Lorenzo De Rosa: un designer e il tempo lungo dell'arte - CTD
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Ludovica Proietti

2 Giugno 2021

Lorenzo De Rosa: un designer e il tempo lento dell’arte per rimettere al centro composizione e bellezza

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La metà di Studio Sovrappensiero racconta i suoi esercizi tra carta, vetro e vinile nati “senza pretese” come uno spazio di libertà

Lorenzo De Rosa è ½ dello Studio Sovrappensiero. Designer, docente e sperimentatore, nell’ultimo periodo si è cimentato in un’esercitazione artistica “senza pretese” che offre tanti spunti per una riflessione non solo sul saper fare contemporaneo, ma anche su come l’esercizio artistico possa realmente regalare al design nuove prospettive.

Lorenzo, che cosa ti ha portato a iniziare questo tipo di sperimentazione?

È nata come un progetto senza pretese. Oggi mi fa molto piacere parlarne con te: sul lavoro dello studio (Sovrappensiero Design Studio) nel tempo sono uscite molte interviste e articoli, mentre questo è un lavoro estemporaneo al quale mi dedico con un approccio diverso. È una sperimentazione iniziata in seguito al periodo di stasi del primo lockdown, in cui ho deciso di scollegarmi da monitor, zoom, webinar ecc e dedicarmi a un tipo di lavoro più pratico e manuale. Seguo canali d’arte contemporanea e Milano mi ha dato la possibilità di frequentare gallerie, musei e spazi come l’Hangar Bicocca o Assab One, dedicati all’arte contemporanea. Dunque mi piaceva l’idea di provare a fare qualcosa di slegato dalla professione di designer, che mi desse la possibilità di lavorare senza vincoli, con la soddisfazione di vedere realizzato in breve tempo qualcosa che immagino, senza badare alle richieste del cliente, al mercato, ai vincoli, alle tendenze. Il materiale più immediato è stato sicuramente la carta, ma prima di arrivare a quelle che sono le soluzioni pubblicate, ho fatto molte prove. Il processo è stato lento.

Seguo canali d’arte contemporanea e Milano mi ha dato la possibilità di frequentare gallerie, musei e spazi come l’Hangar Bicocca o Assab One. Mi piaceva l’idea di provare a fare qualcosa di slegato dalla professione di designer, che mi desse la possibilità di lavorare senza vincoli

Nonostante la sperimentazione, però, queste operazioni sembrano riferirsi comunque al progetto.

Essendo degli esercizi, nella mia testa si sviluppano già come dei filoni. L’esercizio in verde e quello in rosa, ad esempio, hanno un riferimento formale, ci si può riconoscere qualcosa di concreto, anche se non ho voluto nominarli proprio per non dare un punto di vista diretto. Sono esercizi per me più visivi: dietro il vetro particolare che ho scelto di usare, le forme e i colori vanno sfumando, si mescolano e si perdono, un po’ come quando la macchina fotografica perde il fuoco. Alcuni dimostrano una tentazione verso design e architettura, hanno riferimenti precisi, ma non voglio essere vincolato a questi mondi. In altri mi dedico a sperimentare sullo spazio, sul colore, sugli abbinamenti cromatici.

Sono esercizi per me più visivi: dietro il vetro particolare che ho scelto di usare, le forme e i colori vanno sfumando, si mescolano e si perdono, un po’ come quando la macchina fotografica perde il fuoco

Non lavori solo con la percezione dello spazio, ma anche con il rapporto tra diversi materiali, oltre alla carta – in particolare il vinile e il vetro.

Quegli esperimenti nascono perché mi interessava riutilizzare il vetro delle composizioni in carta, nelle quali ho sostituito il vetro originale della cornice con un vetro differente che aiutasse appunto la percezione di profondità che intendevo restituire. Nelle composizioni in vinile su vetro, una successione dinamica di righe applicate sulla superficie trasparente crea l’illusione di una superficie tridimensionale che fluttua nello spazio. È sicuramente un ragionamento più sottile, meno immediato.

 

Ti sei ispirato a esercizi che hai praticato, o che pratichi come docente, in università, o hai trovato riferimenti nei grandi maestri?

No, non è partito dalla mia esperienza universitaria. Però ho rivisto il mio tentativo sperimentale nella recente mostra su Enzo Mari alla Triennale, nelle sue strutture dinamiche di arte cinetica. In particolare in una serie dove dei quadrati di alluminio si muovono all’interno di una griglia a diverse profondità, creando composizioni dinamiche. Sicuramente non sono il primo né sarò l’ultimo a fare questi esercizi, piuttosto ritrovo anche qui l’approccio che ho nel design e nella mia vita professionale. Parto da una visualizzazione mentale, che poi sviluppo tramite disegni a mano e software 3D, che mi aiutano a capire poi come tagliare e piegare la carta e creare la composizione finale.

 

Sicuramente non sono il primo né sarò l’ultimo a fare questi esercizi, piuttosto ritrovo anche qui l’approccio che ho nel design e nella mia vita professionale. Parto da una visualizzazione mentale, che poi sviluppo tramite disegni a mano e software 3D, che mi aiutano a capire poi come tagliare e piegare la carta e creare la composizione finale

Che cosa stai imparando tramite questa esercitazione personale? La prevederesti come corso universitario?

Fondamentalmente tramite la tridimensionalità faccio un esercizio di forma e di composizione. Penso che si potrebbe tradurre in un esercizio anche per gli studenti, più che come corso. Diciamo che uno dei limiti, secondo me, delle università italiane è quello di trattare il design come una disciplina legata quasi esclusivamente ad aspetti funzionali, inventando problemi e trovando soluzioni. La composizione, i materiali, le superfici e tutto ciò che si può tradurre in armonia vengono spesso relegati agli step finali del percorso progettuale. Sottovalutiamo spesso l’idea che ormai abbiamo tutto, difficilmente compriamo un oggetto esclusivamente per risolvere una funzione, ma molto più spesso lo compriamo perché ci piace, per un impulso che fa risuonare qualcosa dentro di noi. Quando insegniamo (come Studio Sovrappensiero), chiediamo spesso agli studenti di dare una giustificazione narrativa ai loro progetti, creare oggetti che raccontino qualcosa, non pura funzione, ma storia e cultura. È ancora più difficile parlare di bellezza o quantomeno saperla riconoscere. Questo può essere considerato un esercizio verso il design che tratti la bellezza e la composizione come scopo primario.

Sottovalutiamo spesso l’idea che ormai abbiamo tutto, difficilmente compriamo un oggetto esclusivamente per risolvere una funzione, ma molto più spesso lo compriamo perché ci piace, per un impulso che fa risuonare qualcosa dentro di noi

Pensi che questo lavoro possa sfociare prima o poi in un progetto?

Credo che in generale questo continuo esercizio, questo ricercare il giusto abbinamento di colori o anche la giusta curva potrà tornare utile nel lavoro, alla fine da designer tutto ciò che facciamo finisce nei progetti, ma non penso che queste composizioni diventeranno un “prodotto”. Sicuramente mi auguro di continuare, perché quello che prima era una pezza ora è un veicolo meditativo per staccare e produrre qualcosa più liberamente.

Se qualcuno volesse ospitare una piccola mostra, Lorenzo De Rosa è disponibile a mettersi in contatto. 

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