Giulio Vesprini: cara street art, basta prendersi in giro, da sola non riqualifichi nulla - CTD
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Paolo Casicci

16 ottobre 2019

Giulio Vesprini: cara street art, basta prendersi in giro, da sola non riqualifichi nulla

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Parla l’artista del progetto Vedo a colori che ha contribuito a rivitalizzare il porto di Civitanova Marche. “Ho visto murales su facciate di palazzi senza fognature. L’arte deve farsi più domande”

La street art, l’etica, la comunicazione, i valori e l’impegno che col tempo sono profondamente cambiati insieme al linguaggio stesso di questa forma d’arte. Che cosa c’è, oggi, dietro a un murales? E, soprattutto, chi c’è davanti? Ne abbiamo parlato con Giulio Vesprini, marchigiano di Civitanove Marche, classe 1980, diploma all’Accademia delle Belle Arti di Macerata e laurea in Architettura, fondatore dello studio Asinus in Cathedra. Il suo progetto Vedo a colori da dieci anni è un attivatore sociale, avendo contribuito a trasformare il porto cittadino in un luogo vivo, dove i murales hanno innescato dinamiche urbane senza rimanere un’espressione d’arte fine a se stessa.

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Struttura G041, playground a Fermo

Ha ancora senso usare l’espressione street art, ora che la vocazione sociale degli street artist è cambiata e il digitale ha modificato completamente l’approccio e il linguaggio?

“Ha senso se usiamo la parola street art come un codice per comprendere in maniera veloce un macro tema che contiene una moltitudine di sfaccettature. Oltre al codice credo non abbia un grande significato: dice tutto e niente. Rimango dell’idea che la parte più spontanea di questo linguaggio possa essere chiamata arte di strada. Le commissioni, i festival, i progetti finanziati assumono una connotazione completamente diversa. Possiamo parlare infatti di arte urbana, arte contemporanea, arte pubblica. È difficile oggi far capire queste differenze a un pubblico vasto, alla massa che si muove da una moda all’altra e che percepisce certe attività come elitarie. Interessante a mio avviso è ‘usare’ queste terminologie più pop per far comprendere messaggi più profondi. Non sono contro l’espressione street art, ma contro il modo in cui questa viene spesso utilizzata. Sono a favore del suo utilizzo per aprire un discorso e spiegare altri contenuti, un passpartout, una sorta di mind-map dove al centro mettiamo street art e tutt’intorno il grande atlante di contenuti e parole chiave”.

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Urban Canvas, [DI]Segni Urbani, Varese

Quanto conta il digitale nel tuo approccio e quanto invece ti senti ancorato al passato?

“Se per digitale intendiamo l’elaborazione del bozzetto, la composizione prospettica per un montaggio che possa darti le proporzioni, rispondo che è molto importante, ma si ferma a quello, per ora. Il bozzetto preparatorio parte da alcuni schizzi su carta rielaborati al computer e montati su una foto precedentemente scattata del muro. Il lavoro sulla parete o sulla superficie piana avviene in maniera completamente analogica, cioè senza aiuto di macchine elettroniche come proiettori e computer. Mi piace rimanere ancorato a una realizzazione umana e pittorica dove l’errore ha il suo fascino, la scolatura mi fa sentire meno artificiale e la fisicità del lavoro, la traccia, l’impatto con la parete mi rende attivo e presente nel contesto. Diciamo che amo la vecchia scuola, arrivi al muro, tracci, dipingi, componi e accetti tutto il resto”.

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My City / MYllenium Awards

Come comunica il tuo lato professionale, il tuo lavoro per committenti, con quello da artista? 

“Se vuoi che la tua passione diventi un lavoro, devi lasciar liberi di comunicare i due aspetti artista-professione. Viviamo ancora con l’idea che fare l’artista sia meno rispetto a un qualsiasi altro lavoro. Io stesso ancora oggi nel dire o nell’essere definito artista provo una sorta di frustrazione sociale. Nel tempo ho imparato a elaborare le varie fasi della vita di un creativo e ho scoperto, facendo muri ad esempio, una certa responsabilità nella comunicazione, la stessa che hai quando ti commissionano una pubblicità, una grafica, un logo. Oggi non basta più avere l’intuito, serve costanza, disciplina e duro lavoro. Oggi non ci sono distinzioni nette tra una commissione e la personale ricerca artistica, entrambe faranno i conti con una società sempre più performante e servirà una certa dedizione e serietà nel far comunicare arte e commissione”.

