"Ma la sharing economy non è una rivoluzione" | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

12 Aprile 2018

“Ma la sharing economy non è una rivoluzione”

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Nell’allestimento di Raumplan a Base le contraddizioni della nuova economia, tra fattorini di Foodora e case di Airbnb tutte uguali

Il design diventa un’inchiesta sulla sharing economy con Trouble making, who is making the city?, una serie di allestimenti nello spazio Base, distretto di via Tortona, per esplorare le contraddizioni di un sistema di mercato nato come alternativo ma che ormai da tempo sta imponendo le sue distorsioni. Ne parliamo con Pietro Bonomi, cofondatore di Raumplan, il collettivo che ha il merito di coordinare una serie di progetti in cui questa realtà si mostra per immagini, per esempio quelle dei volti dei corrieri di Foodora.

“Sotto la voce sharing economy si fanno convergere realtà estremamente eterogenee. L’unico vero denominatore comune sembra il basarsi di queste aziende su una piattaforma informatica che fa incontrare domanda e offerta, riducendo parallelamente i costi di transazione e diverse scomodità logistiche e normative. L’eliminazione di barriere e di intermediari viene definita collaborativa. Quindi sharing economy e platform capitalism, pur non essendo esattamente sovrapponibili, sono due fenomeni strettamente collegati. Forse sarebbe bene iniziare a parlare di ‘economia dell’affitto’ o del ‘noleggio’, più che di condivisione”.

 

Da che punto di vista analizzate tutto questo?

“Uno degli aspetti più interessanti dal nostro punto di vista è che le modalità di condivisione delle proprietà mobili e immobili finiscono sempre più per confondersi e assimilarsi con le modalità di ingaggio lavorativo: sulle piattaforme si noleggiano non solo proprietà ma anche abilità, competenze, capacità di lavoro. Insomma si noleggiano le persone. I lavoratori vengono ‘affittati’, ‘condivisi’ da molti datori di lavoro, persino ‘recensiti’, proprio come i servizi e le merci offerti dalle piattaforme online. Sono sempre di più le piattaforme che raccolgono i profili di lavoratori disponibili alle più disparate prestazioni on-demand: dalle traduzioni ai lavori domestici, dai traslochi ai riassunti, dalla programmazione alla falegnameria. Ci sono Amazon Turk, Fiverr o Taskrabbit. Science Exchange, ad esempio, è una piattaforma che permette ad aziende e scienziati di ‘affittare’ ricercatori e laboratori, pagandoli soltanto il numero di ore richieste. Insomma a noi (e non solo a noi, per la verità, in molti ci stanno lavorando) sembra che fenomeni apparentemente paralleli – sharing economy, capitalismo delle piattaforme, gig economy, ma anche la cosiddetta logistica avanzata – tendano verso l’integrazione in un sistema unico, che ridisegnerebbe non solo la distribuzione delle merci e le modalità di consumo, ma anche le condizioni e il mercato del lavoro”.

 

Resta il fatto che, anche se sharing, è sempre un’economia basata sui consumi.

“Sì, è una strategia di consumo, di distribuzione e di vendita: non di produzione. Non mette in discussione gli assetti proprietari: non prevede alcun mutualismo, né la condivisione della proprietà come nel modello cooperativo. L’economia della condivisione è nata come risposta (temporanea?) al combinato disposto di crisi economica, austerità, ritiro dell’investimento pubblico, stagnazione dei salari e ‘riforme strutturali’. In un certo senso la sharing economy non fa che razionalizzare gli effetti negativi della crisi, presentandoli come una specie di scelta di vita. La realtà è che coloro che possiedono qualcosa lo affittano per tirare avanti e coloro che non possiedono nulla usufruiscono sporadicamente di beni che non potranno mai possedere. È una socializzazione della povertà invece che della ricchezza, che permette ai più di sopravvivere senza reddito, senza investimenti e senza lavoro, e a un capitalismo in difficoltà di convertire ogni bene che è già stato comprato e quindi rimosso dal mercato (in un oggetto affittabile che non lascia mai il mercato, supplendo così allo stallo produttivo e reddituale”.

