Giorgio Biscaro: la verità, vi prego, sull'autoproduzione - Cieloterradesign
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Paolo Casicci

21 Maggio 2020

Giorgio Biscaro: la verità, vi prego, sull’autoproduzione

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Intervista al designer su un mondo a metà tra onanismo e ricerca, partendo da un post ironico su Facebook

Che cosa comunica un designer quando posta un pensiero su Facebook o unimmagine su Instagram? Se nulla è quasi mai casuale nel modo che ogni persona ha di utilizzare i social network, a maggior ragione questa regola vale per chi, come i creativi, fa del progetto e della cura del dettaglio la propria ragione di vita. Con una serie di interviste, proviamo a rispondere perciò a questa domanda: quanto i designer sono consapevoli di comunicare il proprio lavoro, anche quando apparentemente stanno facendo altro? Dopo Davide Aquini e Odo Fioravanti, è la volta di Giorgio Biscaro.

Anche nel design, certe volte bastano un post su Facebook e la giusta ironia per arrivare al cuore di un concetto complesso. Lo insegna, tra le altre cose, la serie fortunata dei Design Haiku di Odo Fioravanti, una delle rare occasioni in cui un progettista, scherzando, comunica cose serissime. Qualche giorno fa, Giorgio Biscaro, altro designer cui non manca l’arguzia, ha scolpito in un post felicemente caustico il concetto di autoproduzione come non lo leggeremmo in nessun saggio o manuale. “Sto rifacendo il mio sito: le autoproduzioni le classifico come onanismo industriale?”. Una battuta che arriva dove deve arrivare. 

Eppure a parlare di onanismo industriale è lo stesso Giorgio Biscaro che di autoproduzione alle spalle ne ha tanta e che Chiara Alessi, nel libro Dopo gli anni Zero, inserisce nel gruppo dei Rizomatici, i designer per i quali prodotti prodotti, prototipi e progetti pubblicati sul web e che non vedono la luce hanno la stessa dignità. 

Comincio a dimostrarti di essere il rompiballe che sono: quella definizione è molto ambigua, e giustamente. Tanto ambigua che Chiara, in fase di redazione del libro, mi chiamò proprio per chiedermi se mi ci riconoscessi. Ricordo di aver avuto un dubbio, condiviso, perché quella è parte della mia realtà. Mi vedo più con la definizione che Virginio Briatore scelse per presentarmi su Interni: un ornitorinco che, a costo di sfuggire a ogni tassonomia, é tante cose senza esserne pienamente nessuna. Da questo punto in poi, sarò sempre più pedante, sappilo!

Ironia a parte, che cosa è l’autoproduzione secondo te? 

L’autoproduzione, così come l’hanno raccontata in moltissimi negli ultimi anni, è un errore concettuale. Nel senso che di autoproduttori ce ne sono ben pochi: conosco pochissime persone note per ciò che producono autonomamente soffiando vetro, scavando legno o tornendo lastre di metallo. Il resto, cioè la grande maggioranza di quell’ormai enorme gruppo, sono autoeditori. Ed ecco perché d’ora in poi ricorrerò più volentieri a questa definizione. Il che, a ben pensarci, rappresenta una differenza non da poco, perché nell’autoedizione si delega al designer la sola autorialità, sollevandolo dal saper effettivamente produrre o dal comprendere le implicazioni di ciò che ha disegnato oltre all’atto di disegno stesso e lasciandogli in cambio la responsabilità di parlare di cose che non conosce appieno. Vorrei tanto realizzare dei documentari parodia in cui si fa storytelling di prodotti fittizi esagerando le note peculiarità del “filmato che parla di autoproduzione”, coi designer in Magnum perenne. Detto questo, sia autoproduzione che autoedizione sono processi incompleti che generano prodotti incompleti, perché non si misurano con il metro più valido per definire un prodotto, ossia la sua riproducibilità e il suo grado di commerciabilità, il che può essere a volte un bene e a volte un male.

Che cosa è rimasto e che cosa no del tuo passato di autoeditore, oggi? 