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FUM / Fermo Urban Museum

Emerge con forza, nell’ultima generazione di street artist, più che la voglia di lasciare un segno come accadeva anni fa, quella di creare una connessione: con il paesaggio, con l’architettura. C’è molta cultura del progetto: penso a Joys, o a Gummy Guè, ancora più giovani. In un pezzo scritto per Cieloterradesign, Greg Jager attribuisce la svolta digitale al fatto che moltissimi artisti sono graphic designer. Che ne pensi?

“È una delle tante sfaccettature dell’arte urbana oggi. Chi viene dai graffiti ha un approccio con la disciplina molto radicale, i nuovi artisti arrivano con mezzi differenti, nuovi e moderni (basti pensare alla vastità di spray che si trovano oggi in circolazione) e quindi hanno un atteggiamento diverso e permettono la contaminazione di altre discipline. Il mio caso è a metà, vengo dai graffiti degli anni Novanta, da una città di periferia e con tutto il pacchetto che distingueva un writer in quella decade. Ho lasciato poi che le scuole mi contaminassero senza perdere mai di vista il paesaggio urbano che ancora oggi è al centro del mio interesse. Prima l’Accademia delle Belle Arti (grafica) poi la facoltà di Architettura hanno modificato e arricchito il mio pensiero e sono la base oggi di tutta la mia ricerca. Dal 2013 porto avanti uno studio che ho trasformato in un workshop dove focalizzo l’attenzione sul rapporto che c’è tra grafica e spazio, segno e architettura, arte e paesaggio. Le mie due grandi passioni e scuole unite per una terza via di studio. Questo percorso prende il nome di Archigrafia. Mi pongo delle domande: come cambia la comunicazione di un edificio dopo essere stato dipinto? Uno spazio interessato da segni più o meno spontanei diventa un percorso urbano alternativo? Come cambiano le esperienze di chi vive in contesti arricchiti dall’arte urbana? Questo approccio a mio avviso potrebbe aprire spiragli e dare un senso all’arte urbana che diventa sì pubblica e contemporanea ma si sottrae al rischio prettamente manieristico e fine a se stesso, arte bella ma vuota. In fondo noi artisti di strada abbiamo una grande responsabilità: la comunicazione”.

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FUM / Fermo Urban Museum

A quali maestri e generi ti ispiri, a livello di stile?

“Gli artisti di riferimento? Sicuramente tutta la scena minimale degli anni Sessanta, così come i grandi maestri della Land art americana. Richard Long, Walter de Maria, le linee di Frank Stella per citarne alcuni, ma anche l’architetto Adolf Loos con le sue Parole nel vuoto. Sono particolarmente attratto dal lavoro di Sol LeWitt. Credo anche che sia quasi obbligatorio fare degli stage con altri artisti contemporanei, lavorare a quattro mani mi è sempre piaciuto e dopo alcune esperienze lascio sempre la porta aperta a nuove collaborazioni. Mi piacerebbe dipingere con l’americano Momo, Nelio, Alexey Luka e il duo olandese degli HighOnType“.

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Cheap Festival, Bologna

L’etica della street art è un grande equivoco: da un lato chi ancora diffida del genere, dall’altro chi pensa che basti dipingere facciate per risolvere i problemi di un quartiere. Quale è la tua visione su questo punto? 

“La street art è una delle mode del momento. Una cresta dell’onda molto alta spesso cavalcata da incompetenze e superficialità. Certo che non basti un muro dipinto per togliere dalla strada un tossicodipendente, o ridurre la disoccupazione in un certo quartiere, o ridare dignità a una casa popolare che nella maggior parte dei casi ha bisogno di tutto meno che di un bellissimo murales. Ed è sul bellissimo che vorrei soffermarmi. Spesso vediamo nascere festival e manifestazioni più o meno legate alla street art che ‘attaccano’ con gli stessi metodi ed intenzioni quartieri e ceti più poveri con la scusa della riqualificazione urbana e del ‘museo a cielo aperto’. In realtà si sta dipingendo un muro che per quanto grande e bello non potrà mai da solo sostenere un progetto di riqualificazione. L’atteggiamento di iper-responsabilizzare l’arte urbana è tipico delle visioni parziali in un progetto. Per prima cosa si sta dipingendo una casa, dove abitano delle persone che andrebbero quanto meno coinvolte. In seconda battuta andrebbe fatta un’indagine a 360° sulle condizioni del quartiere. Spesso mi sono imbattuto in realtà che non avevano le fognature attaccate, dove la prima fermata dell’autobus dista cinque km, dove non ci sono spazi verdi attrezzati e sistemati, sporco, poca luce… Allora mi sono sempre chiesto: serve davvero in questa fase un murales? Perché non possiamo essere attori e portavoce di un progetto composito fatto in maniera organica con diversi protagonisti e che finisce la sua missione con un’esperienza di arte urbana? Troppi gli avventurieri profani che chiedono soldi pubblici per progetti fini a se stessi dove nemmeno gli artisti invitati credono fortemente e che si limitano a una lezione di stile. Il bello senza contenuto, questo il rischio più grande, oggi, nella street art”.

