Scenography: il negozio di modernariato a Roma - CieloTerraDesign
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Scenography, l’industrial design che mancava

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Scenography

Intervista a Federica Rizzo del negozio romano di modernariato

Diciamo la verità: se amate l’arredamento industriale, quello vero, fatto di pezzi originali e non di riproduzioni contemporanee, l’Italia non è esattamente in cima alle vostre destinazioni ideali per uno shopping mirato. Altri sono i pellegrinaggi che starete programmando per tornarvene a casa con un banco da lavoro pronto a diventare tavolo da cucina o con l’archivio di una vecchia fabbrica da trasformare in libreria.

Per questo, entrare da Scenography, alle porte del quartiere Parioli, a Roma, dà subito un senso di riscatto e appagamento: finalmente anche da noi un grande store con pezzi autentici e che nulla ha da invidiare ai suoi omologhi di Brooklyn, Londra o Parigi. Insegne in ferro e scrittoi provenzali primo Novecento, sedute recuperate da trattori anni 50 e scale tedesche in rovere. Bauli militari portadocumenti e poltrone da barbiere anni 60 in ghisa ceramicata.

L’anima di Scenography è Federica Rizzo, romana con la passione per il modernariato, musicista di professione e, dunque, con una lunga esperienza negli ambienti di scena. Non a caso è anche dalla frequentazione di teatri e cinema (suo marito è Paolo Genovese, il regista di Perfetti sconosciuti che ha fatto ricorso ai mobili della moglie per alcuni interni delle scene) che è nata l’idea del negozio.

A partire dal suo nome. “L’intenzione era di dare una nuova vita a mobili e oggetti di scena che spesso vengono buttati via senza troppi problemi ad allestimento finito”, racconta Federica. “Banchi da lavoro e lampade, scatole, attrezzi e macchinari. Nel laboratorio di Scenography, fuori dal centro di Roma, lavoriamo questi e altri pezzi: più che un restauro, è un dar loro una nuova vita, sempre però mantenendone intatta l’anima e l’originalità. Nell’ottobre del 2014 ho trovato questo locale vuoto ed è partita l’avventura”.

Da musicista a venditore di modernariato: un cambio di identità totale.

“Sì, e proprio per questo ho voluto affrontarlo seriamente. Un lavoro simile non si improvvisa. Cosi, prima di aprire Scenography sono andata a bottega da quattro artigiani: un fabbro, un falegname e due tappezzieri. E devo dire che non è stato semplice trovarne di disponibili a darmi spazio. La maggior parte di loro non vuole gente tra i piedi. Una donna, poi… Ma io ci tenevo tantissimo a non improvvisare. Volevo imparare che cosa si può fare e che cosa no partendo da un mobile che ha cinquanta, sessant’anni di vita o più. Se ha senso pensare di trasformare un oggetto in qualcos’altro o, se va bene com’è, come restaurarlo. Imparare mi è servito moltissimo, visto che spesso i clienti più appassionati non si limitano a comprare, ma chiedono suggerimenti e vengono qui con proposte molto originali”.

Andare a bottega è servito anche a pensare a come riadattare i mobili?

“Certo. Oggi in laboratorio possiamo partire da una macchina per cucire Singer e ricavarne due pezzi diversi separando la base per farne un tavolino e la meccanica per un altro scopo. Oppure, possiamo riadattare una vecchia pompa per l’acqua e trasformarla in lampada. O, ancora, usare vecchi bidoni bonificati per delle sedie. È questo il bello del mio lavoro. Ovviamente, anche quando interveniamo sul pezzo lo facciamo sempre usando i materiali e il legno originali”.

Dove trovi i mobili e gli oggetti che proponi?

“Soprattutto all’estero: Francia, Germania, Inghilterra, Polonia. Il Nord Europa in genere. In Italia non c’è una tradizione spiccata per l’industrial design. Visito vecchie fabbriche in via di dismissione e acquisto pezzi che finirebbero buttati. Fino a qualche anno fa, capitava che te li dessero gratis: quasi gli facevi un favore a svuotargli i locali. Da un po’ hanno capito il valore dei loro mobili oggetti e hanno iniziato a venderli”.

Chi sono gli appassionati italiani di industrial design?

“Persone con un gusto spiccato che, arrivate qui, non pensano solo a comprare e ad andare via, ma sono interessati a sviluppare un rapporto. Innanzitutto mandano tutti le foto dei mobili che hanno comprato, dopo averli sistemati nei loro appartamenti. E poi tornano, sono sempre a caccia di nuove idee e nuovi spunti. Alcuni ci ingaggiano come interior designer per l’allestimento, per esempio, di bistrot e locali. L’ultimo è Mostò, un’enoteca qui a Roma”.

I pezzi di maggior successo?

“Poltrone, ovviamente originali, degli anni Cinquanta e Sessanta. E l’oggettistica, per esempio i pupazzi Disney della Ledra, come questi del 1962. È incredibile la passione dei collezionisti per questi oggetti. Quegli occhiali, invece, vengono dal deposito di un’ottica di un’amica che abbiamo svuotato insieme: il trionfo del vintage”.

Il pezzo che ami di più?

“Una cassettina di legno della Invernizzi. Un incanto. Non la venderei per nessuna ragione al mondo”.