Prima di essere autoeditore ho speso molti anni lavorando in azienda, dove le strategie ruotano in gran parte attorno a logiche di producibilità e riproducibilità (e va detto che le aziende per cui ho avuto la fortuna di lavorare, da questo punto di vista, sono state delle mosche bianche). Ho quindi cercato di riversare tutto quello che avevo appreso in ambito aziendale nella mia esperienza di autoeditore, proprio perché non ho mai avuto alcun interesse nello sviluppare oggetti non commercializzabili facendo finta che lo fossero. Il fatto che tutto il catalogo SomethingGood sia stato venduto su Yoox è stato un buon segno, così come il fatto che almeno tre dei prototipi che ho portato al Salone Satellite sono stati a decantare per un anno sulla scrivania di importanti aziende che hanno poi deciso di non voler proseguire. Non me la sono presa: li ho ovviamente tutti perdonati e non c’entro nulla con l’incendio dei loro magazzini. Quindi, a voler dare una risposta precisa, è tutto rimasto come allora: avere sempre chiaro che un prodotto industriale è tale solo se vende un certo numero di copie o ha le carte in regola per farlo per me è imperativo. Forse pure troppo: il mio processo progettuale non è né positivo né gioioso; al contrario, è un continuo autocensurarsi e la reprimenda è una frustrazione continua. A volte, arrivo a un risultato solo quando mi obbligo a ignorare certi aspetti di verifica, perché se fossi davvero integralista credo non progetterei mai nulla. E in effetti a volte succede così, anche di fronte ai briefing più lusinghieri da parte di aziende con cui avevo atteso tutta la vita di cimentarmi. 

Prima di essere autoeditore ho speso molti anni lavorando in azienda, dove le strategie ruotano in gran parte attorno a logiche di producibilità e riproducibilità. Ho quindi cercato di riversare tutto quello che avevo appreso in ambito aziendale nella mia esperienza di autoeditore, proprio perché non ho mai avuto alcun interesse nello sviluppare oggetti non commercializzabili facendo finta che lo fossero

La definizione che hai appena dato cambierebbe se dovessi darla a una classe di studenti di un’accademia di design reduci da un ipotetico Fuorisalone dove hanno visto opere bellissime autoeditate e realizzate in materiali pregiati e ora vogliono tutti fare autoedizione per finire su una rivista patinata?

Risposta breve: non cambierebbe. Sviluppo della risposta: credo che, soprattutto di questi tempi, occorra riscoprire il valore della responsabilità. In ambito industriale, questo significa non far coincidere il proprio orizzonte progettuale alla cessione dei diritti di un progetto a una determinata azienda, quanto invece capire cosa succede dopo. Se il progetto non è riproducibile, se non ha possibilità di vendita, se il fatto che sia autoproducibile (come quei designer che accomodano la propria idea al fatto di saperla modellare in 3D) viene prima dal fatto che sia giustificabile, c’è un problema serio, che automaticamente deve portare alla fine dello sviluppo. Anche perché, diciamocela tutta, nel 90 per cento dei casi queste benedette autoedizioni sono progettini in legno multistrato tagliato a pantografo, metallo taglio-piega etc. etc. A quale azienda rilevante sul piano commerciale o culturale potrebbe interessare? La seconda parte della domanda invece richiama una questione davvero allarmante, ossia l’ambizione di notorietà. Vero canto delle sirene dell’odissea del progetto, perché abitua i futuri disegnatori a una modalità progettuale invertita, dove vince la pubblicazione e per il cui raggiungimento possono venir meno tutte le restanti componenti del progetto. “Chi se ne frega che la sediolina spacchi la schiena, se fotografata in rosso su fondo aragosta mi fa duemila like su Instagram?” avrebbe ragione di chiedersi il giovane designer. Non posso dargli torto, visto che oggi la scelta dei prodotti in azienda viene demandata a stiliste e marketing manager. Ecco perché in ogni mio corso universitario (mo’ me licenziano tutti in tronco) cerco sempre di far passare l’informazione che del proprio lavoro – a meno di ovvie e felicissime situazioni patrimoniali – occorre viverci, e che il sistema design su base royalty ha dei forti limiti. I ragazzi finiscono la lezione un po’ stralunati, ma mi piace pensare che dopo lo spauracchio si facciano qualche domanda in più. Tipo “devo forse cambiare smartphone per ottenere un migliore sfocato dello sfondo?”.

Se il progetto non è riproducibile, se non ha possibilità di vendita, se il fatto che sia autoproducibile viene prima dal fatto che sia giustificabile, c’è un problema serio, che automaticamente deve portare alla fine dello sviluppo.

Se andiamo a vedere il peso specifico dell’autoproduzione in quel mondo che in Italia e non solo “fa” design, è in realtà consistente. Almeno se lo misuriamo dalle riviste, dai blog. Parlo di fiere, alcune ormai estinte come Operae, del fenomeno del design da galleria. Allora mi domando: non è un po’ ingeneroso ironizzare su qualcosa che, comunque, è una forma di ricerca?  

