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Paolo Casicci

18 Aprile 2017

Italianism riparte dal design

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Rassegna e contest, al via la nuova edizione. Renato Fontana: creativi, graffiate di più

Riparte Italianism. La conferenza creativa nata nel 2015 da un’idea di Renato Fontana punta, ancora più che in passato, sul design.

Design è il tema scelto per la seconda edizione del concorso Dieci parole cui chiunque può partecipare cliccando sul sito della rassegna. Dopo essersi registrati, un algoritmo assegnerà una parola a caso che il candidato dovrà illustrare con la forma creativa ritenuta più congeniale: fotografia, illustrazione, digital painting, gif, video, paper art, collage, textile art, 3d, tattoo, fumetto, typo, tecnica mista…

I lavori vanno consegnati entro il 15 maggio. Una giuria di professionisti e docenti selezionerà i trenta elaborati più significativi che verranno esposti in formato poster a Roma, alla Farnesina (partner della conferenza) e, con i venti vincitori dell’edizione 2016, faranno parte della mostra Italianism • Il Design della Parola, candidata a un tour negli Istituti italiani di cultura nel mondo.

Del nuovo Italianism abbiamo parlato con Renato Fontana.

Perché il design come tema di questa edizione?

“Dopo il prezioso contributo dell’Accademia della Crusca nella prima edizione, c’era bisogno di un partner altrettanto qualificato e attento: l’incontro con l’ADI Associazione per il Disegno Industriale e con la Direzione Generale della Promozione Sistema Paese del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale mi è sembrato un’ ottima occasione per proseguire il progetto e per focalizzarsi su un tema sempre attuale e di grande interesse per la scena creativa italiana”.

Che cosa rappresenta il design per Renato Fontana?

“Io conferisco a questo termine un significato molto ampio, che va al di là dell’ideazione di oggetti o della costruzione di manufatti. Design è un sostantivo che per me necessita quasi sempre di un attributo: trovo sia più corretto oggi parlare di graphic/interactive/information/web/food/communication/sound  design, allargando quindi il campo della definizione. Per spiegare in modo visivo questo concetto durante la mia attività di  docente, utilizzo un poster realizzato nel 2000 da Steff Geissbuhler per la sede di New York dell’AIGA – The professional Association for Design, che ci aiuta anche a capire il senso dell’intersezione tra le competenze”.

Le parole scelte quest’anno sembrano parlare a un Paese sfiduciato, o quanto meno ripiegato su se stesso: futuro, ricerca, progetto… E’ un contrappasso culturale?

“Le parole sono state selezionate da ADI, quindi anche il mio punto di vista va considerato un’interpretazione. Certamente queste parole portano con sé una dimensione valoriale forte e una vocazione professionale responsabile e qualificata. Il design è gioco e fantasia, ma anche impegno e metodo. L’Italia da decenni sta dimostrando al mercato internazionale di essere competitiva in questo ambito, ma è bene non cedere alla tentazione dello status quo”.

In passato della cultura visiva italiana hai detto che “abbiamo quasi sempre il piede sul freno. Il paese è un po’ immobile e in loop anche dal punto di vista creativo. Pochi graffi, buona esecuzione ma meno originalità di pensiero e visionarietà in grado di stupire”. Puoi spiegare meglio? Dove e quali sono i segnali che invece vanno in controtendenza?

“Io credo che in questi anni in Italia, per innumerevoli ragioni socio-culturali, manchi il coraggio e la quasi naturale o sfrontata volontà di rischiare. Non credo che alla creatività faccia bene un humus di mediazione e di acquiescenza al giudizio esterno. C’è un grande conformismo comportamentale e ideativo, ma ritengo che le energie andrebbero aiutate a liberarsi in direzioni non stabilite a priori. E che i protagonisti si togliessero dalla mente il senso dell’impossibilità di ottenere un risultato o della necessità di un successo. Il paradosso è che per molte menti creative italiane il foglio bianco e senza vincoli, rappresenta una sindrome invece che un’opportunità. Lo studio serio, senza se e senza ma, è un ottimo catalizzatore per rigenerare. E dobbiamo in tutti i modi evitare che in Italia si studi meno o peggio”.

A quale delle dieci parole di quest’anno sei più affezionato e perché? 

“Amo particolarmente ‘visione’. E’ una parola che ha significati affini ma differenti, quindi interpretabile non in modo univoco. Da un lato il semplice atto del vedere, cosa che Leonardo ed Einstein ci hanno insegnato sia altro dal guardare; poi, il possibile inserimento di un elemento fantastico o quasi irreale nella percezione di stimoli esterni; ma soprattutto la capacità di identificare un’ idea, di focalizzare un concetto o un percorso. Nel linguaggio aziendale, il termine anglofono corrispondente (vision) sa indicare l’impegno, il quadro valoriale, la dedizione strategica e la coerenza tattica nel raggiungimento di obiettivi che rispecchiano lo scenario a cui tendere. Senza visione non c’è futuro”.

Una curiosità per i nostri lettori: un oggetto di design che ti ha sempre affascinato?

“Il design è legato anche ai concetti di tempo e di memoria personale. Per questo cito la macchina da scrivere portatile Lettera 45 Studio di Ettore Sottsass, prodotta da Olivetti nel 1967, con il suo originale colore verde blu, la tastiera progettata senza alcune lettere e segni di interpunzione, la valigetta contenitiva in ABS. Mi è stata regalata, non nuova, da mio nonno e mi ha accompagnato in tutti i successivi cambi di vita e traslochi: ancora oggi è presente nel mio studio. Ed è anche un modo per ricordare una figura imprenditoriale quasi unica nel panorama italiano del Novecento, Adriano Olivetti, al quale parole come innovazione, visione, progetto ed etica si addicono ancora in modo perfetto”.