Il corpo al centro della Dutch Design Week di Eindhoven - CTD
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Marco Petroni

28 ottobre 2019

Il corpo al centro della Dutch Design Week di Eindhoven

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Il tentativo di un progetto senza oggetto va in scena nella rassegna olandese, accanto a indagini sui rifiuti. Ma serve più consapevolezza politica

Sin dalla sua prima edizione, la settimana del design di Eindhoven appare sempre come un osservatorio privilegiato per analizzare dinamiche, visioni e proposte legate all’universo del progetto. Da quelle più strettamente connesse con il settore industriale e produttivo a quelle più concettuali e speculative.

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Il claim, il collante scelto per questa XVIII edizione è If not now, then whenUn interrogativo che presuppone un’urgenza imprescindibile. Proviamo ad analizzare la cornice dentro la quale prende forma il desiderio di superamento dello status quo e la direzione comune che la community del progetto olandese intende perseguire. Il design in Olanda è considerato un fattore strategico per l’innovazione del Paese e la DDW ne rappresenta la vetrina. 

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I numeri sono da grande evento: più di 2600 designer coinvolti e 335 mila visitatori da tutto il mondo

Punta al superamento della dimensione oggettuale del progetto la piattaforma espositiva e concettuale messa in campo da MU dal titolo The object is absent. Un cortocircuito di rimandi tra  l’arte performativa di Marina Abramovich e l’upcycling di Martin Margiela. Quattro curatori, Alexandre Humbert, Tom Loois, Lucas Maassen e Angelique Spaninks, e diciassette designer: Alexandre Humbert, Alvin Arthur, Andreas Refsgaard, Dorota Gazy & Peter Rombouts, Elise ‘t Hart & Nils Davidse, Giulia Soldati, Govert Flint, Ivi van  Keulen, Louis De Belle, Lucas Maassen, Mark Henning, Mary Caye, Noud Sleumer, Rawad Baaklini, Thom van Rijckevorsel, Vivien Tauchmann, Woody Veneman, chiamati a declinare un avanzamento del design verso un campo allargato e più attivo che alla produzione di manufatti preferisce l’azione. “Pensieri poetici e filosofici aiutano la creazione di un ulteriore livello di significato che stimola associazioni che consentono di sperimentare le cose in modo diverso”. È questa la chiave nelle intenzioni dei curatori e dei partecipanti all’evento espositivo per dischiudere nuovi territori per il progetto. È il corpo, il medium che aiuta a dare forma a questa nuova dimensione senza oggetti. E così la mostra prende la forma di una successione di performance in cui i corpi si mettono in gioco nell’indagine dello spazio. Alvin Arthur con We Link In Motion ci invita a ballare per sempre e soprattutto insieme. La figura in movimento, la danza fanno del corpo l’essenza di tutto. È pura forma. È il collegamento di collegamenti, la relazione che ci rende umani tra gli umani. Si sente l’eco di alcune sperimentazioni avanguardistiche di Oskar Schlemmer al Bauhaus.

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Il corpo come strumento di conoscenza. Lucas Maassen e Vivien Tauchmann con alcuni studenti del master in social design della locale Design Academy danno vita a Body Architecture. Un progetto che si interroga su come si possano costruire spazi con i nostri corpi al di là di muri e mattoni, e come possiamo modellare gli spazi sociali, pubblici con i nostri corpi. Due esempi di come il progetto senza oggetti dovrebbe rivelarsi come un salto verso l’ignoto, verso un nuovo modo di essere, uno stile di vita più sano, interessante, senza sprechi, senza disuguaglianze. Gli oggetti stanno fuori da questo mondo da scoprire, sono assenti. Una visone positiva dell’inevitabile e necessario superamento di un mondo che va ripensato.

