JoeVelluto: il tempo è scaduto, disegnare oggetti ormai è da sfigati - CTD
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Paolo Casicci

27 giugno 2019

JoeVelluto: il tempo è scaduto, disegnare oggetti ormai è da sfigati

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“Il mondo è cambiato, i designer si adeguino”. Parola di Andrea Maragno, anima dello studio creativo più irriverente d’Italia

“Presto, per un designer, progettare oggetti sarà roba da sfigati, esattamente come finora lo è stato il contrario”.

Andrea Maragno sgrana parole di un certo peso con calma Zen. Che, una volta tanto, non è solo un modo di dire, visto che la meditazione è entrata da qualche tempo nella vita di questo designer aggiungendo un nuovo metodo e prospettive a un percorso già denso e articolato.

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Live Now Design Later, la mostra all’ultimo Fuorisalone nata dalla collaborazione di Joe Velluto con Guido Musante e Young Digitals. Il percorso, basato sull’interazione smartphone-persona-oggetto, indagava i limiti alla libertà delle scelte umane.

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Maragno è, con Sonia Tasca, l’anima di JoeVelluto, lo studio multidisciplinare con base a Vicenza che da quindici anni spiazza e pungola la comunità del design con progetti ironici e irriverenti. Dunque non suona anomala la profezia sul futuro del design fatta dallo stesso creativo che nel 2011 posò seminudo davanti all’obiettivo di Oliviero Toscani per presentare, in Triennale, FunCoolDesign, una collezione di cinque pezzi belli e inutili. E che, tre anni prima, se n’era uscito con il manifesto dell’Adesign, UseLess Is More, raccontando con chiavi mozzate e sedie impossibili tutta la vacuità di “un sistema che continua a produrre oggetti di cui il mondo è già saturo, quindi superflui”.

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La novità, rispetto ad allora, è il rapporto tra il mondo e il design: il primo è cambiato assai rapidamente, l’altro no. Urgono risposte, e JoeVelluto ha le sue. C’entra lo Zen, ma non soltanto, come vedremo.

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Andrea Maragno, chi è il designer di domani?

“Cominciamo col dire che cosa non è o non può essere più: un autore di oggetti. All’ultimo Fuorisalone abbiamo presentato una mostra, Live Now Design Later, che nel titolo allude al fatto che il design debba arrivare, appunto, dopo. Quando, cioè, s’è già preso coscienza di un bisogno e del contesto. E’ un discorso dalle ricadute molto pratiche: ha ancora senso progettare sedie in un mondo pieno di oggetti e in piena emergenza ambientale? Noi crediamo che già adesso il vero designer sia quello che disegna meno, il less designer. Anche se questa avanguardia responsabile, questo ‘design di senso’, vuol dire rimettere completamente mano a un ruolo e a un’industria. E inventarsi, ce ne rendiamo conto benissimo, anche un nuovo modo di guadagnare”.

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Un progetto per la cantina Tenuta Baron: una nuova veste grafica per la bottiglia di vino abbinata a un apposito contenitore. “Immaginiamoci di avere una serata romantica ma di non voler cadere nel banale…”. Il progetto Buchét è un kit che comprende bottiglia, bicchieri e un supporto espositivo per rendere il momento del brindisi speciale

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Anche perché le aziende continuano a chiedere ai designer di progettare oggetti, magari cavalcando in maniera ambigua concetti chiave come sostenibilità e circolarità che oggi vanno tanto di moda.

“Ma aziende come Patagonia, con il suo impegno per una produzione sostenibile, esistono da tempo su questa Terra e non su Marte. Come esistono colleghi designer, per esempio i Formafantasma, che hanno iniziato a uscire dalla comfort zone del disegno in senso stretto. E certo non siamo noi i primi a dire che il design è anche filosofia, antropologia e comunicazione e che i progettisti dovrebbero aspirare a diventare i consulenti dei governanti, come va ripetendo da tempo Paola Antonelli. La strada, in qualche modo, è segnata: bisogna però sforzarsi di vederne il principio e di non pensare che sia un percorso fuori dal mondo”.

