Carmelo Battaglia a Roma
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Paolo Casicci

5 agosto 2016

“Io, fotoreporter nella Roma delle incompiute”

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Carmelo Battaglia tra capolavori perduti o abbandonati

Un fotografo racconta il suo progetto di reportage che lo ha portato dentro e fuori strutture romane dal valore architettonico abbandonate o preda del degrado

La realizzazione del mio progetto sulle città abbandonate di Roma, come ogni progetto fotografico, ha dietro una storia fatta di viaggi, di incontri e di difficoltà. È per questo che al titolo preso in prestito da Le città invisibili di Italo Calvino ho aggiunto la parola “viaggio”, un viaggio che inizia dai sopralluoghi nelle varie realtà abbandonate che caratterizzano Roma, tra cui strutture che non ho potuto includere nel mio progetto fotografico ma che hanno saputo arricchirmi, come la fabbrica della penicillina. Qui ho trovato ad attendermi un’intera comunità Rom, inizialmente contraria alla mia presenza, di cui sono riuscito a conquistare la fiducia solo dopo una lunga contrattazione in cui assicuravo che il mio interesse non era rivolto a loro come comunità, ma alla struttura che abitavano.  Mi sono così ritrovato ad essere accompagnato da una bambina che, divertita da questo intruso armato di macchina fotografica, mi indicava un percorso inerpicato sui tetti dello stabile, finchè non l’ho vista scappare salutandomi da lontano e lasciandomi in un punto che ho capito essere il confine del loro territorio. Solo allora ho realizzato che la fabbrica è suddivisa in zone a seconda delle etnie che le abitano, da quella dei rom all’altra dei  nord africani sino alle popolazioni dell’est Europa. Da lì a poco ho cominciato a sentire la presenza di qualcuno che mi seguiva nella struttura, il che mi ha fatto giungere subito a una conclusione: la struttura non poteva rientrare nel mio progetto, sia per il pericolo derivato da una struttura altamente degradata, sia per coloro che non gradivano la mia presenza lì.

Una struttura che ho invece potuto includere è lo stadio Flaminio, progettato dall’architetto Antonio Nervi e dal padre Pier Luigi, la struttura fu realizzata tra il 1957 e il 1958 inizialmente per ospitare gli incontri del torneo olimpico di calcio del 1960, ma dagli anni ‘70 ha ospitato le partite della Nazionale italiana di rugby e dalla Rugby Roma per poi essere dismesso nel 2011. Tra tutte le strutture in cui ho operato è risultata quella con il più facile accesso grazie all’assenza di sorveglianza e ad una piccola apertura nella recinzione vicino la biglietteria. All’interno la struttura si presenta abbandonata, coi rovi che hanno invaso gli spalti e le infiltrazioni d’acqua nei locali interni, nelle palestre e nella piscina, luoghi un tempo aperti agli sportivi di Roma nord e oggi consegnati alla ruggine.

Di facile acceso anche la “casa albero” a Fregene detta anche “casa sperimentale”: progettata da Giuseppe Perugini verso la fine degli anni Sessanta, si presenta come un’architettura che esce fuori dai comuni canoni abitativi, con una struttura in cemento armato, vetro ed acciaio che rimanda al movimento brutalista, composta da moduli cubici e sferici sospesi su vari livelli, incastonati in un telaio di travi e pilastri a vista. Proprietà ad oggi di Raynaldo Perugini, i cancelli aperti che circondano il lotto sembrano invitarti a conoscere l’opera architettonica. All’interno la struttura si presenta totalmente abbandonata, ma l’invasione del verde di questi anni sembra aver giocato con l’idea di “casa albero” di Perugini e la struttura sembra ormai confondersi tra gli alberi che ne esaltano il fascino. Nel periodo di riprese ho assistito al passaggio di vari curiosi da cui ho potuto raccogliere informazioni sulla storia di questa avveniristica architettura.

Un’altra struttura dove non ho avuto difficoltà nell’effettuare le riprese è il Corviale. Situato nei pressi della via Portuense, fu progettato nel 1972 dall’architetto Mario Fiorentino e venne subito considerato un’avanguardia architettonica, una grande “unità d’abitazione” che si sviluppa linearmente per circa 1 km raccogliendo in sé tutte le complesse relazioni sociali e commerciali di una città. Residenze quindi, ma anche attività culturali e commerciali, quelle che dovevano insediarsi al quarto piano e che, nella loro assenza, hanno lasciato spazio ad occupazioni abusive che poco felicemente convivono coi residenti de “il Serpentone” e che sono state oggetto di rilancio da parte dell’Ater (proprietaria dell’immobile) attraverso un concorso vinto da T Studio di Guendalina Salimei, con un progetto che prevedeva la razionalizzazione delle residenze del piano libero, ma anche l’insediamento di aree comuni di socializzazione. Ad oggi Corviale è il simbolo dell’architettura delle periferie, culla di possibilità inespresse o non accolte, di luoghi per la socialità che invece appaiono desolati e abbandonati, come il quarto piano (inaccessibile in quanto sede di occupazioni) e l’anfiteatro.