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Si possano costruire spazi con i nostri corpi al di là di muri e mattoni e modellare gli spazi sociali, pubblici con i nostri corpi. Il progetto senza oggetti dovrebbe rivelarsi come un salto verso l’ignoto, verso un nuovo modo di essere, uno stile di vita più sano, interessante, senza sprechi, senza disuguaglianze

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Ma l’affermazione inevasa di questo esperimento curatoriale come di altre proposte della DDW è che il disastro climatico, l’estinzione di massa, l’apocalisse evocata in tanti progetti non ha alcun senso se non si capisce che bisogna ridisegnare il sistema di produzione. È il capitalismo che va demolito e ripensato. Perché quando natura e società si intrecciano non è possibile separare la crisi ambientale da quella politica ed economica.

Da Mu ci spostiamo al Van Abbe Museum dove si presenta la seconda ricerca legata a Geo-Design, la piattaforma operativa e concettuale disegnata da Joseph Grima in collaborazione con la brava Martina Muzi. Dopo aver indagato la pervasività del sistema digitale cinese Alibaba, è la volta di Junk. All That Is Solid Melts into Trash. Un’indagine attorno ai sistemi globali di smaltimento dei rifiuti realizzata in collaborazione con il Van Abbe Museum con diciotto progetti di ex studenti della Design Academy di Eindhoven. “I rifiuti rappresentano un prodotto inevitabile della cultura del consumo che ci mette davanti a un sistema complesso. I designer fanno parte di questo sistema, quindi abbiamo l’urgente responsabilità di osservarlo e capire come funziona”, afferma Martina Muzi. I diciotto progetti indagano vari elementi di questo sistema globale, alcuni andando più in profondità e proponendo scenari nuovi e approcci che vanno nella direzione di soluzioni alternative a un sistema globale altamente impattante sull’ambiente e sulle economie che ne derivano, altri mettono in gioco interessanti dispositivi di conoscenza. Emergono i progetti di Shahar Livne, Accumulation/Landscapes of the plasticsphere e di Lotte de Haan, Salaula: the international trade of donated second-hand clothing to Zambia. Il progetto di Shahar Livne si concentra sulle Garbage Patches del Pacifico attraverso una videoinstallazione immersiva ricca di affascinanti suggestioni che prende la forma di un ambiente in cui è possibile visualizzare attraverso immagini, suoni e odori una comunità di microbi che popola queste immense distese di plastica. Questa comunità microbica sta già partecipando allo smaltimento dei disastri provocati dalla cultura umana dell’usa e getta inglobando e degradando la plastica. L’invito suggerito da questo progetto è quello di rompere definitivamente con la visione antropocentrica del mondo, con i disastri provocati dai meccanismi predatori del capitalismo.

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E’ questa la premessa irrinunciabile per la community del progetto. Superare un sistema che ci ha condotto all’esaurimento delle risorse fisiche del pianeta, al cambiamento climatico, alla diffusione massiccia di psicopatie aggressive e talvolta suicide. Il capitalismo appare sempre più come una trappola che vanifica le potenzialità di invenzione e di solidarietà. Ci dicono che non ci sono alternative al capitalismo: in questo caso dobbiamo prepararci all’apocalisse ambientale e all’estinzione sempre più probabile della razza umana e non c’è accompagnamento dolce verso questa tragedia come suggerito da Broken Nature. L’alternativa esiste e si fonda sul superamento dell’ossessione economica della crescita, sulla redistribuzione delle risorse, e sull’avvio della costruzione di progetti per la riconversione ecologica e sociale di cui l’umanità ha urgente bisogno.

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Sono questi i nuovi territori del progetto, così come timidamente suggerito da tante proposte emerse al Graduation Show della DAE o da Onomatopee con The (un)conservative, (un)fashioned, (un)decided, (in)dependent, (un)civil, and more Design Museum

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Se il mondo del progetto saprà cogliere questa sfida, sicuramente si potranno aprire nuovi territori da popolare con proposte di ripensamento del mondo. Il momento è politico. Tutto il design, altrimenti, diventa accessorio, cosmetico o al più informazione, comunicazione.