La ciotola di Iacchetti per le posate di Mari, 46 anni dopo la storia è completa - CTD
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Paolo Casicci

2 maggio 2019

La ciotola di Giulio Iacchetti per le posate di Enzo Mari, 46 anni dopo la storia è completa

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Le Ricuciture per Danese Milano: pezzi inediti in dialogo col passato. “Spingiamo fuori il design dalla sua bolla”

Chi apprezza il lavoro di Giulio Iacchetti, e segue il designer sui social network, ricorderà un post su Facebook dello scorso febbraio: Giulio lanciava l’idea de “i nostri Mari”, una mostra “povera”, allestita virtualmente con le foto degli oggetti di Enzo Mari che ciascuno di noi ha in casa, in cucina, sul tavolo da lavoro. Una mostra semplice, nell’anno in cui la Triennale celebrerà il maestro dell’autoprogettazione con una grande retrospettiva al via il prossimo autunno.

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Matua, la ciotola nata per completare le posate da insalata Kurili di Enzo Mari

Per questo non c’era da stupirsi quando, al recente Salone di Milano, un mese fa, Iacchetti ha svelato la sua ultima collezione che era anche il suo orgoglioso debutto per Danese Milano. Danese è il marchio per il quale proprio Enzo Mari ha firmato alcuni dei suoi pezzi più belli. Un marchio di straordinaria importanza per il ruolo che ha avuto, dagli anni Cinquanta in poi, nel rendere meno polverose e vecchie e più “di design” le case della borghesia italiana grazie all’opera di maestri come Achille Castiglioni, Angelo Mangiarotti e lo stesso Mari, ma anche di Michele De Lucchi, Ron Gilad, Naoto Fukasawa e Jean Nouvel, per citarne alcuni.

Sula e Cone, la caraffa e i bicchieri in ceramica di Iacchetti pensati per essere posati sul vassoio Elisabetta di Mari

“Danese rappresenta per me un pezzo di cielo”, spiega Iacchetti, “per questo, quando Carlotta de Bevilacqua mi ha chiesto di pensare a una collezione sono stato felice di dedicarmi a un progetto che potesse riallacciare il filo con il passato, in particolare con Enzo Mari, ma in maniera contemporanea“.

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Madera, riedizione del cestello per le bevande di Enzo Mari

La storia, inclusa quella del design, sostiene Iacchetti, non si fa tornando indietro, ma guardando al passato per spingersi in avanti. E’ un’operazione che potremmo chiamare di ricucitura, non a caso Ricuciture è il nome scelto per questi oggetti che stabiliscono un dialogo con un maestro per riportare nelle case pezzi d’epoca rieditati e altri inediti, in dialogo tra di loro.

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Lingotto, il formaghiaccio che cambia la forma dei cubetti, da cubica a tronco-conica come un lingotto, per sensibilizzare al valore dell’acqua. Lingotto “dialoga” con il cestello Madera di Mari

Ciascun pezzo di Ricuciture nasce per richiamarne uno del passato e completarlo. Per esempio Sula e Cone, rispettivamente una caraffa in ceramica e il set di bicchieri nell’identico materiale, dialogano tra di loro, ma nascono per essere posati sul vassoio Elisabetta di Mari. Ancora più poetica è l’ispirazione alla base di Matua, l’insalatiera in ceramica con un piccolo scasso sul bordo superiore (e un altro sul bordo inferiore, per evitare l’accumulo d’acqua in lavastoviglie) che ospita le posate Kurili, anch’esse di Mari, e definisce con loro quello che quarantasei anni dopo diventa un set da tavola.

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Al centro, il centrotavola-portaoggetti Putrella di Enzo Mari, circondata da Ipe e Tau di Iacchetti.

Madera, invece, è un secchiello per il ghiaccio di Mari del 1973: “Un giorno ne ho trovato uno in un mercatino dell’usato, senza sapere che fosse del maestro e che non fosse più in produzione. Per Ricuciture lo abbiamo rieditato in ottone placcato argento associandolo al mio formaghiaccio Lingotto, con il quale, per suggerire che l’acqua non è meno preziosa dell’oro, ho cambiato la forma ai tradizionali cubetti che adesso hanno, appunto, quella tronco-piramidale dei lingotti”.

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Tau, anello infradito

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Ipe, il set da scrivania

 

Oltre alla ricucitura tra passato e presente, Iacchetti ha a cuore più in generale il riavvicinamento al buon design del grande pubblico. Tema enorme e complesso, non liquidabile certo con una sola collezione di oggetti poetici. E però “quanto mai oggi avverto forte lo strappo tra il mondo dei progettisti, che spesso resta astratto ed elitario, e il pubblico. Non tutto può essere progettato per chiunque, ma tra i doveri di un designer c’è anche quello di essere consapevole che il mondo può fare benissimo a meno di Giulio Iacchetti o di Danese Milano. Se però partiamo dal progettare oggetti con un’anima, avremo fatto almeno un passo avanti importante”.