Le radici e le ali di Antonio Aricò, il film sul design come una favola - CTD
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Paolo Casicci

20 marzo 2019

Le radici e le ali di Antonio Aricò, al Fuorisalone un documentario sul design che diventa una favola

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La Calabria e Milano, la famiglia e l’industria. Intervista al creativo che lancia un messaggio al suo mondo: chi non sogna non vola

di Paolo Casicci

All’inizio è design, poi diventa vita. In mezzo c’è la favola di un uomo che a 35 anni ha già vinto la sfida di portare nello stesso mondo, da protagonisti, il Sud ancestrale e la Milano operosa, il nonno falegname e i capitani d’industria, l’odore della terra e tutto il glamour del Fuorisalone.

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Antonio Aricò e suo nonno Saverio Zaminga nella falegnameria del secondo

Le radici e le ali è il filmato – realizzato da Altrove con il contributo di Delvis – che Antonio Aricò porta alla Milano Design Week, il racconto per immagini e interviste di una storia creativa iniziata in Calabria e che prosegue con successo in tutta Italia: la sua. E’ un documento – più che un documentario – sull’identità, personale prima ancora che del designer, e sul suo valore, la testimonianza di come si può inseguire un sogno in tutto il mondo – Aricò ha studiato e lavorato praticamente ovunque tra Scozia, Australia e Andalusia – e poi realizzarlo restando fedeli a qualcosa da cui non è comunque possibile fuggire: la famiglia e la propria terra.

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Nonno Saverio Zaminga

Il titolo dell’opera viene da una frase del poeta spagnolo Juan Ramon Jimenez: “Che le ali mettano radici e le radici volino”. In quaranta minuti, la favola di Antonio Aricò è raccontata da voci e volti che intrecciano storie e suggestioni emotive: imprenditori come Alberto Alessi e Stefano Seletti, il nonno falegname Saverio Zaminga e “Zio” Fedele, il direttore creativo di Editamateria Silvia Ariemma, brand con cui Aricò ha realizzato una delle collezioni più interessanti al Fuorisalone dell’anno scorso, Una stanza. E ancora designer, amici e curatori come Laura Polinoro, Elena Salmistraro e Francesca Appiani e artigiani come Tito Malara e Anna Maria Gulli. Il racconto arriva fino a oggi, alle collezioni che Aricò porta alla Design Week, ancora una volta ispirate alla tradizione: i giganti Mata e Grifo, realizzati con Elena Salmistratro per Altreforme, e Triulu, Malanova e Scuntintizza, operazione di recupero della ceramica in collaborazione con uno degli ultimi maestri rimasti in Calabria, a Seminara, Rocco Condurso, per Editamateria e Delvis.

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Nonno Saverio e Nonna Vittoria

Antonio Aricò, non siamo abituati a vedere al Fuorisalone documentari sul design e sui designer, tanto più se giovani. Perché Le radici e le ali?

“Immagino, è la prima cosa che mi chiedono tutti…: ‘Un documentario alla tua età?’ In realtà io credo che dobbiamo staccarci dall’idea che abbiamo sui documentari, quella di Le radici e le ali è una storia, la mia e di mio nonno, ma vuole rappresentare le sensazioni e le domande che tanti di noi si fanno quando lasciano il mondo delle origini per viaggiare nell’universo globale. La distanza estrema tra Reggio Calabria e Milano, tra artigianato puro e primitivo e industrial design, rende la mia storia ‘archetipica’ di questa condizione. Non sarà un documentario come potrebbe essere quello su un grande architetto o su un personaggio glamour, ma un messaggio ideale che vuole esasperare l’idea di un sogno: la bellezza del passato, con i suoi sapori e valori, che diventa fresca e contemporanea in un momento generale della storia dell’arte del nostro Paese che è di transizione verso il futuro. Un futuro che in questo momento non può essere altro che l’idea di un sogno”.

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Le radici e le ali, di Antonio Aricò. La collezione Una stanza al Fuorisalone 2018, Ventura Centrale

Hai la percezione di avere realizzato qualcosa di completamente inedito nel mondo del design e della scena milanese, con questo documentario? Come pensi che verrà preso dal pubblico e dai tuoi colleghi? 

