atlante, il vero patrimonio di Zucchi per un mercato sempre più differenziato che intanto aveva inglobato Bassetti. Erano anni ancora semplici, i Novanta. Ne seguirono di storie complicate, ma non ne parlo qua. 

Voglio invece raccontare un’altra storia che, a differenza delle precedenti, mi valse la grande chance di vedere legato il mio nome a un progetto da designer a tutto tondo, perché oltre al colore c’era da lavorare sui materiali e sulle finiture. Parlo di Eat. La crisi della produzione di tovaglie classiche mi fece immaginare per il  nuovo scenario domestico una serie di tovagliette all’americana di facile manutenzione, in plastica. Queste placemats rappresentarono una vera rivoluzione per la famiglia e per il marchio Zucchi. L’abbinamento di tovaglioli in cotone naturale e soprattutto lo studio di un sistema di comunicazione fece ottenere a quel progetto un ottimo risultato di immagine e di vendite.

 

Lavorai dall’idea sino alla grafica del packaging, insieme a Valentina Zucchi e allo staff interno dell’azienda e al mio studio  www.team-csd.com. Risultava  molto evidente come il plus di quei prodotti fosse un’anima dalle radici profonde e che sapeva e sa comunicare suggestioni emozionali da generazioni.

Grazie di tutto.