Le Morandine, candele e vasi da premio Oscar | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

11 marzo 2016

Le Morandine, candele e vasi da premio Oscar

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Sonia Pedrazzini, la designer che ha conquistato Cate Blanchett

Le apprezzano Lidewij Edelkoort, la celebre trend forecaster olandese, e il fondatore di Yatzer, Costas Voyatzis. Le ama il fotografo e collezionista newyorkese Allan Chasanoff e le ha comprate il premio Oscar Cate Blanchett. Un successo internazionale per una formula che risale indietro nel tempo, esattamente all’arte di Giorgio Morandi, cui la designer Sonia Pedrazzini si è ispirata anche per il nome delle sue collezioni. Le Morandine sono un set di candele o di vasi di diverse forme e tonalità che si rifanno, appunto, agli oggetti e alla palette di colori del maestro bolognese. Realizzate artigianalmente, le candele sono uniche per la loro graffiatura “a tela” eseguita a mano che dona loro l’effetto di luce opaca tipica delle opere di Morandi. Ogni scatola, firmata e numerata, è in edizione limitata di 300 esemplari. I vasi, invece, sono realizzati a mano in ceramica da artigiani italiani e anche questi, come le candele, conservano l’aspetto opaco e gessoso degli oggetti quotidiani che Morandi trovava e ridipingeva prima di trasporli nella luce cerosa dei suoi quadri.

Le Morandine sono disponibili su ordinazione sia singolarmente sia in gruppo. “Il concept de Le Morandine” spiega Sonia Pedrazzini “si è sviluppato a partire dall’osservazione delle linee, dei cerchi, delle tracce a matita che Morandi segnava sul tavolo da lavoro per determinare la giusta collocazione dei suoi oggetti e, di conseguenza, stabilire la perfetta composizione artistica. Per ampliare il progetto è stato dunque realizzato un pattern che riproduce, in modo stilizzato e con una grafica contemporanea, una carta di Morandi, con i segni circolari dei posizionamenti delle sue bottiglie”. Il risultato è un pattern modificabile a piacimento, in modo da poter collocare ciascuna candela o vaso in maniera diversa e realizzare un “gioco di Morandi” quasi come in un esercizio Zen.

Prima ancora del concept è nato l’interesse per Morandi: come, esattamente?

“Ho sempre amato questo grande artista, ma la vera scoperta è avvenuta quando, dal 2009, mi sono dedicata, appunto, al progetto delle Morandine. Per dare un senso compiuto al lavoro, sono andata in profondità, ho studiato, capito e amato anche più di prima Giorgio Morandi”.

Come hai tradotto la sua arte in prodotti tuoi?

“Nel modo, spero, più rispettoso possibile. Cercando di trasmettere qualcosa del suo metodo, esaltando, oltre che le sue forme e i suoi colori, anche e soprattutto il gesto ‘morandiano’. Le Morandine non sono oggetti passivamente citazionisti, ma un progetto che richiede sensibilità, attenzione e interazione. Io lo chiamo infatti anche il ‘gioco di Morandi’.

Marco Senaldi nel suo saggio Morandi tra le mani ha espresso molto bene il senso di questo lavoro: ‘Morandi, senza dubbio, è forse l’ultimo dei grandi pittori italiani che guardano alla tradizione sentendo di farne parte; ma egli è anche un artista completamente contemporaneo, le cui opere implicano la procedura con cui sono state realizzate. E questo è esattamente il senso del progetto Le Morandine, un’opera di design concettuale di Sonia Pedrazzini.

Gioco, passatempo, dispositivo pedagogico, creazione artistica, componente d’arredo, design per la mente – chiamatelo come volete, poco importa. Sotto forma di candele o di vasi, che trasfigurano le bottiglie di Morandi, avete a vostra disposizione la possibilità di “essere” proprio come l’artista davanti al suo mondo casalingo e insieme universale….’. E poi: ‘Potete lasciare queste forme in una collocazione casuale, oppure cercare la combinazione perfetta che sarà destinata a rimanere intatta per tutto il tempo che lo vorrete; oppure, ogni mattina, o ogni ora, potrete variare leggermente o radicalmente la composizione alla ricerca di un accostamento migliore, oppure semplicemente cambiarla per capriccio, o per improvvisa ispirazione.

Lasciate posare lo sguardo sulle forme delle , vasi candele, rigorosamente ispirate a quelle utilizzate dall’artista, fatevi permeare dalle loro tonalità, fedelmente tratte dai suoi dipinti; ecco, adesso tocca a voi, potete fare ciò che volete. Adesso l’artista, il regista, il coreografo, il compositore, l’astronomo di questo gioco di presenze siderali e insieme domestiche, siete proprio voi’”.

Quanto conta la tradizione italiana nella tua produzione e quanto nel design italiano contemporaneo? È una opportunità o un peso?

“Sicuramente la tradizione italiana ha un peso sia nella mia produzione che nel design italiano contemporaneo. Volenti o nolenti, è impossibile privarsi di questo bagaglio culturale così bello quanto voluminoso, è un’eredità che, se usata con intelligenza, serietà e apertura mentale, diventa un’opportunità unica. Quella che ancora ci distingue nel mondo”.

Tu scrivi anche di arte e design, oltre che essere designer: ti capita di sdoppiarti e vedere le tue creazioni con l’occhio del critico?

“Sono, in effetti, sempre in bilico con lo sdoppiamento della mia personalità professionale, ma non credo di essere in grado di giudicare i miei lavori in modo totalmente imparziale. Certamente una buona base teorica e riflessiva mi aiuta a guardarli con occhi critici e non a caso non sono mai completamente soddisfatta di quello che faccio, trovo sempre qualcosa da migliorare, da far maturare. Il tempo è dalla mia parte”.

Nel design italiano oggi vedi più individualismo o collaborazione?

“Siamo una nazione molto individualista, nel male e nel bene. Nel design, nell’arte, in generale nelle varie attività creative c’è un senso di forte narcisismo, tale da far ancora prevalere il nome del singolo su quello del gruppo. La firma, l’archistar, il masterchef di turno, esige totale visibilità su se stesso e la cooperazione è solo interna al proprio microsistema. Vedo ancora poca collaborazione, nel senso reale del termine. Tuttavia qualcosa si sta muovendo, forse tra i giovani più illuminati, quelli che hanno studiato all’estero, che viaggiano. Poi ci sono quelli che lo fanno per necessità, che lavorano assieme su progetti comuni, che si promuovono vicendevolmente, ma non per una vera evoluzione dello spirito: è perché in tempi di crisi l’unione fa la forza. E’ la legge della sopravvivenza”.

L’oggetto o opera che più ti ha segnato professionalmente, Morandi a parte?

“Non sono mai stata legata a miti, a modelli, a maestri. Non è per presunzione, ma non mi sento segnata da nessuna opera od oggetto in particolare. Sono però una persona curiosa e m’innamoro di tutto ciò che stimola la mia creatività, il mio lavoro è stato segnato da tanti incontri con persone, oggetti, luoghi e si è evoluto nel tempo. Potrei rispondere con Pirandello: uno nessuno e centomila”.