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Antonio Pizzola

23 ottobre 2019

Londra, dove il futuro è all’altezza

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Che succede se un architetto vola da Roma alla capitale inglese. E poi torna

Giorni fa mi è capitato di andare a Londra.

Un trionfo di vezzi tardo barocchi, arzigogoli gotici, tetti neoclassici, accanto a moderni missili di acciaio e lame di cristallo a infilarsi fra le nuvole. Tutto funziona, tutto quello che può servire – a costi non per tutti, ma comunque per i tanti che se la permettono.

Il low cost Roma-Londra non è solo un viaggio con in mezzo le Alpi, ma un varco fra dimensioni temporali parallele, il Passato giù al sud, il Futuro su al Nord. 

Quel futuro prefigurato in anni di libri, fumetti e film di fantascienza, davanti alle utopie visionarie di Antonio Sant’Elia che disegnò, già agli inizi del ‘900, la metropolis che si sarebbe replicata in tutte le città del mondo: era lì, potevo passeggiarci dentro, gustarmi i voli d’uccello dai piani alti o lo sguardo in alto dei futuristi che tutto questo avevano visto prima che si facesse. 

Ero nel luogo in cui la visione futuribile dei miei avi si era compiuta: dagli anni delle magnifiche sorti e progressive e del fervore rivoluzionario industriale, tecnico e scientifico che le inseguì, a oggi, presente in cui l’aspirazione a quella magnificenza e la fiducia in quelle invenzioni non montano più ottimismo. 

Ed è in confusione l’ordine che ha mosso il mondo fino a ieri.

La Londra degli inizi del Terzo Millennio è un fermo immagine di quest’evoluzione, il marchio a cemento, acciaio e vetro di cosa nel bene e nel male abbia prodotto quel sogno tardoromantico. E quelle lame sottili infilzate fra le nuvole, dal vertice irraggiungibile, somigliano tanto alle guglie delle cattedrali gotiche decine di metri più sotto, dove lo sguardo doveva puntare perché lì era l’unico punto di fuga, Dio.

Ma i grattacieli contemporanei hanno superato Dio, si proiettano in una fuga apparente perduta fra le nuvole, dove si favoleggia sieda il consiglio di amministrazione. Imprenditore, banchiere, occidentale, asiatico o arabo sia, poco importa, per ambire alla corte dello star system planetario devi avere un posto nello skyline londinese. Impettito come un titolare nella squadra al momento dell’inno, pronto al selfie.

Senza seguire un piano o un pensiero, parrebbe, un disegno unitario, gli stilosi falli urbani ubbidiscono a un’urgenza di marketing, lì e non altrove, dove li ha voluti il mercato. Tanti e di tante fogge quante le libere individualità propugnate dal liberismo si sarebbero autodeterminate, per raggiungere finalmente il successo nel jet set al centro finanziario del pianeta. 

Giustapposti, ordinati e composti nel matrix a scacchiera che li regola, come appaiono nelle fotocamere dei turisti dal London Bridge.  

Valgono e meravigliano della potenza di insieme, senza però riuscire singolarmente a identificare un simbolo, a connotare un luogo, un’immagine, una memoria. 

Perché il dio che li ha ispirati vuole essere agognato, non raggiunto: è il Potere che si celebra, il coro di vertici puntati al cielo che dicono la sua magnificenza ma sono confinati nel recinto urbano a scacchi, come tanti neonati urlanti nella sala incubatrici del reparto di ostetricia.

Roma non è niente di tutto questo. Freneticamente immobile, ribolle di mal di pancia quotidiano su temucci da linea di terra, monnezza, buche, fogne vecchie, tubi sepolti e tutte le disgrazie che ne derivano. 

Qui il Liberismo magnifico e progressivo, dopo l’iniziale euforia, si è corrotto presto, divorando in un secolo quel che poteva, nei sotterfugi di corte dove si sono consumati gli accordi. La libertà di autodeterminarsi, che a Roma vale per l’individuo non per i gruppi, l’ha infestata di abusi e privilegi, svendendola sottobanco a mercanti di poco conto e di bassa lega. 

Roma ha frantumato il sogno novecentesco in tanti rivoli insignificanti, che non si evolvono dai bassi dove la città invecchiata esplode. 

Non ha un centro commerciale all’altezza, una fiera al passo, un evento internazionale, uno stadio a livello, nessun luogo identitario fuori dalla storia né una traccia del presente a futura memoria. Nessun servizio che funzioni, così come nessuna cura del patrimonio accumulato nei secoli, solo il lucro da salvadanaio a porcellino col buco in pancia stappato.

Potrebbe essere perché in fondo questo presente Roma l’ha scelto, rifiutando i miti e i guasti del neoliberismo globalizzato, segnando la sua unicità;

Potrebbe essere l’unica capitale al mondo che, rimasta vergine alle tentazioni del dio globalizzato in crisi, è nel momento di immaginarne altri simulacri, come fece tempi addietro, nuove utopie di convivenza da esportare al mondo, partendo dalla vita autentica magari, oltre la fiction che il mainstream narra.

Ma la Città Eterna non guarda al cielo, non ne ha tempo, non insegue altro dio all’infuori di se stessa, si agita frenetica nella stasi, come un nuotatore a mille legato con una fune al podio. 

Frigge intanto, ma dentro, nella pajata di viscere più intime, un convulso e invivibile presente di cui lamentarsi a cena.