Ho visto case

La prima casa, design per i piccoli profughi

Il progetto di interior del centro di accoglienza Intersos a Roma. Quando l’architettura cambia (con poco) la realtà

 

di Cecilia Anselmi

 

E’ possibile oggi dare spazio all’accoglienza in una città come Roma, capitale in crisi con mille priorità ed emergenze connesse a degrado, disservizi della mobilità pubblica e infrastrutture, al recupero di intere parti che dal centro alla periferia debbono trovare nuova linfa per una rinnovato ciclo di vita e nuove destinazioni d’uso? E’ possibile immaginare che in un Paese occidentale, ricco come il nostro, si possa pensare anche all’emergenza che pone oggi in tutta Europa il tema dell’accoglienza dei rifugiati? E se sì, quali debbono essere gli strumenti e le modalità per attuarla? Quali gli attori in campo? E, soprattutto, è percorribile l’obiettivo di scongiurare il protrarsi di abitudini non più considerabili come accettabili per la dignità umana, che negli ultimi quindici anni si sono radicati nel tessuto anche informale della città?

La qualità dello spazio dell’accoglienza dovrebbe essere elemento prioritario e venire assieme all’aiuto umanitario, che è fatto anche di altre cose, servizi sociali in primis. Questo spazio deve poter ospitare persone in difficoltà che provengono da condizioni critiche in cui hanno perso la casa, la famiglia, ogni loro bene, e hanno la necessità di essere accolte, curate e ospitate in un ambiente, se pur in via transitoria e temporanea, dignitoso da abitare. Il progetto architettonico e il design hanno una chance imperdibile in questo caso. Hanno il compito, se non il dovere, di giocare un ruolo fondamentale. Convincendo innanzitutto sul fatto che non è più possibile confondere il tema dell’accoglienza con quello del “tollerare la presenza”, in qualsiasi modalità questa si esprima. Che accada in via informale o coatta e cioè che possa prendere luogo in modalità spontanee (quindi fuori da ogni possibile previsione di progetto) o coercitive ma pur sempre non idonee, se si pensa all’inadeguatezza di luoghi infernali come i campi rom legali.

In una metropoli europea come Roma è necessario trovare altre strade rispetto a quelle comunemente praticate, scoprendo che alcune sono già percorribili. Un esempio concreto, seppure a una scala ancora contenuta, ma convincente poiché facilmente replicabile, è la risposta che sta cercando di dare InterSos, ong attiva in Italia e all’estero nel portare aiuto alle persone vittime di guerre, violenze e disastri naturali. Il progetto Intersos24 è dedicato all’accoglienza dei rifugiati minorenni. Questo nuovo centro di cure primarie e assistenziali per minori stranieri e non accompagnati è già realtà, ma dovrà essere ultimato nei prossimi mesi anche grazie a una campagna di raccolta fondi lanciata a novembre per il venticinquennale dell’associazione.

Il centro, aperto al quartiere e a chiunque ne abbia bisogno, nasce dal recupero di un ex polo scolastico abbandonato a Torre Spaccata, periferia romana, concesso dalla Regione Lazio. E’ un esempio virtuoso di come con investimenti esigui, ottimizzando risorse pubbliche (immobili) e private (donazioni), e seguendo un progetto interessante nell’aspetto formale sobrio e spartano, si possa ridare vita a uno spazio di proprietà pubblica, altrimenti latente e abbandonato.

Ma per progettare uno spazio, qualsiasi spazio, sono necessarie competenze adeguate e ancor più come in questo caso la presenza di mediatori. Architetti e designer possono mettere al servizio la propria esperienza professionale, le proprie capacità tecniche ed estetiche, anche in funzione di obiettivi di questo tipo, fuori dai clamori del mainstream. Da qui è nata la collaborazione tra InterSos, Vincenzo Di Siena – architetto romano, docente di interior design allo Ied Roma e consulente della ong –  e un gruppo di suoi studenti. A loro, Di Siena ha assegnato come caso di studio per le tesi di laurea proprio l’ampliamento del centro di accoglienza InterSos 24. Il progetto così elaborato di ridefinizione ed adeguamento degli spazi interni di un edificio degli anni 70 ha preso forma attorno a pochi punti essenziali: una ristrutturazione semplice e funzionale a garanzia di ambienti unici senza divisioni, assecondando la necessità di suddividere in sotto ambiti lo spazio senza però dividere le persone; l’utilizzo di arredi economici che definiscano gli ambienti senza alzare i muri o chiudere le porte; il concepire l’intero progetto come una finestra sul mondo prevedendo aperture verso cui guardare fuori, guardare oltre ma anche guardare gli altri. Ancora, un uso dei colori legati al tema del gioco, semplice o libero, per ricreare un’atmosfera più vicina possibile a quella familiare e domestica.

