La mia serata in Triennale tra peperoni, scolapasta e dieci colleghi top | CieloTerraDesign
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Mario Alessiani

20 febbraio 2019

La mia serata in Triennale tra peperoni, scolapasta e dieci colleghi top

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Vita, millennial design e tanta ironia per gli amici di Un posto dove stare bene

Vi spiego perché uno scappato di casa di Teramo si è ritrovato in Triennale a parlare di sé insieme a dieci dei migliori designer italiani under 30.

Tutto è iniziato con un articolo di Virginio Briatore sulla sua rubrica di Interni dove mensilmente racconta di un giovane designer che ha attirato il suo interesse.

Lo scorso dicembre ero a Fiumicino, direzione Cina, e mi arriva la notizia che finalmente l’articolo era uscito. Super felice, mando un messaggio a Virginio per ringraziarlo e mi dice: “Tieniti libero il 14 Febbraio”.

Già lì emozione mista ad ansia, perché non sapevo cosa fosse, ma avevo intuito che si trattava di qualcosa di bello. Poi, scoprendo che sarei andato al format Un Posto Dove Stare Bene, mi sono tolto il sonno per un mese… Mi prende così, quando ho qualcosa di importante da fare parte il panico. Virginio stava organizzando a Milano Vite da Designer, 10 designer under 30 avrebbero raccontato se stessi in un “tempo tirannico di 4 minuti” (cit.) a testa.

Quindi San Valentino in Triennale, per la gioia della mia ragazza.

Arriva il 14 e parto per Milano. Sveglia alle 4.30 e aereo da Pescara alle 6.30. In città, stile zombie, passo la giornata andando in giro con fare turistico, di solito ci vado per lavoro e non ho mai tempo di godermi una città bellissima. Appuntamento alle 19.30 con salivazione esaurita dalle 17, sono alla preparazione dell’evento che è un mix di ufficialità e familiarità che si scioglie con un “Alessiani inizi tu, ordine alfabetico come a scuola”. Apriva le danze il più ansioso dei dieci, il sottoscritto. Il tutto condito da una clessidra che scandiva i 5 minuti per la presentazione.

Con me c’erano Alizarina Silvia, Gabriele D’Angelo, Sara Ricciardi, Federica Biasi, Raikhan Musrepova, Tagmi (Valentina Antinori e Danilo Leonardi), Benedetta Bacialli, Luca Boscardin e Valentina Raffaelli.

Si inizia, sala pienissima e ansia alle stelle. L’ho buttata sulla simpatia, sono partito da un episodio che mi è successo quando ero studente allo IED Roma. Avevo un professore di storia del design particolarmente colto e brontolone che durante la mia tesina su Sapper/Zanuso lanciò un’invettiva contro il design contemporaneo. Sosteneva che nel passato il design italiano era talmente glorioso da poter essere suddiviso in decadi e che ogni decade fosse interamente riconoscibile per stile e filosofia, una sorta di fiume culturale che si è stagnato nel lago della contemporaneità dove si è mischiato tutto e gli stolti designer di oggi pescano di qua e di là senza cognizione di causa creando un minestrone. Questa teoria l’ho chiamata, in suo onore, La Palude di Balmas.

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“La palude di Balmas”, Mario Alessiani

Non sono pessimista come lui sulla qualità dei miei contemporanei, in realtà sono un grande fan delle nuove generazioni di designer, ma questa storia mi ha dato lo spunto per chiedermi come fare per uscire dalla palude e creare un rigagnolo che, insieme agli altri designer, potesse diventare un fiume di continuità e fare in modo che anche le decadi del futuro abbiano la stessa potenza di quelle passate. Ho poi impiegato anni per capire come potessi effettivamente dare il mio contributo al mondo della progettazione; essendo cresciuto in Abruzzo a suon di arrosticini e formaggio fritto, dovevo cercare un appiglio culturale che potesse distinguermi. Non l’ho mai trovato, ma ho cercato di scavare a fondo nella mia personalità per capire che direzione prendere.

Dovete sapere che sono un tipo molto noioso e metodico, ho addirittura studiato come pulire un peperone nel minor tempo possibile. Ho sempre odiato tutti quei semi in giro, quindi sono giunto ad una soluzione.

E questo approccio nel tempo si è mischiato un po’ anche al mio metodo progettuale: sintetizzo i processi (creativi e produttivi) per rendere il tutto facile e snello, tipo quando ho progettato Vela per Offiseria, nata da una prima proposta fallita miseramente in cui avevo ideato una lampada da tavolo bocciata per le troppe pieghe sul paralume.

GUARDA IL VIDEO

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Mario Alessiani, progetto di lampada

Allora, per ovviare al problema delle troppe pieghe sono passato a farne una sola che mi ha permesso di realizzare una lampada se non più bella, sicuramente più riconoscibile.

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Mario Alessiani per Offiseria

Stesso discorso quando ho lavorato al tavolo Carati, dove l’idea di usare viti per fare quell’oggetto non mi entusiasmava affatto e ho optato una struttura autoportante grazie all’incastonatura del piano nella struttura in metallo. Ma il clou di questo approccio è venuto fuori con uno dei più recenti progetti, Steelo per Officine Tamborrino, dove le asole sulla sedia hanno semplicemente la funzione di non far sbattere la lamiera nel momento della piega, ma sono presenti con prepotenza, a dichiarazione della tecnologia di produzione fin dai primi sguardi che riceve.

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Mario Alessiani, Steelo per Officine Tamborrino

In Triennale ho raccontato la mia ricerca su come rendere gli oggetti più onesti possibili, in modo che solo con il loro aspetto lascino intuire il processo con cui sono fatti, un processo che vuole essere il più snello possibile per rendere le cose più accessibili nonostante siano quasi esclusivamente fatte a mano. Progetto anche pensando al potere d’acquisto dei millenials che meritano sempre un pensiero in fase di concezione del prodotto. Quindi ho raccontato tutta questa storia per spiegare quello che è il mio filtro progettuale che determina cosa decido di portare avanti e cosa no, una specie di “scolapasta”. Ed è proprio sull’ultima sillaba, lo “-sta” che cade l’ultimo granello della clessidra, giusto a ribadire il concetto che sono un tipo noioso e metodico, tanto da spaccare il secondo anche in questa occasione.

GUARDA IL VIDEO DI STEELO

Dopo di me, un’escalation di talenti: chi progetta giocattoli, chi arazzi, chi maniacalmente si è dedicato alla ricerca sul cibo. Eterogeneità caratteriale, progettuale e culturale (nonché logistica) da parte di tutti che fa capire che il futuro è roseo e che di talenti ce ne sono tanti, vedo più che uno spiraglio dalla Palude di Balmas.

Poi tutti a casa con la consapevolezza di aver partecipato a qualcosa di molto bello.
Come da copione sulla via del ritorno ho preso la metro verde nel senso sbagliato per sei fermate.