In piazza dei Navigatori si trova poi il complesso di strutture della Confcommercio: tramite una Convenzione del 2004 era stata concessa la costruzione di un complesso direzionale a fronte della realizzazione di una serie di servizi per la collettività. Dopo 12 anni dei tre edifici, denominati Z1, Z2, Z3, solo il primo ospita in parte un centro direzionale mentre le altre due strutture risultano in stato di abbandono e di facile accesso.  Durante i giorni in cui ho effettuato le riprese ho avuto modo di conoscere alcuni dei ragazzi, giocolieri di strada o senza tetto, insediatisi nel livello inferiore dei garage, ma tacitamente tollerati dalla sorveglianza. All’elenco delle opere realizzate mancano i servizi e gli spazi sociali, ma i ragazzi hanno saputo riprenderseli a modo loro.

Tra le strutture più complesse per l’accesso c’è il Gasometro: ideato nel XIX secolo con lo scopo di immagazzinare il gas della città di Roma, non più utilizzato da tempo, è un monumento del passato della città, simbolo di un quartiere in costante rigenerazione. L’accesso in questo caso è stato molto complesso e faticoso poiché non sono riuscito ad ottenere il permesso ufficiale dall’ Italgas, ente proprietario della struttura. Superato un muro di confine alto circa 2 metri, entrati nell‘area per accedere al gasometro, si presenta un secondo ostacolo, ossia un gabbiotto che dà l’accesso alle scale. Un’apertura superiore nel gabbiotto stesso ha reso possibile l’accesso, non certo facilitato dal dover trasportare tutta l’attrezzatura. Oltrepassati i primi ostacoli è stato possibile salire sul complesso dove ad attendermi vi erano ulteriori difficoltà, come l’oscillazione della struttura causata dal forte vento nonché la mia maggiore visibilità ed esposizione in fase di ripresa.

Non è stato facile accedere neanche all’ippodromo di Tor di Valle. Situato in una vasta area di 420.000 m², prende il nome dalla zona di Roma in cui si trova. Inaugurato nel 1959, qui si sono svolte tutte le attività ippiche fino al 2013, con la chiusura dell’impianto per far posto al futuro stadio della società A.S. Roma. Con grande rammarico l’inaccessibilità della struttura ha reso la mia operazione di riprese incompiuta: la struttura infatti si presenta abbandonata dal punto di vista strutturale, ma costantemente presidiata dal servizio di sorveglianza dell’impresa di costruzioni del nuovo stadio. L’accesso è stato possibile una sola volta e non è stato certo facile: armato di tutta l’attrezzatura fotografica necessaria, ho dovuto percorrere a piedi un chilometro di pista ciclabile, oltrepassare il muro di recinzione nella zona delle stalle, attraversare tutta la pista per giungere in prossimità delle gradinate, riuscendo così ad eludere il servizio di sorveglianza.

Totalmente abbandonata e con ulteriori difficoltà d’accesso, nella vasta e aperta area di Tor Vergata svetta l’avveniristica e incompiuta opera dell’architetto di fama mondiale Santiago Calatrava.  Visibile anche a grande distanza, la copertura è stata plasmata a forma di vela o pinna di squalo, meritandole il soprannome di Vela di Calatrava. Il progetto inizia nel 2005 per ospitare i Campionati mondiali di nuoto del 2009 ma, a causa dell’elevato costo dell’operazione, non è mai stato ultimato. Il complesso è costituito da due strutture, una per il basket e la pallavolo e l’altra per il nuoto. L’accesso ha comportato non poche difficoltà, in quanto chiusa da più cancelli in sequenza. All’interno si presenta come un cantiere aperto, immobile e al contempo pronto, tanto che le utenze di luce e acqua sono attive e la luce, attraverso i sensori, accompagna i tuoi passi nel salire le scale mentre l’acqua fa da sottofondo al trascorrere del tempo, finché un uomo, un residente della zona, passa a chiuderla. Un giorno poi, mentre ero intento nelle riprese, sento dei rumori finché non mi appare una pecora, inizialmente impaurita e dall’aria dispersa, capisco poi che lì non poteva esserci arrivata da sola, dopo poco infatti, voltandomi per pochi istanti, mi accorgo della sua sparizione, capendo che in realtà in quella struttura deserta non ero mai stato solo. La complessità architettonica di quest’opera ha impiegato gran parte del mio tempo e del mio progetto; nei giorni di ripresa, circondato dalla totale desolazione, ho potuto assaporare a pieno il fascino di questo grande complesso architettonico: Roma non può perdere questo grande appuntamento con l’architettura.

Il video in time lapse