Hai fatto una distinzione importantissima: onestamente, credo che il peso specifico dell’autoproduzione/autoedizione nel reale, e non nel “mondo formato jpg”, non sia così alto: se così fosse, presto o tardi, se ne vedrebbero gli esiti anche nell’industria, mentre così non è. Questo perché il mondo dell’auto-qualcosa non è come il prêt-à-porter, che suggerisce (suggeriva) delle letture della realtà che vengono poi declinate al catalogo popolare; al contrario, dopo la pubblicazione del prodotto molto spesso di questo non resta più nulla. Chiariamo: sto generalizzando e descrivendo una maggioranza di casi che ritengo volumetricamente più rappresentativa di altri, ed ecco perché il peso specifico secondo me è bassino, a meno di prendere esempi virtuosi che, in effetti, hanno grande valore ma che non riescono a controbilanciare gli esempi poco rispettabili. Un’altra necessaria specifica: ironizzare non vuol dire necessariamente denigrare o svalutare. Ho una grandissima varietà di opinioni rispetto ad altrettanti diversi casi, per cui potrei dirti che adoro le sperimentazioni meccanotroniche di Moritz Waldemeyer, resto a bocca aperta davanti alle installazioni di Olafur Eliasson, così come penso che ci sono sperimentazioni che potrebbero essere felicemente tradotte in prodotti industrializzabili e farei di tutto per ampliarne la platea. É successo con i Drift, che ho coinvolto con FontanaArte dopo aver visto la loro installazione Shylight, trasposta poi nella collezione Albedo. È successo anche con Ferréol Babin, che aveva disegnato e auto-editato un bel prodotto che aveva bisogno di qualche aggiustamento ma che conteneva un’innovazione “scalabile” (peraltro, Babin è stato davvero autoproduttore, con la sua bella collezione di cucchiai in legno, fatti a mano). Ma sicuramente non potrebbe mai succedere con una grandissima pletora di personaggi che invece pensano di aver scoperto l’uovo di Colombo purtroppo solo a causa di una loro ignoranza – che sovente va a braccetto con tracotanza – e propongono prodotti ingiustificabili a chiunque, persino permettendosi di catechizzare il latore di un rifiuto. Questi sono quelli che abbassano inesorabilmente il peso specifico dell’autoedizione. Poi ci sono alcune interessantissime figure intermedie di cui è giusto parlare senza generalizzazioni.

Ironizzare non vuol dire necessariamente denigrare o svalutare. Ho una grandissima varietà di opinioni rispetto ad altrettanti diversi casi, per cui potrei dirti che adoro le sperimentazioni meccanotroniche di Moritz Waldemeyer, resto a bocca aperta davanti alle installazioni di Olafur Eliasson, così come penso che ci sono sperimentazioni che potrebbero essere felicemente tradotte in prodotti industrializzabili e farei di tutto per ampliarne la platea.

Senza contare che chi autoprogetta, soprattutto i giovani, lo fa perché fatica a trovare sponde nell’industria. Chi sbaglia dei due, gli aspiranti autoproduttori o le imprese? Mi viene in mente l’haiku di Odo sul designer autoprogettatore che è come il single per scelta… degli altri. 

Io e Odo abbiamo sempre scherzato molto su questa cosa, e la vediamo pressoché alla stessa maniera. L’industria non è così fessa da lasciare sul piatto un boccone prelibato, quindi se l’iniziativa privata non trova esito, sicuramente il motivo c’è. Spiegarlo a chi non ha esperienza è difficile, perché – diciamocelo – il mondo del design è pieno di ormoni ed ego. Quindi l’idea per cui una persona resta single per scelta altrui è sicuramente valida. Anzi, la estenderei: se sei cattivo/a, scemo/a e brutto/a, non dire che colei/colui a cui sono rivolte le tue inascoltate avance se la tira. Un motivo c’è, e per trovare soddisfazione non resta che l’onanismo. E c’è anche un motivo per cui succede il contrario, come negli esempi di Drift e Babin. Ovviamente nel computo occorre mettere anche un certo qual snobismo, a cui alcune delle aziende per cui ho lavorato in passato non erano certo immuni. Sono aziende/titolari che non sapendo scegliere o che non avendo il coraggio di assumersi la responsabilità della scelta preferiscono un atteggiamento attendista e sostanzialmente reazionario; ce ne sono molte, manovrate da chi non ha cultura di prodotto e vede il design solo come un investimento monetario che deve generare un tornaconto monetario.

C’è poi il tema enorme della ricerca sui nuovi materiali, le sperimentazioni che inseguono una produzione sostenibile, circolare. Mi chiedo cosa sarebbe di questo mondo senza generazioni di smanettoni che non hanno aspettato l’industria per sviluppare intuizioni. Ma mi chiedo anche come possiamo pensare di dare un destino alla circolarità se prima o poi non interverrà l’industria con una produzione di massa sostenibile. Che ne pensi? 