Vincenzo Di Siena, come è nata la collaborazione tra Intersos e Ied?

“Circa un anno e mezzo fa, InterSos mi ha chiesto aiuto e supporto su questo progetto. In quel momento la ong era all’inizio della trattativa con la Regione Lazio per la concessione dei locali, quindi c’era tutto il tempo di programmare il lavoro nel modo migliore. Così ho proposto loro di coinvolgere lo Ied per farne un caso di sperimentazione, sia dal punto di vista didattico che della ricerca. Lo Ied ha accolto questa proposta con grande interesse ed entusiasmo, tanto da inserirla nel proprio programma di tesi di laurea del corso triennale accademico di Interior design. Ecco quindi che InterSos24 è diventato oggetto di alcune tesi degli studenti diplomati dello scorso anno accademico. Giulia Matani e Tiziana Feligioni sono le due giovani designer autrici del progetto che, tra tutti quelli frutto del laboratorio di tesi, ha interpretato e colto al meglio lo spirito dell’operazione. La questione che ci siamo posti con gli studenti è stata quella di affrontare il tema dello spazio dell’accoglienza attraverso gli strumenti propri del progetto e del design, con l’obiettivo di ottenere  spazi di qualità senza naturalmente perdere di vista l’approccio umanitario al tema. In un certo senso ci siamo chiesti se, con una giusta carica motivazionale e creativa, mantenendo pur sempre un atteggiamento low-fi, si potesse dare a questi luoghi quel valore aggiunto che è la prerogativa e la condizione di ogni buon progetto”.

In che modo può essere proficua la collaborazione tra una scuola di design e una ong umanitaria?

“I modi e i luoghi in cui operano molte associazioni umanitarie ci vedono coinvolti più di quanto si possa immaginare, anche quando il nostro ruolo si limita a quello di cittadini/sostenitori, e questo per vari motivi. Innanzitutto InterSos, che è conosciuta in tutto il mondo per essere presente – in prima linea – nei luoghi delle emergenze, da qualche anno ha aperto anche fronti, diciamo, interni: le ondate migratorie che investono l’Italia, e i fenomeni che ne seguono, richiedono operazioni di sostegno a migliaia di persone in difficoltà anche nelle nostre città e Roma, che è ed è sempre stata un crocevia di rotte migratorie, è una delle realtà più importanti da questo punto di vista. Sono ancora vive nei nostri occhi le immagini degli sgomberi di piazza Indipendenza e del centro Baobab. Una città come Roma deve poter dare risposte diverse alla questione immigrazione, una tra le cruciali del nostro tempo, e la sinergia virtuosa che, come in questo caso, vede coinvolti un’associazione umanitaria, un’amministrazione pubblica e una scuola di design è proprio quel tipo di risposta che fa del dialogo e della comprensione le sue caratteristiche fondanti”.

Che relazione c’è tra il centro  realizzato da poco e il progetto di tesi sviluppato dagli studenti sotto la tua supervisione?

“Il centro di accoglienza inaugurato recentemente non è altro che il primo step del progetto. È una forma di sistemazione parziale degli spazi che permette però ad InterSos24 di essere operativo in attesa che la campagna di raccolta fondi lanciata in questi giorni dia i suoi primi frutti. Oggi InterSos24 offre un servizio di accoglienza notturna per minori non accompagnati con venti posti letto, uno sportello di assistenza psicosociale per i minori vulnerabili del quartiere, un ambulatorio medico gratuito aperto anche ai cittadini romani che hanno bisogno di visite specialistiche in ginecologia, pediatria e malattie infettive, assistenza medica di base e orientamento ai servizi sociosanitari, laboratori per ragazzi, ragazze e mamme del quartiere. Una volta completato il progetto, InterSos24 avrà a disposizione spazi più ampi, più flessibili e potrà arrivare ad accogliere fino a sessanta minori non accompagnati. Il completamento del progetto ha bisogno di quasi 400 mila euro e per questo è partita la campagna di crowfunding Aiutaci a completare la ristrutturazione di InterSos24.  La sistemazione attuale, pur nella sua semplicità e nel suo aspetto ‘spartano’, ha fatto propri i principi e le linee guida del progetto e ne ha in qualche modo posto, coerentemente, le basi.

 

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