Il nuovo Apple store di Milano, un teatro per la città, senza biglietto - CTD
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26 luglio 2018

Il nuovo Apple store di Milano: un teatro per la città, senza biglietto

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Dal negozio alla piazza: perché il progetto di Norman Foster è un’utopia realizzata

di Davide Gallina, designer

Piazza s. f. [lat. platĕa «via larga, piazza».
«…mi darebbe due biglietti in platea? grazie».

Parto da qui, dal teatro, il cinema e tutti quei momenti in cui pensiamo di dover pagare un biglietto per assistere ad uno spettacolo. Sicuramente gli Olivetti avranno pronunciato centinaia di volte la parola platea nelle loro innumerevoli uscite mondane. Scomodo nomi e storie perché oggi Apple apre una “platea” al pubblico e ci risparmierà anche la fatica e il costo del biglietto. Quella piazza, ops platea, è piazza Liberty a Milano, e queste poche righe nascono dalla curiosità di sapere se una azienda design oriented come Apple è stata in grado di essere una buona designer anche questa volta.

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Apple store in piazza Liberty a Milano, courtesy Apple

 

Per andare in piazza decido di passare da una vietta laterale ed evitare il centrale corso Vittorio Emanuele, forse perché so che li c’è uno dei palazzi Ina di Gio Ponti. Camminando guardo i riflessi del vetro e delle piastrelline che Ponti aveva messo proprio per riflettere luce in una via che luce ne avrebbe presa poca. Così è, e in un attimo sono davanti al progetto di Apple, o per meglio dire di Norman Foster.

Una grande parete di vetro e acqua è il primo impatto, e ovviamente i riflessi pontiani li ritroviamo tutti. Guardando bene questo totem è un mix del vetro newyorchese che Apple ha interpretato con il progetto del cubo trasparente sulla Quinta Strada e le acque che sono il tratto fondativo e distintivo di Milano. Buon inizio. Per onor di cronaca questa è l’entrata del vero progetto che è un grande flagship store situato al piano -1 della piazza, e questa è forse la parte che mi affascina di più.

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Apple store in piazza Liberty a Milano, courtesy Apple

Il negozio di olivettiana memoria dei BBPR (Banfi, Belgioioso, Peressutti e Rogers) a New York partiva dalla medesima esigenza di Apple di mostrare la grande progettualità aziendale attraverso la creazione di futuribili negozi che, però, rimanevano negozi: entro, compro, esco. La scelta di spostare tutto al piano inferiore ribalta i presupposti e porta l’attenzione alla seconda parte del progetto. La scalinata. Superando il totem iniziale mi trovo infatti davanti a una enorme scalinata con gradoni, tanto dolci e profondi da risultare una piazza discendente. La voglia di guardare il tutto dal lato opposto è forte, cosi circumnavigo la piazza e a questo punto tutto è chiaro. Il progetto è una enorme platea che osserva un palcoscenico di acqua e vetro. Un teatro all’aperto.

Mi siedo sui gradoni e già mi accorgo che come me tanti sono seduti a chiacchierare, fotografare o solamente con la testa all’insù e leggo due righe sul progetto con il mio smartphone. Sul sito Apple c’è un programma di mostre, incontri, proiezioni, workshop, a partire dal primo progetto che porta il nome di Cosa farai domani, Milano?:
a ventuno artisti viene chiesto di interpretare uno sguardo sulla Milano di domani e l’Apple store di piazza Liberty ne sarà il palcoscenico per mostrare ciò ai cittadini.

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Apple store in piazza Liberty a Milano, courtesy Apple

Devo scappare e quindi mi alzo e mi incammino andando verso casa, pensando che essere buoni designer, che si tratti di progettare un telefono o una piazza, significa avere chiaro il perché si sta costruendo un ennesimo oggetto e che cosa vorremmo utopicamente raggiungere con questo nuovo manufatto. Creare un negozio offrendo una platea e un palcoscenico alla città è una buona utopia realizzata, di cui i vari Olivetti, Belgioioso, Banfi, Peressutti, Rogers e Ponti sarebbero sicuramente contenti. O, perlomeno, mi piace pensarla così.

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