Kiasmo, cartoline (e design) dalla quarantena - Cieloterradesign
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Paolo Casicci

16 Aprile 2020

Cartoline dalla quarantena, il “viaggio intorno alla camera” di Kiasmo

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In dialogo con Vincenzo D’Alba e Francesco Maggiore, designer e direttore creativo del marchio pugliese. Con le immagini della corrispondenza anacronistica (e inedita) tra i due

Nel panorama del design italiano, Kiasmo occupa un ruolo singolare. Fondato nel 2011 a Ruffano, in Salento, il marchio assorbe i segni della cultura mediterranea per processarli, contaminarli e restituirli in chiave contemporanea sotto forma di collezioni le più varie, dalla casa al fashion. Ceramiche, tessili e complementi d’arredo sono accomunati dal tratto, riconoscibile, impresso da Vincenzo D’Alba, l’architetto che ha tenuto a battesimo il brand con il direttore creativo Francesco Maggiore e l’imprenditore Mauro Melissano, facendone un caso di scuola del made in Italy di lusso a matrice artigianale esportato in tutto il mondo.

Ma Kiasmo è anche il Suite Museum disegnato da D’Alba a Uggiano, piccolo comune a pochi chilometri da Otranto, una residenza che schiude all’ospite il mondo ancestrale di questo brand situato al crocevia di arte, design, moda e architettura. Un osservatorio privilegiato per capire come un creativo vive questo periodo di quarantena. Lo abbiamo chiesto a Vincenzo D’Alba e a Francesco Maggiore.

Vincenzo, hai definito Kiasmo Suite Museum un “viaggio intorno alla mia camera”. In che cosa si è trasformato questo viaggio adesso che la camera è condizione universale e obbligata?

Al di là della quarantena, il viaggio attorno alla propria camera è una condizione necessaria perché, essendo un’apparente restrizione, permette di svelare le proprie attitudini. Come tutti i viaggi, anche questo porta alla scoperta e non può non sorprendere per la sua originalità ed eccezionalità.

Kiasmo Suite Museum nasce con la voglia di ricreare un “romitorio”, utilizzando una formula antica dove far coincidere pensiero e quotidianità.

È paradossale, infatti, come questo elogio della camera scritto da Xavier de Maistre, dal quale prendiamo riferimento, per certi versi coincide con un libro ipoteticamente opposto come Anatomia dell’irrequietezza. Afferma, infatti, Bruce Chatwin: ”Ho cercato di scrivere in luoghi come una capanna di fango africana […], un monastero del Monte Athos, una colonia di scrittori, un cottage di brughiera, persino una tenda. Ma quando arriva una tempesta di sabbia o comincia la stagione delle piogge o un martello pneumatico annienta ogni speranza di concentrazione, sempre mi maledico e mi domando “che ci faccio qui? Perché non sono alla torre?”.     

Ecco allora come l’idea primordiale della casa, come luogo di rifugio, coincida, anche per il più estremo viaggiatore, o forse proprio per quello, con uno spazio da evocare e di cui avere nostalgia.

Per questo la casa di ciascuno di noi dovrebbe essere costruita su misura, in maniera sartoriale. Pensiamo, ad esempio, alla “casa come me” di Curzio Malaparte a Capri. Questo non deve far obbligatoriamente pensare a una casa griffata e inaccessibile, al contrario, si tratta di costruire un universo dell’abitare intimo, come estremo atto liberatorio. 

Ça va sans dire, ovvero una forma di naturalezza e sensibilità che ognuno può adottare per riscoprire il piacere della casa.

La casa di ciascuno di noi dovrebbe essere costruita su misura, in maniera sartoriale. Questo non deve far obbligatoriamente pensare a una casa griffata e inaccessibile, al contrario, si tratta di costruire un universo dell’abitare intimo, come estremo atto liberatorio.

Per essere attuali, le “videochiamate” trasmesse sui media in questi giorni mostrano interni, di qualsiasi ceto sociale, di un’orribile modernità e mostrano, ancor più, i segni di una confusione generata da un babelico sistema espressivo. Una sorta di obbedienza e di disadattamento sembrano incarnare una abitudinaria rinuncia alla vitalità.   