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Street Alps / Mission to Art. Torino

La Street Art è una delle mode del momento. Una cresta dell’onda molto alta spesso cavalcata da incompetenze e superficialità. Vediamo nascere festival e manifestazioni che ‘attaccano’ con gli stessi metodi e intenzioni quartieri e ceti più poveri con la scusa della riqualificazione urbana e del museo a cielo aperto. In realtà si sta dipingendo un muro che per quanto grande e bello non potrà mai da solo sostenere un progetto di riqualificazione

Il tuo progetto per il porto di Civitanova è forse quello di più lunga durata che l’urban art conosca. Che succederà dopo questi primi dieci anni?  

“Vedo a colori nasce nel 2009, compie i suoi primi dieci anni e mai avrei pensato a un impatto così forte per la mia città. Partito da solo quasi nell’anonimato, sono riuscito a portare oltre 103 artisti italiani a dipingere i cantieri navali e il molo est. Lo hanno definito un atlante della street art italiana. La prima cosa da stampare bene in testa è: non si improvvisa nulla. La seconda è che le cose belle hanno bisogno di tempo, arrivano con lentezza. L’idea era quella di regalare alla città un’opera unica fatta da tante opere e tante mani. Lavorare al porto, cioè il cuore pulsante di una località di mare, ha acceso i riflettori sulle condizioni di vita di una particolare area che fino a dieci anni fa era destinata al solo commercio e che oggi si riscopre come centro alternativo della città. Vedo a Colori non è nato con lo scopo di riqualificare perché non bastano murales belli per riqualificare uno spazio complesso come il porto. Vedo a colori è nato come dispositivo, un promotore di nuovi pensieri e visioni, una provocazione. Si poteva fallire e rimanere nell’indifferenza, invece proprio per il fatto che non si voleva riqualificare ma creare sinergie per nuove idee, siamo riusciti a trasformare un non luogo in luogo cardine per la città. Luci, panchine, raccolta differenziata, passeggiate al tramonto organizzate, set fotografici, matrimoni, sfilate, eventi teatrali, sono solo una parte delle tante attività che oggi grazie al riflettore acceso da Vedo a colori si possono fare al porto. Il dispositivo ha funzionato, i pescatori che vivono al e il porto si sentono parte del progetto e hanno ristabilito un forte senso di appartenenza. Quando un progetto di questo tipo entra in perfetta comunicazione con il tessuto sociale della città, significa che questo progetto funziona. Un regalo alla mia città, un dono prezioso a tutta la comunità che può godere di uno dei porti più dipinti in Italia. Un luogo che torna a parlare con la città, che comunica attraverso una narrazione precisa di murales, parole e colori e accompagna da anni la vita di tutti noi., questo deve essere l’obiettivo di tutti i progetti di arte urbana”.

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Vedo a colori, porto di Civitanova Marche

Un Grand Tour della street art oggi in Italia, a quali luoghi e artisti penseresti? 

“Vedo a colori, e lo dico anche con un pizzico di presunzione data dal fatto che per arrivare a un risultato del genere il sottoscritto con un manipolo di eroi volontari ha dedicato dieci anni della propria vita ad un progetto che non è costato nulla al Comune e che si è sostenuto con sponsor privati, crowdfunding, collette e bandi europei. Interessante è il lavoro di Comacchio (Manufactory Project) e di Street Alps a Torino dove le connessioni con i luoghi degli interventi e di chi li abita è molto forte. Il lavoro di Cheap a Bologna, poi, molto trasversale rispetto al solito minestrone fatto dagli stessi nomi per gli stessi nomi. Al sud mi piace molto il lavoro dei ragazzi di Lecce 167/b Street project“.

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Vedo a colori, porto di Civitanova Marche

La creatività italiana vista dall’estero, dove lavori spesso: ha ancora un valore tutto suo? Come ci vedono gli esperti e gli appassionati? 

“All’estero è sempre dura ma rimane il fascino per la creatività a tutto tondo del made in Italy. Gli artisti italiani sono sempre ben visti e ben accetti in progetti legati all’arte urbana, anche se oggi l’offerta è talmente ampia che è sempre più difficile trovare nomi italiani in line up estere. Mi è capitato di parlare fuori le mura amiche con organizzatori e artisti vari, quello che emerge è il nostro approccio al progetto, una sorta di Dna dell’artigianato, del fatto bene e con cura e che ha fatto scuola per anni in tutto il mondo. Ancora oggi ci viene riconosciuto che stiamo dipingendo un muro e non cucinando!”.