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Il progetto “one shot, one life” consiste nell’inserire l’iconica sedia Superleggera nella catena biologica vita-morte-vita, diventando collante tra una specie e l’altra. Dei micro fori sul legno vengono ottenuti sparando alle gambe della sedia con un fucile a pallini di piombo. Lo scopo è agevolare, e accelerare, l’ingresso di alcuni tarli, che avvieranno il processo di reinserimento della sedia nella catena biologica della vita. L’idea della mostra Supercolla nasce a seguito della rottura di 30 Superleggere causata dall’utilizzo prolungato degli avventori del Potafiori, un noto ristorante-fioreria fondato a Milano da Rosalba Piccinni.

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Quando ha iniziato a percorrere, JoeVelluto, questa strada?

“Due settimane fa ci chiama un’azienda per chiederci di progettare un lettino prendisole a stampaggio rotazionale in plastica. Un pezzo dall’ingombro non proprio minimo, per di più difficile da impilare e stoccare. E una potenziale rogna il giorno in cui volessi disfartene, abbiamo fatto notare. Dall’azienda ci hanno risposto che il lettino sarebbe dovuto durare trent’anni, senza capire che è proprio questo il problema! Purtroppo, fin quando le imprese non avranno cambiato approccio, saremo destinati a esplodere. Ci invitano regolarmente a conferenze piene di imprenditori dove tutti parlano di economia circolare e di innovazione: in teoria hanno capito l’emergenza, ma poi al momento di agire restano al palo. E’ un po’ come con la meditazione: la consapevolezza di averne bisogno è importante, ma dopo? Le aziende della plastica, peraltro, sono le prime a doversi porre il problema. O cambiano da sé o qualcuno ci penserà al posto loro”.

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Il progetto Re on not to re in collaborazione con Teraplast SpA è stato presentato alla prima edizione del Ro Plastic Prize bandita per l’ultimo Fuorisalone da Rossana Orlandi. Si tratta di una concreta innovazione di processo di riciclo al 100 per cento della plastica post-consumo. Il progetto utilizza il vaso Re-Pot di Teraplast prodotto con la plastica post consumo, quella che si trova nella raccolta differenziata dei comuni cassonetti della spazzatura, selezionata e suddivisa per gamma cromatica ed è un’esortazione al riciclo, quello vero.

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Però, restando alla plastica, un’azienda con cui lavorare l’avete trovata.

“All’ultimo Fuorisalone abbiamo portato al Ro Plastic Prize di Rossana Orlandi To Re or not to Re?, una serie di vasi realizzati con Teraplast per rispondere alla domanda se abbia senso o no riciclare. La risposta è assolutamente sì, semmai la questione è come. La maggior parte della plastica cosiddetta riciclata proviene infatti dagli scarti di produzione di oggetti fatti con polimeri plastici, mescolati a granuli di plastica ‘pura’. Il risultato è un nuovo prodotto che non può essere considerato realmente riciclato. I nostri vasi sono prodotti invece con la plastica post consumo, ovvero quella che si trova nella raccolta differenziata dei comuni cassonetti della spazzatura, selezionata e suddivisa per gamma cromatica. Insomma, un’esortazione al riciclo, quello vero. Progetti come questo, ovviamente, non nascono dal nulla, ma dall’incontro di due disponibilità. Al designer tocca formare e informare, accendere una scintilla. Essere, in senso letterale, meno designer. Chiaramente non è tutto così semplice, anche noi ci interroghiamo di continuo. Ciò che sappiamo con certezza è che nulla, presto, sarà più come siamo abituati a conoscerlo”.

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Sei anche un docente di design. Come veicoli questo modello ai tuoi studenti?