 

A che cosa serve un palliativo?

“A peggiorare ulteriormente la situazione. Per un verso, tariffe basse e modalità di utilizzo smart rendono spesso i servizi offerti dalle aziende della sharing economy preferibili a quelli tradizionali. Tuttavia i prezzi bassi costituiscono in sé un problema. Non solo per i lavoratori (dietro ai prezzi bassi ci sono quasi sempre salari bassi), ma anche per gli imprenditori: le piattaforme non investono in nulla di stabile, non creano indotto, abbassano i prezzi del settore. Facebook ha un valore di mercato di 450 miliardi di dollari, ma per il software ha investito in tutto meno di 100 milioni di dollari. Alcuni sostengono che ciò contribuisce e contribuirà sempre più alla già scarsa dinamica degli investimenti nelle economie occidentali. La spinta deflativa impressa a tutto un settore economico è del resto un problema che riguarda anche il capitalismo delle piattaforme in generale. E poi c’è il problema del lavoro. I fautori della sharing economy immaginano un futuro in cui ciascuno sarà libero di lavorare per chi vorrà, quando vorrà, moltiplicando le proprie fonti di reddito: la multiattività (gig economy) sarebbe la soluzione alla stagnazione dei redditi e alla disoccupazione di massa, mentre addirittura alcuni profetizzano la fine del lavoro salariato come forma contrattuale. Le produzioni dal basso e il crowdfinancing sarebbero invece la soluzione alla ritirata dell’investimento pubblico e forse persino al declino del welfare state. Finora però, più che i contorni di un nuovo sistema sostenibile e magari (come alcuni vorrebbero, vedi Paul Mason) post-capitalista, si vedono all’orizzonte soltanto i segnali inquietanti del possibile ritorno a un proto-capitalismo di stampo ottocentesco: lavoro a cottimo, redditi variabili e rischi tutti a carico dei subordinati (ovvero di chi non possiede capitali mobili o immobili o le piattaforme che regolano la «condivisione»), senza garanzie né tutele e senza investimenti pubblici che regolino l’allocazione delle risorse. Poi c’è appunto anche l’equivoco di trattare lavoratori come i rider di Foodora o gli autisti di Uber come lavoratori autonomi. In realtà i lavoratori sopportano tutti i rischi, mentre i profitti vanno solo a chi possiede le piattaforme e i software”.

 

La sharing economy sta modellando comunque le nostre città.

“Base ci aveva chiesto di fare una mostra sul city-making. Noi provocatoriamente ci siamo chiesti: sì, ma chi, davvero, fa la città oggi? L’orto urbano o Amazon? Hanno qualche possibilità le piccole iniziative di rigenerazione dal basso di fronte allo strapotere di forze organizzate e potentissime? Abbiamo perciò chiesto agli artisti invitati chi fossero, per loro, i grandi (e non sempre riconosciuti) attori dei cambiamenti della città e di indagare come questi agiscono sulla dimensione urbana e anche su quella domestica”.

 

Facciamo qualche esempio di come questi temi vengono trattati nell’allestimento.

