Instagram sta cambiando il modo di progettare? - CTD
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Paolo Casicci

22 agosto 2019

Instagram sta cambiando il modo di progettare?

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Architetture, mostre, musei: chi si adegua e chi resiste all’estetica del social e all’effetto wow

Navigando in rete alla ricerca di bei progetti di architettura e design, potrete imbattervi negli interni coloratissimi e sofisticati di Breakfast with Mondrian, la casa che lo studio bulgaro Brani & Desi ha concepito come un omaggio al grande artista olandese e al movimento De Stijl. Un trionfo di figure geometriche dai colori primari che trasferisce sulle tre dimensioni, dal pavimento al soffitto fino agli arredi, la poetica di Piet Mondrian. Unico problema: Breakfast with Mondrian non esiste, è una galleria di render da migliaia di like su Instagram. O un fake, se preferite.

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Breakast with Mondrian, studio Brani & Desi

Un fake che, in rete e sui social, fa la sua splendida comparsa tra cime tempestose svettanti su tramonti dai colori ipersaturi, scale elicoidali che s’arrampicano vertiginosamente al cielo o s’inabissano, facciate dalle simmetrie perfette che nascondono interni dalle grafiche optical. Se da tempo sapevamo di vivere nella civiltà dell’immagine, adesso sappiamo anche che quell’immagine deve essere rettangolare, avere una palette all’altezza di William Turner e le dimensioni giuste per bucare lo schermo di uno smartphone.

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The Color Factory, San Francisco

 

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Benvenuti nel regno di Instagram, dove il social rischia di dettare (o forse già lo fa) le regole a progettisti e creativi. Come tutte le rivoluzioni innescate da un nuovo medium, anche quella del social network fotografico ha sparigliato le carte e dettato un’estetica che cambia il modo stesso per artisti e designer di stare al tavolo. Le Dream and Maze Guesthouse in Cina di Studio10, progettate come le scale impossibili di Escher, o l’hotel Shoreline Waikiki di Honolulu dalle palette audacissime degli americani Bhdm, per citare due casi che hanno fatto il botto online da poco, sono soltanto alcuni esempi di un mondo in cui la rappresentazione ha iniziato a contare più della realtà.

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Maze Guesthouse, Cina

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Dream Guesthouse, Cina

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Un mondo in cui le mostre ad alto grado di fotogenicità si moltiplicano. Già Wired due anni fa aveva portato ad esempio del fenomeno la Color Factory di San Francisco e l’Ice Cream Museum di Los Angeles, ma le installazioni pop-up nate per finire sui feed sono nel frattempo aumentate, spingendo anche i circuiti più colti a distribuire le opere come su un set, come è successo con la strombatura a tarallo che dal giugno del 2018 incornicia il Tondo Doni di Michelangelo agli Uffizi o con i funghi capovolti di Carsten Höller alla Fondazione Prada di Milano.

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Il Tondo Doni di Michelangelo agli Uffizi in un fotomontaggio ironico

Instagram è per i nostri occhi quello che i device hi-tech sono stati per i polpastrelli. Per architetti e designer, questo cambiamento è un’ossessione. Per il pubblico, la lente che trasforma tutto in un luna park. Osserva l’architetto Cino Zucchi: «Un’opera d’architettura si dispiega nelle tre dimensioni dello spazio fisico, e ne vive almeno altre tre nella nostra mente: la prima in quella privata, come interno abitato dalla nostra esistenza quotidiana; la seconda come sfondo dello spazio collettivo, quinta che delimita i luoghi pubblici della città od oggetto che scorre veloce dal finestrino di un treno; la terza, oggi sempre più rilevante, della sua immagine ritrasmessa dalle riviste o dai media elettronici. Beatriz Colomina, nel suo bel testo Privacy and Publicity. Modern Architecture As Mass Media, aveva visto proprio nella padronanza dei media l’atto di nascita dell’architetto ” moderno”. Se per l’architetto viennese Adolf Loos la qualità spaziale di una buona architettura era impossibile da rendere in foto (e viceversa), oggi l’immagine di un edificio raggiunge un numero di persone decisamente più vasto di quelle che l’hanno visitato in carne ed ossa. Oggi non c’è studio che non abbia una presenza costante sui social, dove però la complessità rischia di finire compressa in una fotografia spesso ritoccata e manipolata, se non addirittura generata in vitro. Ogni studio di architettura ha ormai non solo un proprio sito internet, ma anche una presenza costante su Facebook o Instagram dove comunica secondo forme diverse. Alcuni architetti non esitano a mettere in mostra la propria dimensione privata – come l’attivissimo danese Bjarke Ingels, che mischia foto di sue architetture a quelle di pupazzi, nipotini, viaggi –, mentre altri – come il portoghese Aires Mateus – scelgono con estrema cura rarefatte immagini delle loro opere. Apparente spontaneità e meticolosa comunicazione del brandscape invertono oggi i propri ruoli; la complessità del fatto architettonico, e delle numerose condizioni alle quali deve rispondere, rischia davvero di venire compressa in una fotografia spesso ritoccata e manipolata, se non addirittura generata in vitro (i rendering sono oggi ormai indistinguibili dalle architetture reali)».