“Quello che cerco di insegnare è che prima di progettare bisogna avere chiaro che cosa è un essere umano e qual è il suo bisogno. Per progettare una bottiglia o un bicchiere, devo prima capire cosa è la sete. Paradossalmente, il risultato finale potrebbe non essere né una bottiglia né un bicchiere, ma l’atto stesso del bere. Qualche giorno fa abbiamo presentato alla Scuola italiana di Design di Padova i risultati di un workshop cui hanno partecipato anche i colleghi Matteo Ragni e Matteo Zorzenoni. Avevamo lavorato con una grossa azienda giapponese che produce macchine oftalmiche per monitorare come cambia la retina degli astronauti in assenza di gravità. I ragazzi hanno lavorato sulle emozioni, sono andati a caccia di lucciole e camminato bendati per interrogarsi sul concetto di fiducia. Poi i valori sono diventati forma”.

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Sensounico è un kit per la degustazione (e meditazione) di birra artigianale che pone l’utilizzatore in una situazione di annullamento di tutti i sensi percettivi, tranne il gusto. In questo modo si ha la possibilità di assaporare la bevanda in tutta la sua essenza, come in una stanza al buio senza rumori. Il kit è composto da guanti per limitare il senso del tatto, tappi auricolari per attutire il senso dell’udito e una mascherina per oscurare il senso della vista. L’elemento centrale è costituito da un bicchiere “balloon” totalmente coprente progettato per assaporare gli aromi. Il progetto mantiene coerenza con l’impegno dell’editore “32 Via dei Birrai” impegnato in attività di solidarietà verso i non vedenti.

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Sono passati otto anni da FunCoolDesign e undici da UseLess is more, quando additavate nel design l’origine di tante cose inutili e rimestavate nelle “contr-addizioni” del vostro mondo. La mostra Live Now Design Later segna un po’ un approccio nuovo: meno provocazione e più “educazione”. Mi sbaglio?

“Diciamo che in questi anni abbiamo capito che dai ceffoni nascono altri ceffoni (sorride, ndr), così abbiamo deciso di puntare su un approccio diverso, più – come dire – educativo. Anche in questo caso, però, partiamo da una consapevolezza dello scenario”.

Cioè?

“Il nostro è un mondo al rovescio in cui le persone sembrano vivere come in una campagna elettorale perenne, tra comizi sui social network e like da conquistare come voti, mentre i politici hanno traslocato al Bar dello Sport e i loro discorsi si sono adeguati a quel livello. Più qualità nei contenuti può essere un obiettivo”.

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Resta il fatto che la politica dei “ceffoni” rischia di essere più efficace, come dimostra l’esperienza di tutti i giorni. Mi si nota di più se twitto una cattiveria o se riempio un’aula universitaria?

“L’obiettivo è far uscire il design e i designer dalla loro area di comfort, che è quella della progettazione ‘semplice’, del disegno. Il designer deve diventare ricercatore, antropologo. Dicevamo di Paola Antonelli, ma potremmo citare Papanek e il design sociale, anche se i suoi output erano per lo più funzionali. Oppure i Global Tools e il loro modello di educazione globale permanente, quell’approccio multidisciplinare che mette insieme dalla grafica alla psicologia, in una parola la vita. Dobbiamo smetterla di pensare che per essere considerato un designer devi disegnare oggetti o sei uno sfigato. Oggi deve essere il contrario!”.

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Lo Zen come si unisce al design?

“Lo Zen vuol dire uscire dai confini, vivere quel tanto di disagio che serve a entrare in crisi e a smuovere certezze. E’ prendere coscienza che le idee generano un perimetro che poi finisce per coincidere con noi stessi. Come uscirne? Con la mostra Live Now Design Later, per esempio, abbiamo costruito insieme a Guido Musante e a Young Digitals un percorso di oggetti dove gli oggetti non erano il focus, ma lo era la nostra presunta libertà di scelta di fronte ai bivi della vita. Abbiamo portato il pubblico a interagire con gli oggetti attraverso uno smartphone, che da un lato è quanto di meno associabile, per convenzione, ci sia allo Zen, dall’altro dimostra che anche un cellulare può essere utile a interrogarsi, e dunque più che il cosa conta sempre il come”.

Andrea Maragno in una foto di Ioan Pilat