Le lampade di Nir Meiri fatte con alghe e funghi, il design sostenibile alla prova delle bellezza .- CTD
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Paolo Casicci

13 ottobre 2019

Le lampade di Nir Meiri fatte con alghe e funghi, la sfida di bellezza del design sostenibile

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Perché la vera scommessa del design ecologico è far associare agli oggetti lo stesso valore che siamo abituati a riconoscere ai materiali tradizionali

Case di ghiaccio che si sciolgono se non servono più. Packaging fatti di sostanze detergenti da usare quando è finito lo shampoo che contengono. Mobili rivestiti con foglie di mais messicano e panche realizzate con foglie di agave assemblate grazie a colle biodegradabili.

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L’igloo di Nikolas Bentel, realizzato con blocchi triangolari di ghiaccio, si scioglie dopo l’uso

Sono tutti esempi di ephemeral design, come qualcuno inizia a definire oggetti e arredi fatti per scomparire, letteralmente, una volta compiuta la propria missione. Ed effimero è il design come lo vorrebbe chi predica una produzione totalmente sostenibile e circolare (sarà mai possibile, poi?).

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Le bucce di mais colorate diventano impiallacciature nel design di Fernando Laposse

Ma siamo pronti, come pubblico amante del bello, a riconoscere un valore a questi oggetti, o le nostre abitudini e il gusto modellati nei secoli ci impediscono di trovare soddisfazione in qualcosa che è destinato a dissolversi? Siamo pronti, in altre parole, a sostituire nelle nostre case una lampada dei fratelli Castiglioni, concepita per durare tanto, con una fatta di alghe marine, sabbia o funghi? Domanda scontata, perché la bellezza per eccellenza è ancora, dopo tutto, quella che dura.

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Foglia di cavolo, ingrediente delle Veggie Lights di Nir Meiri

Sono passati quasi dieci anni da quando Officina Corpuscoli di Maurizio Montalti utilizzò per la prima volta la parola ephemeral legata al design: l’esperimento mostrava come l’azione di un fungo può trasformare un oggetto in-sostenibile, la classica sedia di plastica da esterni ironicamente definita The Ephemeral Icon, in rifiuto organico. Da allora la percezione di bellezza legata al design a impatto minimo non sembra essere cresciuta di molto.

Nel frattempo, la mostra Design Matters, dal 15 novembre al Bildmuseet (Museo dell’immagine) di Umea in Svezia (tra gli ospiti anche Officina Corpuscoli), promette di entrare nel vivo della questione: “Il nostro rapporto con le cose cambia se le scarpe che indossiamo sono state coltivate da noi, se il piatto che mangiamo è in realtà un organismo vivente?”.

Quella del design sostenibile è una battaglia che si gioca sulla percezione. Dopo secoli di consumi e gusti modellati su cose che durano nel tempo, non è semplice portare il pubblico ad associare valore ed emozioni a qualcosa che si mostra fragile e talvolta è destinata a dissolversi

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Veggie Lights, Nir Meiri

L’ultima rivoluzione del design, in un mondo dove i consumi siano sostenibili, è proprio quella legata al valore delle cose, la bellezza percepita. “Non sono attaccato all’eredità fisica di ciò che progetto” dice uno dei protagonisti di questo nuovo modo di vedere, il designer israeliano di base a Londra Nir Meiri che usa alghe, funghi e sale marino per le sue lampade. “Per la memoria c’è internet. Del resto nulla, in natura, è fatto per essere eterno: tutto muore e diventa qualcos’altro”.

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“Non mi interessa l’eredità fisica di quel che disegno e produco. Per avere memoria di tutto quello che non c’è più, basta internet”, dice Nir Meiri

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Desert Storm Lamp, realizzata con la sabbia

Nella generazione di designer che ha intrapreso questa sfida, Meiri occupa un posto di primo piano. Non solo perché utilizza materie naturali – associate ad altre tradizionali come metallo e silicone per gli stampi, il che lo fotografa in una fase di passaggio tra presente e futuro – ma soprattutto perché parte da una consapevolezza nuova, che non lo porta a legare alla materialità il valore del suo design. Questo lo rende un interprete perfetto della sfida più complessa: se il futuro deve essere fatto di oggetti a impatto minimo, il compito del progettista sarà far sì che questi oggetti, per diffondersi, siano esteticamente apprezzabili. E che il pubblico possa assegnare loro un valore almeno uguale a quello che siamo abituati a riconoscere da sempre ai mobili di cui amiamo circondarci.

