Le 999 ragioni del successo di una mostra | CTD
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29 marzo 2018

Le 999 ragioni del successo di una mostra

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Ultimi quattro giorni per l’allestimento sull’abitare curato da Stefano Mirti alla Triennale

Se doveste spiegare a un marziano che cosa è una mostra, con molta probabilità gli indichereste l’ultimo allestimento dedicato a Caravaggio in un prestigioso museo statale. Oppure la retrospettiva di uno scultore contemporaneo nella galleria più importante della città. Difficilmente vi spingereste oltre la segnalazione di contenuti e contenitori, per così dire, classici. Ma come reagireste se, di ritorno dal giro che gli avete suggerito, quel marziano vi dicesse: “Ho visto una mostra bellissima, si chiama 999 domande sull’abitare, perché non me ne hai parlato?”.

Ventiquattromila visitatori (dato provvisorio, di due settimane fa), altri ottomila per la notte bianca di venerdì 10 marzo che ha trasformato fino alle 6 del mattino la Triennale di Milano, la casa di questo esperimento, in un club berlinese. E poi un seguito sui social network pari alla quantità di suggestioni lanciate nel web con un potente effetto moltiplicatore.

Che cosa è, ancora per poco, 999 domande, che tra quattro giorni si conclude (ma non del tutto)? Un allestimento a metà tra una mostra, un festival e una fiera al primo piano del Triennale Design Museum di Milano, dove un curatore fuori dall’ordinario come Stefano Mirti ha radunato scuole, professionisti, aziende, anziani, talenti, filosofi, tecnologia, vintage, passato, presente e futuro spingendo il visitatore (che qui diventa protagonista: di percorsi interattivi, talk, workshop, seminari, coworking) a riflettere su un tema cruciale come l’abitare.

Per tre mesi, abbiamo visto crescere l’alga spirulina, citofonato a un condominio di cinesi, sorvolato grazie a un arazzo una metropoli tailandese, provato a scoprire il valore del silenzio, compreso perché un portastuzzicadenti può resistere a un divorzio e a tre traslochi e che il più grande desiderio di un essere umano può essere quello di tornare a casa e trovare la cena pronta. Abbiamo assistito e partecipato a un grande racconto collettivo scritto anche attraverso interrogativi che non devono per forza trovare risposta, ma intanto spingono a riflettere, imparare e applicarsi.

Ora che la mostra volge al termine, proviamo a capire le ragioni di questo successo.

1 – Ha un committente illuminato
Stefano Mirti lo ha detto più volte, il mandato che la Triennale gli ha dato un anno e mezzo fa era chiaro: realizzare una mostra che non fosse noiosa, ma coinvolgente e interattiva, che parlasse del quotidiano e della casa. Un allestimento da professionisti ma rivolto a un pubblico vario e non di soli addetti ai lavori, anzi. Mirti ha raccolto l’invito realizzando qualcosa che parla della realtà quotidiana, a partire da quella di una città, Milano, che conta intorno ai 400 mila single, e di un Paese, l’Italia, che ogni giorno si misura con emergenze abitative e flussi migratori. In 999 domande ci sono Milano e Bangkok, l’Italia e il Medio Oriente, i condomini popolari multietnici e i coworking delle partite Iva, le installazioni hi-tech di Edison (principale sponsor della mostra), la struttura di tubi innocenti di Caimi che ricorda un grande cantiere, i mobili nomadi di Lago e Manerba… Il risultato è un patchwork multiforme e in continuo divenire, dove ogni tema ha una sua dignità, dal tempo libero ai sentimenti.