“Nella mostra cerchiamo di dar conto di alcuni fenomeni apparentemente slegati che sembrano però convergere in un modello di città, di economia, di lavoro piuttosto preciso. L’idea è che i rider del food delivery, le modalità di fruizione della città caratteristiche del turismo di massa, l’home sharing, la condivisione di dati, lo sfondamento della barriera dell’intimità domestica (con Amazon Key o con i dispositivi che trasmettono dati in cloud) e la diffusione di informazione orientata e filtrata da algoritmi facciano parte di un fenomeno unico, di cui ancora fatichiamo a immaginare tutte le conseguenze. Tour de Force di Louis De Belle + Giacomo Traldi è un filmato che mette in questione, con una certa dose di ironia, il modello di turismo di massa contemporaneo (in particolare i city-sightseeing e il turismo su gomma). L’idea è che la città stessa tenda a riprogettarsi e riconfigurarsi in funzione della sua rappresentazione turistica (vedi per esempio il progetto di riapertura Navigli, comunque la si pensi in merito), dando origine a un paesaggio iconico e brandizzato che serve essenzialmente a far passare dalla città più turisti, più velocemente e a ciclo continuo in modo da valorizzare al massimo i suoi asset immobiliari. Si parla non a caso oggi di ‘marketing territoriale’”. New Delivery di Louis De Belle + Nicolò Ornaghi parla dei rider che lavorano per le piattaforme e consegnano il cibo a domicilio e fanno parte del paesaggio della città. Le fotografie ritraggono i loro volti, alcuni dettagli del loro bizzarro equipaggiamento e alcuni momenti di attesa fra una consegna e l’altra. L’idea è quella di dar conto della realtà materiale delle loro giornate, mostrando quali sono le conseguenze reali e concrete di certi flussi virtuali di denaro, dati e informazioni (la distribuzione del lavoro, i bonus legati alla produttività e al ranking dei rider sono appannaggio dell’algoritmo dell’app della piattaforma). Il progetto di Giga Design Studio, superinternet e Karol Sudolski, poi,  riflette su alcuni cortocircuiti fra ciò che è online e gli eventi reali. Per ragioni che saranno chiare all’inaugurazione della mostra, non posso svelare precisamente in che cosa consiste il contributo. Parlando molto in generale, si può dire che gli autori cercano di far luce, non senza una certa ironia, sui meccanismi e le dinamiche che guidano le folle ai tempi dei social network”. Delfino Sisto Legnani + Davide Coppo e Alessandra Chiarelli con Insiders hanno prodotto sei scatti in cui protagonisti sono alcuni dispositivi cloud, legati al concetto di Internet of things e domotica, che entrano nelle nostre case e registrano informazioni sugli spazi e abitudini private, archiviando i dati in cloud. L’aspirapolvere automatico Roomba IRobot, l’assistente vocale di Google (il cui microfono è sempre acceso), Amazon Key (serratura apribile in remoto per consegna pacchi ecc controllando con una cloud cam), i robot di sorveglianza e altri dispositivi domestici archiviano dati a flusso continuano e li portano all’esterno rendendoli virtualmente disponibili a parti terze (al di là della possibilità di scandali tipo Cambridge Analytica, la sezione Termini e Condizioni di questi prodotti afferma che in caso di acquisizione o fusione con altre aziende queste entrano in possesso dei nostri dati anche senza il nostro esplicito consenso). Questi prodotti si insinuano nelle nostre case come “parassiti” o come “cavalli di Troia” svolgendo una sorta di inside job (di qui il titolo) e in particolare Amazon Key costituisce un’innovazione notevole a livello simbolico non meno che effettivo: significa lasciare letteralmente le chiavi di casa alla piattaforma. Cade l’ultimo intermediario, l’ultima barriera che limitava il circuito dello scambio, intralciando i percorsi della logistica avanzata: la soglia di casa, il diaframma fra casa e piazza, fra spazio dell’intimità e spazio commerciale. Le fotografie li ritraggono in mezzo a materiali da arredo (vetri, tende, piastrelle) tipici del domestico, ricreando un’ambientazione metafisica e surreale. I testi di Davide Coppo completano le immagini con dei copy pseudo-pubblicitari che contribuiscono ulteriormente a un effetto di straniamento e a un certo senso di minaccia associato a questi apparecchi apparentemente amichevoli e “intelligenti”. E poi ancora altri allestimenti…”.

 

Ci sono esperienze personali, di vita, di voi coinvolti nell’allestimento dietro i temi che sviluppate?

“Be’, certamente. Noi siamo tutti nati negli anni Ottanta e ci siamo scontrati con l’esplosione di questi fenomeni proprio nel momento in cui siamo entrati nell’età adulta e quindi anche nel mondo del lavoro. Come tutti prendiamo in affitto camere su Airbnb, utilizziamo servizi di sharing, ordiniamo su Amazon perché costa poco ed è molto comodo. Poi siamo ormai tutti, volenti o nolenti, piuttosto esperti su come funziona l’informazione e la promozione di contenuti ed eventi online, anche per quanto riguarda certe dinamiche manifestamente distorsive e canagliesche; molti intorno a noi o non trovano lavoro, o lavorano sostanzialmente a cottimo, quasi nessuno può permettersi un mutuo o una famiglia con il suo reddito… La mostra non esprime alcun giudizio, ha piuttosto la funzione di raccogliere le persone attorno al problema, farle parlare… e anche, direi, di rispondere alla necessità di creare un immaginario visivo relativo a questi temi. Portarli a espressione artistica permette un rispecchiamento, un’evocazione… Insomma l’ambizione è quella di contribuire alla formazione di una sorta di riferimento comune per iniziare ad affrontarli.