“Penso che inizialmente ci sarà un sospetto: è un prodotto egocentrico, egoreferito? Poi però ci sarà modo di capire che in realtà ciò che viene fuori è la storia di tanti, non soltanto la mia. Tra l’altro la mia esigenza di realizzare questo prodotto nasce da un desiderio fortissimo: dire grazie a Nonno e a tutte le persone che come lui hanno avuto delle storie di vita ‘fortissime’. E dire grazie soprattutto alla sua generosità e a quella della mia famiglia. Altrove, il gruppo che mi ha guidato durante tutto l’anno nella produzione di Le radici e le ali, è un team di persone che sa andare oltre, una squadra di creativi e intellettuali generosi e assolutamente lontani dalle logiche di quello che potremmo definire ‘mondo del design’. Sì, credo di aver fatto qualcosa di inedito, e penso che colpirà positivamente anche i più critici, perché è un prodotto complesso ma fresco e onesto”.

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Alberto Alessi

Legare la Calabria a Milano, una falegnameria al design, la famiglia alle imprese e agli imprenditori con cui collabori. Annullare le distanze tra questi mondi lontani: come è possibile tutto questo? 

“È molto possibile, basta svegliarsi la mattina e avere il coraggio di aprire gli occhi e vedere chi siamo e da dove veniamo, per poi scoprire che dietro le grandi storie, quelle vere, c’è sempre un mondo fatto di verità semplici. Le patinature fanno parte del mondo dell’industria creativa e in particolare di quella del lifestyle… Unire questi mondi così lontani rappresenta per me l’essenza stessa del mio lavoro, o del mio lavoro quando mi piace di più! Si è arrivati in passato a raggiungere equilibri di pensiero, formali e funzionali che rappresentano per me il design, quello vero, e renderli attuali e freschi è la cosa che mi piace di più fare… Non parlo solo di oggetti, vedi? Questa storia ne è un esempio. Il design del Nord Europa, per dire, è molto legato a un’idea di design naturale, primitivo ma minimale e modernissimo allo stesso tempo. Milano ha saputo creare invece l’aspirazione, lo status, la moda. Credo che adesso sia il turno del Mediterraneo, è l’ora di creare un ‘nuovo fenomeno di costume’ e questa speranza emerge in alcune scene del documentario”.

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Stefano Seletti

Ma quella di Antonio Aricò, alla fine, è una storia di design o è altro? Forse nella tua vita il design è un filo, un pretesto, e quello che stai costruendo va ben oltre. Riesci a definire dove stai andando? 

“È altro, ma è anche design. Credo sia il risultato di tutte quelle volte che in passato studiando e lavorando ‘col design’ mi son sentito preso in giro. Quelli che prima chiedevano le firme famose, adesso vogliono assaporare la bellezza della storia e la qualità dei materiali. Quelli che prima desideravano il design esotico, ora vogliono l’esclusività e la qualità delle cose di una volta, quelle cose di cui l’Italia è madre. Se dovessi definire questo qualcosa lo definirei proprio come autenticità. Questo prodotto è autentico nella visione di chi mi ha aiutato a realizzarlo, ovviamente da parte mia esaspero questo tema per lasciare un messaggio forte e ben tracciato”.

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Rossana Orlandi

Due frasi di Le radici e le ali cui tieni particolarmente? 

“Quando Alberto Alessi spiega che il confine tra la produzione di serie e un certo tipo di artigianato è una borderline che ancora non è stata scoperta. Ma anche Stefano Seletti che spiega come il non avere una storicità gli ha sempre lasciato molta libertà di azione. Se posso, aggiungerei una mia frase: stiamo vivendo un ritorno alla diversificazione, all’eclettismo, ma mentre a livello internazionale questo tema dell’artigianato, dei maker, delle mani, si sta diffondendo tantissimo, in Italia non siamo in grado di comunicarci e creare un fenomeno di costume come è accaduto con la moda, l’architettura e il disegno industriale”.

Ceramica di Seminara, collezione Triulu, Malanova e Scuntintizza per

Le Radici e le Ali sarà presentato all’Arci Bellezza di Milano lunedi 8 aprile e venerdi 12 aprile alle ore 19, e in via Palermo 11 dal 9 al 14 aprile dalle 10 alle 20.