Insecure, la mostra che indaga la distopia di un mondo vigilato
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Paolo Casicci

27 Marzo 2019

Tutta l’insicurezza di un mondo sicuro. Come cambiano i nostri comportamenti sotto l’occhio delle telecamere

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La mostra Insecure di due giovani designer in zona Porta Venezia esplora una distopia sempre più concreta

Il Panopticon è il carcere ideale progettato dal filosofo e giurista Jeremy Bentham alla fine del Settecento. Una prigione perfetta perché sorvegliabile da un solo guardiano, senza che i detenuti abbiano contezza di essere sotto controllo. Un Panopticon rischia di diventare presto il nostro pianeta, con le telecamere di vigilanza che prendono sempre più piede negli spazi pubblici e contribuiscono a creare ambienti sterili, dove la consapevolezza di essere sotto osservazione modella e indirizza, alla lunga, i comportamenti umani.

Un dato su tutti: in Cina oggi sono attive 200 milioni di telecamere di vigilanza, quattro volte quelle degli Stati Uniti. In Francia ne risultano in funzione quasi 400 mila in luoghi pubblici, cifra che in Inghilterra decuplica. A Roma ce ne sono 2,5 per chilometro quadrato, a Milano quasi dodici e a Londra una ogni quattordici abitanti. Rispetto al Panopticon, l’uomo contemporaneo sa che da qualche parte c’è un occhio a osservarlo, ma non è detto che ciò sia un bene: chi vive sapendo di essere controllato, è proiettato in una dimensione artificiosa, non genuina, alterata.

Può il design indagare l’ambiguità del concetto stesso di sicurezza e delle tecnologie implementate per proteggerci ma diventate l’ingrediente base di una prossima civiltà distopica/dispotica? E’ quello che fa Insecure, tra le più interessanti installazioni della prossima Design Week. L’allestimento andrà in scena allo studio Park Associati nel distretto di Porta Venezia, a opera di Zan Kobal, designer sloveno di 26 anni, e Weixiao Shen, collega cinese di 23, conosciutisi al primo anno del master in Contextual Design della Design Academy di Eindhoven.

La mostra, a cura di Virginio Briatore che la definisce “un teatro della conoscenza, un design della consapevolezza“, nasce da una design call di Park Associati. “Noi siamo il volto” spiega Briatore, “ci mettiamo la faccia. L’unica che abbiamo. Ma oggi non ci appartiene più. Catturati e inquadrati dai sistemi di riconoscimento facciale – occhi, naso, bocca, capelli, incarnato ed espressioni varie sono strumenti di mercificazione e di controllo poliziesco. Ci siamo svenduti con i selfie e ci hanno incasellato con le telecamere di dubbia sicurezza. Quanto sta accadendo lo capiranno meglio le generazioni future. Ma noi ci siamo dentro. Fino al collo. Anzi con tutta la testa”.

Insecure_Park-Associati-Porta_Venezia

Weixao Shen e Zobal, 23 e 26 anni, autori di Insecure, Park Associati, Porta Venezia in Design

Zan Kobal e Weixiao Shen, come è nata l’idea di Insecure?

“Il progetto è il risultato di una conversazione casuale tra due persone provenienti da contesti culturali completamente diversi. Spaventati dall’interazione imbarazzante con una telecamera a circuito chiuso che ci fissava in silenzio, abbiamo iniziato a scambiarci le nostre esperienze in fatto di sicurezza negli spazi pubblici. Da lì è nato e cresciuto questo bisogno condiviso di riflettere su che cosa la sicurezza è e che cosa può diventare”.

Che cosa vedremo all’installazione?

“Nel corridoio dello studio Park Associati che conduce all’area espositiva, i visitatori vengono accolti da quattro telecamere di sicurezza. Una volta entrati nello spazio espositivo principale, si trovano in un futuro orwelliano. Uno spazio pieno di telecamere di sicurezza, sospeso su quattro pilastri, crea una versione ‘igienica’ della nostra realtà. Un futuro possibile, se non ripensiamo a quale dovrebbe essere la sicurezza dello spazio pubblico”.

L’immagine che è stata scattata in Cina e che usate come anteprima dell’installazione è davvero angosciante: persone in strada, a Pechino, cui un sistema di sorveglianza video associa un codice. Quanto tempo ci vorrà perché la maggior parte della popolazione mondiale venga archiviata partendo dalle riprese su uno schermo mentre va in ufficio o torna a casa?

“E’ uno scenario molto vicino. In una certa misura lo stiamo già vivendo, senza renderci conto che i sistemi di sicurezza sono intorno a noi. I programmi di riconoscimento facciale sono attualmente in fase di test, ma stanno diventando sempre più importanti nel tessuto della nostra realtà, mentre Cina e Stati Uniti sono già avanti di qualche passo. Se i test avranno successo, il resto del mondo seguirà rapidamente”.

La sorveglianza finisce per creare ambienti sterili, puliti e sicuri, perfetti per finalità commerciali. Due interessi si incontrano: quello dei governi a prevenire il crimine e quello delle aziende a fare business

Vi siete fatti un’idea di come cambieranno gli spazi privati, dato che forse tenderemo sempre più a rifugiarci lontano da questo Panopticon? O forse ci adatteremo e vivremo nello spazio pubblico come sempre, sviluppando attitudini inedite senza temere di essere osservati?

“L’azione politica da parte dei gruppi di interesse privato e dei governi ha già portato alla perdita di spazi comuni, ‘privatizzati’ nel nome della sicurezza, e questo sta finendo per limitare i comportamenti e l’accesso alla terra pubblica. Molti spazi in cui tutti godevano di accesso illimitato e diritti costituzionali, come la libertà di parola, sono stati riservati per usi commerciali o per determinate categorie di persone. La combinazione di questi due interessi ha anche trasformato la sicurezza in uno strumento che non serve soltanto a proteggere. Le telecamere, cioè, non sono lì soltanto per prevenire i reati, ma per fornire alle imprese il loro utente ideale – un consumatore dentro un ambiente ‘pulito e sicuro’. E’ un modo per incoraggiare l’adozione di un tipo di igiene socio-economica. Inoltre, il fatto di sapere che si è osservati di continuo può cambiare radicalmente la nostra società. È uno strumento perfetto per il controllo politico quello che impone l’obbedienza e costringe le persone a essere subordinate al ‘potere superiore'”.

Dopo aver studiato e lavorato su questa mostra, qual è la vostra opinione sull’intelligenza artificiale, più pessimistica o ottimistica?

“L’intelligenza artificiale ha un potenziale enorme. Se usato correttamente, può aiutare a far avanzare rapidamente numerosi settori, rivelandosi come lo strumento essenziale del ventunesimo secolo. Ma per riuscirci, deve anche essere regolato. Dato che si tratta di una realtà giovane, non sono state ancora messe in campo leggi sufficienti per regolare il modo in cui la tecnologia possa e debba essere utilizzata in modo responsabile. Bisogna che questo accasa, e che queste decisioni coinvolgano tutti, non solo chi ha potere. Deve essere un processo democraticizzato”.