Francesco, Kiasmo Suite Museum nasce dall’idea di un sacello, il recinto con un altare dedicato agli dei nell’antica Roma. Che direzione può prendere, oggi, questo filo progettuale?

Kiasmo Suite Museum nasce per incarnare un valore assoluto poco incline ai tempi e, soprattutto, al quotidiano. L’abitare poeticamente è una condizione necessaria e persino l’ “estetismo” non può prescindere dalla cultura.

Restare fermi vuol dire interrompere, o almeno sospendere, quella fitta rete di relazioni che è alla base di Kiasmo e che abbiamo apprezzato, per esempio al Fuorisalone 2019 nella collaborazione con Antonio Marras. Come reagite a questa condizione di stasi totale? Come funzionano le vostre contaminazioni? Continuate a comunicare e a progettare a distanza?

In realtà, questa parentesi di stasi se da un lato vieta molti incontri, dall’altro permette di intraprendere nuove scelte progettuali.

La nostra è indubbiamente un’impresa rete, così come teorizzata da Gianfranco Dioguardi, sia per motivi imprenditoriali, dovuti alle relazioni con altre imprese o realtà produttive, sia per motivi culturali, dovuti ai continui dialoghi con architetti, scrittori, artigiani, stilisti, grafici e artisti. È impossibile immaginare, quindi, una dimensione di stasi totale. Il rapporto con i nostri interlocutori continua, si rinnova ed è assolutamente teso verso nuovi progetti. Grazie ai nostri partner aziendali, i nuovi prodotti da collezione comprendono diversi nuovi ambiti: dall’auto alla moda. 

La dinamicità dell’informatica, che proprio nel termine “rete” ritrova la sua chiave di sviluppo, ci permette di continuare a tessere relazioni, in questo periodo, soprattutto con paesi stranieri.

Le videochiamate trasmesse sui media in questi giorni mostrano interni, di qualsiasi ceto sociale, di un’orribile modernità e mostrano, ancor più, i segni di una confusione generata da un babelico sistema espressivo. Una sorta di obbedienza e di disadattamento sembrano incarnare una abitudinaria rinuncia alla vitalità.

Vincenzo, che cosa stai disegnando oggi?

In questi giorni intrattengo una fitta e anacronistica corrispondenza, tramite cartoline, con Francesco Maggiore. Questo percorso, fatto di segni e di carte, attraversa l’Italia, da Uggiano la Chiesa a Milano, e appare ideale per riflettere sui numerosi nuovi capitoli di Kiasmo. Per il resto Nulla dies sine linea.

Il simbolismo è un tema molto importante in Kiasmo. Ho sempre pensato che gli oggetti e i decori di Kiasmo fossero come dei medium per mettere in relazione la persona con lo spazio, come nella migliore tradizione del design italiano, ma con una matrice ancora più forte, ancestrale. Questa chiusura, secondo voi, rimetterà in discussione il ruolo del decor o lo renderà più forte quando saremo tornati liberi? 

Non accadranno fatti o reazioni in grado di stravolgere il gusto, almeno nell’immediato. Siamo letteralmente sommersi da pensieri, anzi, da opinioni e da trovate di ogni sorta; per questo, crediamo che i presunti esiti e premonizioni bulimicamente prodotte saranno disattese. In momenti come questi scaturiscono certamente dei cambiamenti ma non possono essere compresi nel presente.

Per questo è da considerare ingenuo l’accanimento di taluni su questa condizione che è evidentemente sociale e non artistica. 

I cambiamenti si fondano su tanti fattori e oggi, in campo, vi è solo, per l’appunto, il distanziamento sociale. 

Riguardo il nostro simbolismo: noi riteniamo che sia da considerarsi un appello all’icona, alleggerita da valori simbolici o da esercizi di narrazione. L’icona, da sola, basta a procurare una visione e a rendere tanto legittima quanto superflua un’eventuale voglia di comprensione.