 

Incuriosisce lo studio sulle foto di Airbnb. Perché come esempio di estetica che appiattisce la realtà avete scelto proprio questo?

“La scelta non è esattamente nostra: noi abbiamo contattato una serie di artisti, fotografi…In sostanza abbiamo chiesto a ciascuno di loro: Who’s making the city? E ciascuno ha risposto a modo suo. Per gli autori di questo contributo, Calibro, Donato Ricci e òbelo, Airbnb porta con sé quasi tutti i temi legati alla mostra: capitalismo delle piattaforme, sharing, logistica avanzata (Amazon key permette di aprire agli ospiti in remoto) ecc Inoltre Airbnb, come è ormai noto, è spesso fra i primi responsabili delle dinamiche di gentrificazione nelle città. Poi si presta anche a una certa satira sul linguaggio “friendly” e “smart” tipico delle aziende della sharing economy”.

 

C’è anche un’installazione “alla Castiglioni” che spiega come l’Italia sia una preda di queste piattaforme.

“Esattamente. Una preda di lusso, ma pur sempre una preda. In un circuito economico globale senza confini, i flussi di capitale si insediano soltanto laddove le condizioni (legislative, fiscali, sociali, infrastrutturali) sono temporaneamente più vantaggiose, senza restituire al territorio e alla comunità alcuna eredità economica, culturale o architettonica riconoscibile. Dove ve ne sia una, tende per lo più a distruggerla. La lampada infatti, monca e ingombrante, ricorda a mio avviso anche un po’ la goffa irrilevanza di certe celebrazioni del made in Italy. La bandiera tricolore che pende impotente allude forse anche all’impotenza dei governi locali di fronte alle pretese dei tech giants. Poi comunque, all’esaurirsi di tutte le interpretazioni, rimane questa vecchia lampada senza luce, del tutto inutile, associata al tricolore…insomma, direi che la posizione di Ayr sul tema è abbastanza chiara”.

 

C’è una parte dell’allestimento che accanto all’analisi suggerisce soluzioni?

“Niente di esplicito sicuramente. Però, leggendo fra le righe, alcune indicazioni si possono trarre. Ciascuno trova le sue, sono curioso di ascoltare le persone che visiteranno la mostra. Parlo per me. Io mi sono chiesto che cosa resiste all’azione di questi flussi di denaro (soprattutto), di dati, di disinformazione, di turisti indifferenti… Io credo che esista un’indisponibilità strutturale dei luoghi e delle persone a essere resi del tutto fluidi: non li puoi spostare, manipolare e riprodurre come i capitali, i dati, le informazioni. Questo non significa che luoghi e persone debbano debbano essere chiusi e impermeabili ai flussi esterni: ma il loro rapporto con l’esterno ha il carattere dell’ospitalità reciproca, non quello dell’interscambiabilità. Le persone e i luoghi hanno una storia e una «fisicità»: mentre la storia e la fisicità di una banconota sono indifferenti in relazione al suo valore, il valore di una persona o di un luogo ne dipende in maniera preponderante. Credo che queste «resistenze» siano alla lunga invincibili. Quando tratti i riders di Glovo come se fossero dei droni (mi colpisce molto nelle foto vedere come la rete virtuale di denaro e l’algoritmo dell’app incidano le loro conseguenze sulla pelle, sulla fisicità, su questi corpi infreddoliti e stanchi…), o quando tratti la città e la sua storia come moneta di scambio per un temporaneo vantaggio, alla lunga qualcosa si rompe. So che non è molto, ma è quello che ho capito io”.