Perché non esistono più le icone di design, il libro di Chiara Alessi - CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

6 giugno 2018

La versione di Chiara Alessi sulla fine delle icone

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Un saggio sul design che è soprattutto un’inchiesta sul nostro tempo

Che cosa hanno in comune il celebre spremiagrumi di Philippe Starck per Alessi, il guru cyberpunk Douglas Rushkoff, una minuscola frazione di neanche quattromila abitanti in provincia di Novara e la pagina facebook di uno chiunque tra di voi che state leggendo questo articolo? Apparentemente nulla. Moltissimo, in realtà. Per scoprire che cosa, dovete leggere un libro uscito da qualche settimana e che è molto di più di quello che sembra a prima vista.

Il mondo visto dalle caffettiere

Parliamo di Le caffettiere dei miei bisnonni, l’ultimo saggio di Chiara Alessi. È uno di quei libri che riescono ad andare molto oltre il tracciato promesso dal titolo e dal loro settore – in questo caso il design – e finiscono per spalancare una finestra sul mondo e offrire chiavi di lettura della società contemporanea. Che è poi quanto è giusto chiedere al design (e ai suoi divulgatori): interpretare il proprio tempo e restituirlo sotto forma di oggetti e testi che siano portatori di una visione.

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Giovanni Alessi e Alfonso Bialetti. Foto Museo Alessi

Oggetti senza tempo

Ma procediamo con ordine. Nel suo libro, Chiara Alessi si interroga sul perché il design italiano non riesca più a produrre icone. Prodotti, cioè, nati nel loro tempo e destinati a sopravvivergli, a diventare punti di riferimento belli, utili e gratificanti per i consumatori, inclusi – anzi, soprattutto – quelli delle generazioni a venire. Sono icone la lampada Arco dei fratelli Castiglioni prodotta da Flos, il rasoio di Dieter Rams per Braun, lo spremiagrumi di Philippe Starck disegnato per Alessi. Ed è un’icona la moka, la caffettiera che Alfonso Bialetti inventò nel 1933 e che da allora serve milioni di tazzine agli italiani. Proprio alle caffettiere è dedicato il libro, a partire dal titolo, per un motivo molto semplice: Chiara Alessi, di professione curatrice, saggista e docente al Politecnico di Milano, è pronipote di Alfonso Bialetti e di Giovanni Alessi: il design e le icone sono nel suo Dna. Esattamente come le “caffettiere dei suoi bisnonni” sono nel patrimonio affettivo di milioni di italiani. E la moka, scrive la Chiara Alessi storica e critica, è ancora un’icona nonostante dal 2010 non sia più prodotta nel luogo originario, il mitico stabilimento di Crusinallo nel Novarese, e dal 1993 il logo non appartenga più alla famiglia fondatrice. Però “oggi dire ‘la Bialetti’ – scrive Alessi – fa pensare solo e subito alla moka, come se le due cose si corrispondessero”.

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Alfonso Bialetti con la sua celebre moka. Courtesy famiglia Alessi

Il presente continuo dei social

Ora la domanda è: perché non esistono più da anni oggetti contemporanei di design italiano che possano aggiornare l’immagine di quella moka? Perché anche gli addetti ai lavori, quando cercano icone contemporanee, fanno una gran fatica a trovarle? La risposta di Chiara Alessi è che semplicemente abbiamo smesso di produrle. Per quali motivi? Le ragioni sono diverse. Per comprenderle, il saggio fa un bel salto fuori dal recinto del design ed esplora questo nostro tempo. Lo fa senza moralismi, con lucidità e a volte spietatezza. Innanzitutto si tratta di un tempo che, come lo definirebbe Douglass Rushkoff, è un presente continuo: una dimensione cioè in cui spazio e tempo, passato e futuro si sono compressi o sono scomparsi, annullando con se stessi anche le condizioni e quel distacco che permettono alle icone di nascere. Spiega Alessi: “Come per le immagini, come per le parole, siamo immersi nel tempo istantaneo dei social in cui abbiamo la conferma immediata di essere letti, visti e approvati. E dove i messaggi, le immagini e i video scambiati si cancellano automaticamente dopo essere stati visualizzati”.

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Le caffettiere dei miei bisnonni, di Chiara Alessi, edito da Utet libri

Ha vinto Narciso

Che cosa c’entra tutto questo con il design? “Gli autori delle nostre icone lavoravano immersi nel loro presente, erano in grado di instaurare relazioni con esso, ma le loro idee non coincidevano perfettamente con le istanze del tempo, anzi è proprio in quello scarto che si inseriva l’oggetto. Il quale, impersonando questa distanza, la poteva raccontare”. Alfonso Bialetti viveva il suo tempo ma pensava al futuro, quando inventava la moka. Richard Sapper, autore per Alessi della celebre caffettiera 9090, voleva migliorare un modello e un oggetto che il suo tempo e le generazioni a venire avrebbero accolto con entusiasmo. “I loro sforzi” spiega Alessi “sarebbero stati sostenuti anche più in là”. Oggi, invece, viviamo una sorta di futuro anteriore in cui le icone del passato occupano il nostro tempo e il presente stenta a creare un’immagine credibile e stabile del futuro da trasmettere. Non è soltanto questa dimensione temporale anomala a impedire alle icone di nascere. Molto, spiega Alessi senza moralismo, c’entra quel narcisismo imperante che ha spostato dalla scena l’oggetto per collocarci il soggetto. “Oggi al centro è tornato l’uomo nel suo strano solipsismo in cui le cose vengono scelte per il profilo che sanno restituire di lui, a lui, nell’immediato: cioè, come dei segni. O, meglio, dei segnaposto”. È del resto la stessa trasformazione che stanno vivendo la moda, con i migliori creativi impegnati a firmare collezioni che sono storytelling personali, o l’industria del viaggio, in cui l’experience e il come hanno preso il sopravvento sulla destinazione in sé.

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Lo spremiagrumi Juicy Salif di Philippe Starck per Alessi. Illustrazione di Yoshiko Kubota

In fila per l’i-Phone

“Non è che non ci si appassioni più agli oggetti”, spiega poi il libro. “Tutt’altro: il presente senza futuro è un tempo di perenni desideri e soddisfazioni dei desideri, ma senza la metabolizzazione necessaria per trasformare quei desideri o bisogni istantanei in un sentimento più complesso e maturo. Oggi più che mai – scrive Chiara Alessi – funzionano quelle ‘cose’ che non necessariamente devono funzionare e durare, ma sanno dare delle emozioni, anche istantanee, forti”. È come se non chiedessimo più agli oggetti di assolvere a una funzione precisa o di durare a lungo. Per questo succede che l’attesa dell’i-Phone sia essa stessa… i-Phone. E che dunque la fila agli Apple store per accaparrarsi un modello nuovo di zecca dello smarthone di Cupertino sia già di per sé iconica.

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L’interruttore rompitratta dei fratelli Castiglioni in una illustrazione di Yoshiko Kubota

La nuova sfida

Il design italiano, insomma, può essere assolto dall’accusa di non avere prodotto icone, visto che mancano le condizioni stesse perché queste siano generate. Nel frattempo aspettiamo di capire se, abbandonata la capacità di dare vita a oggetti simbolo di lunga durata, il made in Italy sia in grado di raccontare il suo tempo e anticipare il futuro lavorando non sul cosa ma sul come. È questa la grande sfida del futuro. Una sfida che, del resto, riguarda tutto il design, non soltanto quello di casa nostra.