Ico Parisi, alla riscoperta di un genio | CieloTerraDesign
menu
Paolo Casicci

27 Gennaio 2017

Ico Parisi, alla riscoperta di un genio

Share:

Una mostra della Triennale a Monza per il centenario della nascita

“Ritrovare Ico Parisi” è la mostra alla Villa Reale di Monza che, fino al 19 marzo, rende omaggio a un architetto e designer italiano del secolo scorso non sempre adeguatamente celebrato. Organizzata da Triennale Design Museum in collaborazione con l’Archivio del Design di Ico Parisi e a cura di Roberta Lietti e Marco Romanelli, la mostra è allestita in occasione del centenario della nascita del creativo. Abbiamo chiesto a Giacomo Abate, direttore tecnico del Dipartimento design della casa d’aste torinese Della Rocca, di ripercorrere la produzione e l’importanza di Parisi per il design italiano.

di Giacomo Abate

Ancora adesso, il modo migliore per definire la cifra stilistica di Ico Parisi sono le sue stesse parole: “La mia scelta”, spiegò un giorno, “è stata di convogliare nel progetto il senso di esperienze diverse, dalla scena all’allestimento, dall’arte alla decorazione, cercando una progettazione che fosse qualità concreta dello spazio, crescita di una forma articolata e vivente. Alcuni artisti, per fortuna, hanno capito fin dall’inizio che la questione non era di stabilire un rapporto gerarchicamente corretto tra il loro lavoro e il mio, ma di operare insieme in una sorta di terra di nessuno disciplinare, nel modo più autentico possibile: Somaini, Radice, Melotti, Fontana”.

È a partire dal 1950, l’anno della laurea in architettura al Politecnico di Losanna, che Parisi comincia a realizzare questa compenetrazione delle arti nei primi lavori per Cassina, Singer e Altamira. L’architetto disegna arredi, dal Tavolo mensola alla poltrona a Uovo, che assieme a quelli di Ponti e Mollino, De Carli, Gardella e Sottsass segneranno un’epoca. La produzione di questi anni rimanda al razionalismo, ma anche al tentativo di un suo superamento. Ecco la lezione nordica, le linee aeronautiche, la sperimentazione di nuovi materiali. Esemplari sono le sedute mod.865 progettate per Cassina nel 1957, dove la struttura in tondino è perfettamente equilibrata con le forme del sedile e dello schienale. I tagli obliqui, che alleggeriscono le sagome dei volumi, riprendono quelli della struttura metallica medesima. Lo stile di Parisi è riconoscibile negli incroci e nelle piegature del tondino e nell’unica soluzione decorativa adottata: i terminali in ottone laccato bianco che, contrapposti al nero della struttura, esaltano il colore dei rivestimenti in tessuto.

Nel 1954, per la X Triennale di Milano, realizza il Padiglione del Soggiorno. Del 1958 è il progetto per la residenza dei coniugi Parisi: sul terrazzo un famoso intervento di Lucio Fontana. Nel resto degli anni 50 il lavoro di Ico (e della moglie Luisa) si concentra sulle residenze private, allestite accostando arredi di qualità prodotti in serie a pezzi unici disegnati per i committenti. Sono di questo periodo le panche per Casa L. La coppia di arredi – posizionati originariamente attorno a un tavolo a penisola nella cucina privata – anticipa in qualche modo alcuni temi sviluppati poi dall’architetto, che sposterà sempre più la concentrazione dalla pura progettualità a un discorso artistico più complesso e consapevole. Questi arredi sono già, come ha scritto Flaminio Gualdoni, “mobili individualisti, che non si mimetizzano nella monotonia dell’arredo borghese, ma esigono una sorta di complicità da parte del possessore”. Sia per la scelta dei materiali, sia per quelle iconografiche, i riferimenti sono numerosi: Jugendstil, Art Nouveau, il mobile alpino di area lombarda e austroungarica. Il posizionamento degli arredi crea una cellula abitativa intima, anticipando quella che sarà la critica più complessa delle devianze impreviste della modernità in ambito abitativo. Questa profonda riflessione porterà negli anni 60 alla realizzazione, con Francesco Somaini, dei Contenitori umani, elementi in poliuretano espanso di differenti forme, che esprimono una critica complessa e puntuale alla modernità: luogo intimo ma anche di autoesclusione dell’individuo, antitesi pessimistica della dilagante speculazione edilizia e di un modo di costruire e di abitare che perde sempre più il senso dei bisogni fisici ed emotivi dell’essere umano.

Tra gli anni 60 e 80 continua negli arredi il gioco delle citazioni e permane la lezione del razionalismo applicata alla contemporaneità. È il tempo della poltrona modello 3, prodotta in pochissimi esemplari dai Fratelli Terraneo di Cantù nel 1970. Qui le citazioni sono chiare e magistrali, e riguardano due famose sedute: l’avveniristica Kubus Chair del 1910 di Josef Hoffman e la poltrona Grand Confort del 1929 di Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand, a sua volta rielaborazione in chiave modernista della Kubus. La firma di Parisi è nella piattina metallica, decorata dai rivetti a vista e utilizzata come elemento strutturale e, soprattutto, nella modalità della posa apparentemente casuale del tessuto, scelta che si pone come elemento di anticipazione e di avanguardia rispetto ad alcuni modelli di successo della fine degli anni 70 e dei primi 80. Per esempio, il divano Mantilla di Takahama del 1974 per Gavina – Simon Ultramobile e la poltrona Sinbad di Magistretti del 1981 per Cassina.

Fotografie: © Max Zarri photographer  © Casa D’Aste Della Rocca