2 – Non è intellettualistica e snob
Mirti lo ribadisce ogni volta che può: non sono un curatore, non temo fallimenti che “sporchino” il mio curriculum. Post-autoriale è l’espressione che preferisce per definire il suo approccio, ma al di là delle questioni di lessico quello che conta è il know-how di un professionista che sa come far funzionare una rete. Mirti è un architetto, docente di design (Bocconi, Naba), esperto di social media (ha curato quelli di Expo) e molte altre cose. Per 999 domande ha messo a disposizione (e scatenato) un network di aziende, professionisti e realtà eterogenee, ben sapendo che ciascun ospite ne avrebbe a sua volta imbarcati altri per generare tutti insieme una quantità di suggestioni diverse, sotto forma di domande e allestimenti. “Ho fatto gli inviti e predisposto un canovaccio per qualcosa che è continuamente in fieri. Nessuno, neanche io stesso, può dire di essere riuscito a vedere tutta la mostra, che cambia ogni giorno e ogni giorno propone qualcosa di diverso. È una mostra generatrice”. Non una mostra intellettuale. “A chi mi chiede dove sono le risposte, dico che ognuno, uscito di qui, può trovare le sue. Il nostro compito era fare le domande”. L’allestimento, poi, ben si adatta alla maniera contemporanea di apprendere: “Oggi i miei studenti partono da un dettaglio per allargare le loro conoscenze collegando i frammenti in rete. La nostra era una generazione di subacquei, questi sono gli anni dei surfer. Il che non vuol dire che sia meglio o peggio: semplicemente, è diverso”.

3 – Sa usare i social network
Quante mostre potete citare che abbiano saputo sfruttare Facebook, Instagram e, in genere, la forza del web? La peculiarità di 999 domande è che nasce sui social con un anticipo di mesi rispetto all’allestimento vero e proprio, attraverso una pagina instagram che inizia a seminare indizi mirati, a suscitare curiosità, a raccogliere le domande da rilanciare poi. Lo stesso titolo, 999 domande (e non mille, per dire) è stato scelto perché sufficientemente generico e accattivante. “In genere” spiega Mirti “quando si dà il via a un progetto, quel che resta del budget va alla pagina web e ai social. Abbiamo fatto esattamente l’opposto”. Una volta partita la mostra, i social sono stati uno strumento potente per veicolare la gran quantità di appuntamenti ospitati giorno per giorno, ricondivisi e ripostati a loro volta (insieme alle domande) dai protagonisti, sempre in maniera divertente, a volte provocatoria. I social sono stati il catalogo permanente e in divenire di questo esperimento che, peraltro, non ha rinunciato ai cataloghi tradizionali, a cura delle realtà protagoniste dei singoli appuntamenti, e a quelli personalizzabili e fai-da-te che il pubblico poteva confezionarsi.

4 – E’ una festa continua (e costa poco)
Il 10 marzo erano in ottomila a ballare in Triennale fino all’alba per 9h 9′ 9”, la notte bianca sold out realizzata in collaborazione con Zero, esempio perfetto di cultura (la Triennale ha aperto per l’occasione tutte le mostre in cartellone a un prezzo speciale) che incontra il nighclubbing. E domani prende il via un’altra festa, quella di commiato, con quattro giorni di appuntamenti: Andiamo a casa. Per tutti i tre mesi dell’allestimento di 999 domande, pagando un supplemento di due euro rispetto ai nove del biglietto base, si è potuto visitare la mostra tutte le volte che si voleva, abitando gli spazi anche l’intera giornata con un amico, un cliente, la fidanzata o il marito, accendendo il laptop e lavorando.

5 – Non è finita
A marzo, ha inaugurato in zona Ventura la Shared House, uno spazio progettato da Laps Architecture e da Marco Imperadori e concepito come spazio off di 999 domande. Qui la mostra prosegue durante il Fuorisalone e per un anno come un luogo per il quartiere dove vivere, incontrarsi e, tramite Airbnb, anche alloggiare. Nello spazio si sperimenteranno nuove pratiche dello stare insieme, si ospiteranno collaborazioni fra sconosciuti, “si alimenterà l’inconscio collettivo e si esalterà l’eccezionale banalità dell’ozio e del quotidiano. Si cercherà di rendere spettacolare il domestico e si celebrerà il miracolo dell’amicizia e il piacere dello stare insieme intorno ad un bicchiere di vino mentre si fanno piani per il futuro. Si praticherà l’immediato, ma si penserà all’infinito”. Magari facendosi qualche altra domanda.

La Shared House