La quasi carnevalesca tipizzazione che ho dato nella domanda precedente era volutamente poco raffinata perché trattava di figure antipodali. Tra questi due antitetiche posizioni c’è però una zona molto interessante dove risiedono professionisti che sperimentano con ottimi risultati. Per l’appunto, sono coloro che approfondiscono l’utilizzo di materiali o processi alternativi che qualora fossero applicati in ambito industriale potrebbero fare la differenza e invece restano materiale di letteratura. Qui la colpa è dell’azienda o, più precisamente, del contesto in cui un’azienda si muove. Mi spiego meglio: se il mio cliente tipo è disposto ad acquistare una lampada da tavolo per 300 euro, che già é un’enormità per molti, il mio target cost dovrà essere almeno cinque volte inferiore. Perché la struttura aziendale ha costi di esercizio talmente elevati che il margine deve necessariamente essere conseguentemente ampio. Non voglio passare per il turbocapitalista che assolutamente non sono, ma giustifico in pieno l’azienda che si trova a fare questi calcoli; per anni li ho fatti io stesso, e ancora adesso lo faccio per molti miei clienti che non hanno ancora affrontato certe dinamiche o l’hanno fatto senza criterio. Produrre costa. Gli investimenti necessari per arrivare a produrre un oggetto che utilizzi materiali o tecnologie alternative costa. La messa a punto delle aziende che sono chiamate ad amplificare la loro capacità produttiva conseguentemente alla smodata richiesta del loro nuovo cliente, costa. Ergo: anche ragionando in termini di investimento per il futuro, il beneficio deve essere o evidente o stabile. Produrre un nuovo biscotto richiede circa tre anni di lavoro e di ottimizzazione: perché un’azienda di design che, come pressoché tutte le aziende del design, ha dimensioni medio-piccole, dovrebbe essere più agevolata nel farlo? Sicuramente non sarà la scelta progettuale di un singolo designer a scuotere dalle fondamenta il modo in cui commercializziamo i prodotti; al contrario, credo che questi processi debbano essere rivisti in seno alle aziende stesse, che conoscono il loro mercato, la loro distribuzione, la loro clientela e la loro logistica, e che possono operare su di esse il cambiamento epocale che si richiede. Qualcuno lo sta già facendo, e posso garantire che l’utilizzo della bioplastica non è necessariamente coinvolta. Ultima provocazione: a nessuno è impedito di svolgere le proprie sperimentazioni mentre si lavora all’interno delle aziende. I miei anni più prolifici e più riconosciuti come designer sono stati proprio quelli durante i quali lavoravo per Foscarini dalle 8.30 alle 18.30 ogni giorno. Ai miei studenti chiedo sempre di fare una riflessione circa il fatto che non necessariamente la realizzazione di un professionista avviene nel proprio studio: conosco direttori tecnici e disegnatori che hanno reso possibili prodotti universalmente riconosciuti a cui va ben più merito dei rispettivi designer. Ma qui entra nuovamente in gioco l’ego, e capisco che non sia una gestione semplice.

Produrre un nuovo biscotto richiede circa tre anni di lavoro e di ottimizzazione: perché un’azienda di design che, come pressoché tutte le aziende del design, ha dimensioni medio-piccole, dovrebbe essere più agevolata nel farlo?

Che grado di fiducia hai verso il tuo pubblico sui social? Ti succede, scrivendo di design, che il dibattito prenda derive inaspettate e tu non riesca più a reindirizzarlo? In altre parole: ti senti responsabile per pensieri off topic, commenti fuori luogo, o scrivere di design per il tuo pubblico è una scommessa che vale comunque la pena fare? 

Ah, io me ne frego bellamente! Benché sfrutti il medium social per disporre di una platea più ampia che non al Bar Basso (i numeri sono opinabili), l’approccio è lo stesso. Tra l’altro, fortunatamente, nella mia vita non ho lisciato pelami e non ho tagliato tabarri, e quindi mi posso permettere di parlare di tutto con tutti senza problemi, davvero. Esclusa la tematica politica, che ultimamente mi infervora parecchio ma che sempre più spesso sto pensando di escludere per motivi gastro-epatici, quando parlo di design e industria mi sento piuttosto libero e non ho secondi fini: non butto necessariamente acqua al mio mulino (ne avessi uno) e di conseguenza, eccettuato l’uso dell’aggressività o della maleducazione, che non tollero, lascio liberi tutti i partecipanti di fare i commenti che preferiscono. Potrebbe sembrare un atteggiamento superficiale e poco curato, tuttavia lo trovo più vero: non ho interesse a dipingermi come non sono solo perché il modello Biscaro non va più di moda. I miei amici, poi, non sono solo designer, anzi, quindi spesso capita che posti qualcosa che ho disegnato o un articolo che ne parla per poi leggere l’amico di turno, che nella vita si occupa di tutt’altro, che commenta “Si, ma cos’è?!?” o “Bella la faccia!”. Ovviamente non mi verrebbe nemmeno in mente di cancellarlo, anzi trovo che emergere per un po’ da questa profumata piscina con mosaico rosa antico e scaletta in ottone per vivere nel puzzosissimo mondo reale ci aiuti a tenere i piedi ben piantati per terra.