Going Real di Marco Petroni è il libro che spiega come il design può fare la rivoluzione sociale - CTD
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Going Real, il libro che spiega come il design può sovvertire il capitalismo

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Arriva l’edizione internazionale del saggio di Marco Petroni. Con i nomi e le storie di chi porta il design dal prodotto alla rivoluzione sociale

Che cosa hanno in comune un collettivo che a Detroit prova a far rinascere una comunità dalle ceneri del tracollo economico unendo architettura, tecnologia e umanesimo, la Jungle de Calais, dove vivono migliaia di migranti in attesa di arrivare dall’altra parte de La Manica, e l’indagine sul corpo inteso come l’ultimo terreno di conquista del neoliberismo? Sono tutti, a loro modo, luoghi, progetti o laboratori dove i grandi temi del nostro tempo s’intrecciano ponendo interrogativi enormi, talvolta suggerendo risposte e soluzioni. L’altro aspetto in comune è senz’altro il design, inteso nel suo significato più ampio e nobile: progettualità, sfida, ambizione a ri-modellare il futuro mettendo avanti i diritti sociali e di cittadinanza. Perché il design è davvero ovunque, anche se nell’immaginario collettivo resta soprattutto legato alla dimensione produttiva e industriale o a quella del servizio.

C’è un libro che, partendo dalle storie citate sopra, racconta questa sfida come un tentativo di shift progettuale. Uscito l’anno scorso in edizione italiana per i tipi di Planar Books, realtà indipendente di Bari che non a caso è anche un collettivo di ricerca interidisciplinare, è ora edito in lingua inglese per il mercato straniero. Going Real di Marco Petroni, scritto con Giovanni Innella e la postfazione di Angela Rui, esplora proprio quel design che prova a portare il progetto dove ce ne è più bisogno: nella società e nella socialità. “La forza e il desiderio di cambiare sono molto diffusi”, spiega Petroni, “il problema è che la quotidianità della professione ci porti tutti a rimandare lo shift, il cambiamento. Occorre prendere coscienza che ci sono nuovi territori per il progetto che meritano di essere indagati, che non hanno una ricaduta immediatamente economica, ma che spostano in avanti le possibilità sociali, relazionali, culturali del design. Se prendiamo coscienza di questo, lo shift è più vicino, altrimenti restiamo nella condizione del criceto, ovvero la dimensione in cui tutti siamo sfruttati e poco felici ma lì restiamo come fosse una condizione imposta, inevitabile e senza alternative”.

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Going Real, di Marco Petroni con Giovanni Innella, postfazione Angela Rui, edizione internazionale

Un passaggio del libro mette in luce un aspetto fondamentale su cui il design deve agire: i grandi colossi dell’impresa mondiale, del web in particolare, riescono tramite i Big Data a muoversi con una logica predittiva che è alla base del loro business. Come fa il pubblico, lo Stato, a riprendere in mano la governance?

Il primo passo è prendere coscienza dell’oscurità del sistema. James Bridle ci aiuta in questo. il suo saggio Nuova era oscura ci serve da guida in questo spaventoso, urgente, pressante grido d’allarme sulla direzione che abbiamo intrapreso. James Bridle è uno dei più attenti osservatori della deriva tecnologica nella quale ci troviamo immersi. La nuova era oscura è il nostro tempo dominato dal passaggio da una tecnologia che facilita la comprensione del mondo a una sfera prevalentemente digitale che vede nel web non uno spazio pubblico, dell’agire collettivo e comunicativo, ma che ricade molto più nella cornice di un’economia privata governata da regole poco chiare. “Un sistema economico fuori controllo che immiserisce molti e continua ad allargare il divario tra ricchi e poveri; il collasso del consenso politico e sociale in tutto il mondo con conseguente aumento dei nazionalismi, delle divisioni sociali ci riguarda tutti”. Le nuove tecnologie non si limitano ad aumentare le nostre capacità, ma le modellano e le guidano attivamente, nel bene e nel male. È sempre più necessario essere in grado di pensare alle nuove tecnologie in modi diversi e di essere critici nei loro confronti, al fine di partecipare in modo significativo ai processi che generano e provare a dare una direzione più inclusiva. Sono proprio questi i nuovi territori del progetto”.