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Il Méca a Bordeaux, polo transculturale progettato da Studio Big di Bjarke Ingels

Cino Zucchi: oggi non c’è studio che non abbia una presenza costante sui social, dove però la complessità rischia di finire compressa in una fotografia spesso ritoccata e manipolata, se non addirittura generata in vitro

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Leiria House, in Portogallo. Aires Mateus

Esistono progetti incredibilmente fotogenici che dal vero risultano deludenti se non sbagliati. «Per fortuna – racconta ancora Zucchi – la scelta finale dell’European Union Prize for Contemporary Architecture/ Mies van der Rohe Award avviene ancora attraverso una visita collettiva della giuria – che ho presieduto nel 2015 – agli edifici finalisti per coglierne il rapporto con il contesto e la funzionalità e colloquiare con gli abitanti e gli utenti».

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La Nuvola Lavazza a Torino, Cino Zucchi

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Ma è soltanto un nuovo codice estetico quello che ha preso piede o c’è molto di più, come teorizza il critico Marco Senaldi che ne ha ragionato di recente su Artribune? «Da sempre la scala su cui osserviamo fotografie, dipinti e video è rettangolare a dominante orizzontale. Quando però si tratta di uno smartphone, inspiegabilmente passiamo tutti a un rettangolo con una dominanza verticale, violando i canoni invalsi dall’invenzione del quadro». Questa serie di rettangoli che atterrano uno sull’altro nelle bacheche hanno finito per mutare il nostro orizzonte. Siamo passati a una sorta di tetris in cui il nuovo si aggiunge al vecchio congelando tutto in uno spazio in cui prima e dopo non contano, ma esiste un unico tempo congelato.

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Nell’arte, questa cascata verticale può far perdere ogni riferimento, storico e di contesto: «Senza voler essere moralisti, è un dato di fatto che esiste un quoziente di instagrammabilità e che tantissimi lo inseguono», dice la curatrice milanese Caroline Corbetta. «Il punto è capire come fare ricerca sfruttando i nuovi media anziché subirli». Corbetta ha trovato la sua formula con Il crepaccio, la galleria che dopo quattro anni di vita reale in zona Porta Venezia si è trasformata nel 2017 in un account che però, rifugge l’effimero dei social dedicando a ogni artista cinque scatti distribuiti lungo una settimana. Una curatela contemporanea per un progetto che è il catalogo in progress di talenti italiani, destinati altrimenti a restare sottotraccia.

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Ice Cream Museum, Los Angeles

Marco Senaldi: Instagram ha rovesciato i canoni con cui osserviamo fotografie, dipinti e video. Da sempre quella scala è rettangolare a dominante orizzontale. Quando però si tratta di uno smartphone, inspiegabilmente passiamo tutti a un rettangolo con una dominanza verticale, esattamente il contrario di quanto accadeva dall’invenzione del quadro

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Ma Instagram è anche il social che ha dato una ribalta difficile da immaginare prima a emergenti di ogni campo, inclusi quelli meno allineati. Nella fotografia, per esempio, a Francesca Iovene, estranea all’estetica social dominante. O a Davide Trabucco e al suo progetto Confórmi. Nato nel 2015 proprio come account social, Confórmi ha toccato quota 38mila follower. Si tratta di coppie di immagini tagliate diagonalmente per formarne una terza inedita in cui architettura e arte si uniscono generando nuovo senso: uno studio sulla forma in divenire molto in linea – questo sì – con la mutabilità delle vite e della realtà online.

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Raffaello Sanzio, Canigiani Holy Family, 1507 VS Herb Ritts, Stephanie, Cindy, Christy, Tatjana, Naomi, Hollywood, 1989. Progetto Conformi di Davide Trabucco

Dice ancora Zucchi: «Nel suo testo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin afferma che “l’architettura ha sempre fornito il prototipo di un’opera d’arte la cui ricezione avviene nella distrazione e da parte della collettività. La sua fruizione avviene non tanto sul piano dell’attenzione quanto su quello dell’abitudine”. Non vi è dubbio che negli ultimi anni la diffusione sempre più grande da parte di riviste e internet delle immagini di architetture anche molto lontane – e in questo senso, necessariamente “sradicate” dal contesto al quale appartengono –, ancorché operare una pericolosa opera di semplificazione, abbiano anche aumentato notevolmente l’attenzione sulla costruzione quotidiana del nostro ambiente. L’architettura è una forma espressiva che, come il cinema, ha una modalità di fruizione che non può selezionare il proprio pubblico, e che quindi è in qualche modo responsabile delle risonanze inaspettate che può essa creare in modi di lettura diversi. Se attraverso Instagram il soggetto – in questo caso l’architetto o l’artista – cerca di controllare la propria immagine pubblica, le fotografie che immette nel flusso mediatico non gli appartengono più, e contribuiscono alle metamorfosi di un “gusto comune” che alla fine è quello che plasma ogni giorno i nostri ambienti urbani».  

 

Articolo originariamente apparso su Repubblica