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Marine Light, realizzate sovrapponendo su uno scheletro di metallo strati di alghe marine

Tra le ultime creazioni di Meiri c’è Veggie Lights, la collezione di lampade realizzate partendo da foglie di cavolo rosso. Prima c’erano state Sea Salts, sempre lampade, ma realizzate con sale marino, metallo e resina, e, ancora, Marine Lights (con le alghe) e, nel 2018, Mycellium, fatte con la parte bianca del fungo che cresce sotto lo stelo. Materiali fragili, cui fatichiamo ad associare, almeno per ora, l’idea che possano durare quanto una lampada in marmo o metallo, e che eppure hanno una loro resistenza nel tempo. “Ogni prodotto ha un periodo di durata diverso. Non esiste una risposta precisa alla domanda ‘quanto durano’ – spiega Meiri – Le lampade fatte con la sabbia durano a lungo se tenute lontane dall’acqua, le Marine Lights possono cambiare colore con gli anni, quelle in micelio invecchiano in maniera simile alla carta. Quindi posso dire che sopravvivono tutte se trattate con cura, cosa che vale per qualsiasi altro oggetto. Con la differenza che, in questo caso, se vogliamo smaltirle, sarà molto facile decomporle”.

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“Convincere chi compra del valore di un oggetto che con il passare degli anni non sarà più uguale a quando lo si è comprato. Le mie lampade sono come qualsiasi altro prodotto: se trattate con cura, sopravvivono a lungo”

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Meiri esplicita il senso della sfida: “L’obiettivo principale per un designer che lavora con materiali sostenibili è convincere il suo pubblico a essere più orgoglioso di avere in casa lampade che cambiano col tempo, e che dunque non restano uguali a quando sono state comprate. Ma tocca anche all’industria non temere di compiere questo passo, anzi comprenderne il potenziale economico, abbassare i costi di produzione e rendere più accessibile questo design”.

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Meiri fa una previsione: “Ci vorranno almeno dieci anni perché i consumatori cambino abitudini. Il potere di comprare design sostenibile è in realtà nelle nostre mani, nel frattempo spetta però alle imprese preparare il terreno per questo cambiamento e magari iniziare a mettere nel mercato oggetti con parti sostenibili che possano essere rimpiazzate una volta danneggiate. Per esempio, le mie lampade sono rivestite di materiali ecologici, ma non ho ancora trovato un’impresa che investa aiutandomi a trovare quello più adatto a preservare la bellezza dei materiali originali per colore, forma e texture”.

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La costruzione delle lampade Mycellium, realizzate in collaborazione con la startup londinese Biohmper, per quanto avvenga con processi biologici naturali, richiede un lavoro complesso. “Per dare alla lampada le sfumature che ha, vengono posizionati rifiuti di carta all’interno di uno stampo sagomato. Quindi sono inserite nello stampo le spore di micelio, che vengono lasciate crescere in condizioni controllate di temperatura e umidità. Dopo due settimane i rifiuti di carta sono consumati dal fungo, lasciando una base di micelio con funghi che crescono. Questo materiale viene poi rimosso dallo stampo e lasciato asciugare e il fungo in crescita in eccesso viene rimosso. Una volta che il micelio si è asciugato, viene premuto per formare una sostanza piatta che diventa il paralume“.

L’industria deve ancora fare la sua parte in questa sfida. Per esempio, aiutare il designer a trovare un rivestimento eco per i paralumi che mantenga intatta ancora più a lungo la superficie. Secondo Meiri, ci vorranno ancora dieci anni per vedere un cambio di mentalità e i primi risultati importanti.

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Mycelllium, il paralume della collezione di lampade realizzate con i finghi

L’obiettivo di Meiri è chiaramente che le sue lampade arrivino nelle case e non solo sulle riviste, ma c’è ancora molta strada da fare. “Il design e i suoi processi tradizionali sono e saranno ancora importanti. La sensibilità sta cambiando, almeno nelle università, nelle accademie, nei luoghi dove si studia, ma è quando si è finito di studiare che si fatica a trovare lo spazio giusto per questo design”.

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