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Akoaki, Detroit

Come si fa a portare i migliori cervelli, le intelligenze del nostro tempo, dalla parte di questa cultura progettuale, quando i giganti della Silicon Valley restano la migliore attrazione possibile per chi coltiva il sogno di fare design ad alti livelli?

Anche questo ricade nella dimensione oscura e nella confusione che la nebbia, l’oscurità provocano. Se non conosco, non posso agire. Facebook, Google, Amazon, Alibaba, Apple sguazzano in questa zona di oscurità. Queste grandi corporation sfruttano le zone d’ombra del sistema “social” creando delle community parallele agli stati con la S maiuscola, attivando una grande confusione e smarrimento. Apple come adesione alla sua community mi chiede una carta di credito. Facebook si prende i miei dati e mi chiede di aderire a una community e di acquistare moneta garantita dal fatto di essere su Facebook. E’ tutto ok? Non mi sembra. Il design può fare molto in questa direzione. C’è un progetto, Geo-design di Joseph Grima e Martina Muzi, che alla Design Academy di Eindhoven sta lavorando in questa direzione di consciouness, per esempio indagando come lavora e come ha cambiato l’economia cinese e mondiale Alibaba.

Nel libro si citano diversi esempi di progettualità orizzontale. Ma è un modello che può sempre andar bene o a un certo punto la cultura del progetto richiede necessariamente una verticalità, un modello operativo più tradizionale?

Chiaramente il nuovo contesto nel quale la community del progetto dovrebbe operare è complesso. Ma la premessa è: sentiamo tutti il bisogno di un cambiamento? Per me la risposta è sì, e molti progetti e molte ricerche ci spingono in questa direzione. In Going Real ne citiamo tante, da Detroit con Akoaki a Parasite2.0, la sigla di tre giovani architetti che guardano alle migrazioni da una prospettiva non eurocentrica, ci sono in embrione i semi per un cambiamento. Il capitalismo ha fallito su tutti i fronti. Per me, per Giovanni Innella, per Angela Rui è affascinante immaginare e agire nello step successivo. Ignoto? Certo, ma se andiamo a ripescare la lezione della Global Tools o le esperienze di Brave New Alps, Marginal Studio, la Rivoluzione delle seppie in Calabria, il terreno è spianato. Occorre coraggio e visione.

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Glitch Cave, Parasite2.0

A livello formativo, di educazione al design e al progetto, dove trovi fermenti che vanno nella direzione indicata dal libro? In quali scuole? Non è una questione secondaria, anzi.

Il livello educativo è proprio il punto. E’ qui che si crea il cambiamento e fortunatamente in Italia stanno accadendo cose interessanti. Made a Siracusa, Abadir a Catania, Code a Lecce stanno costruendo un fronte indisciplinato di approccio al design che può generare una consapevolezza nuova sulle possibilità “alternative” del progetto. Going Real è un invito all’azione e tutti gli esempi e le pratiche citati nel saggio stanno generando quella dimensione del possibile che già ho declinato in un altro saggio: Mondi possibili. Appunti di teoria del design (edizioni temporale 2016). Studio Formafantasma, Officina Corpuscoli, Gionata Gatto, Giovanni Innella, Shahar Livne, Andrea Anastasio, Vittorio Venezia, Martina Muzi sono i paladini del possibile irrinunciabile.

L’Italia, con la sua vocazione storica al manufatto e all’industria, che contributo può dare a questo shift progettuale?

In Italia siamo molto avanti nella definizione di alternative e scenari possibili: Plasticity a Taranto sta facendo un lavoro enorme sul ripensamento della città più inquinata d’italia, Studiosciolto a Lecce ha attivato un laboratorio di riflessione su artigianato e localismo molto interessante. Poi ci sono Andrea de Chirico, Silvio Lorusso… Il momento è propizio, dalla passività al reale il passo è breve.