Trent'anni di Lumiere, la lampada che ha acceso Foscarini - CTD
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Paolo Casicci

28 Settembre 2020

Trent’anni di Lumiere, la lampada che ha acceso Foscarini

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Con l’abat-jour in vetro e metallo, Rodolfo Dordoni ha dato al marchio veneziano quell’identità a metà tra Murano e Milano che ha decretato il successo del marchio. E oggi la lampada torna con due vesti nuove in edizione limitata

Il design italiano s’interroga da un po’ sulla presunta fine delle icone, quei pezzi senza tempo che hanno fatto la storia e ancora sono destinati a farla. Il dibattito covava da tanto ed è arrivato in superficie due anni fa, grazie al bel libro di Chiara Alessi Le caffettiere dei miei bisnonni, di cui abbiamo scritto allora qui. 

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Già da prima, nelle redazioni dei giornali si compivano slalom lessicali impegnativi per evitare le parole icona e iconico, di cui si era fatto e ancora si fa un grande abuso. E anche nelle chiacchiere tra non addetti ai lavori un “oggetto iconico” è ormai qualcosa da accogliere con un ghigno tra il sardonico e lo scettico. Ricordo un giorno, a Repubblica, passato alla ricerca complicatissima di un sinonimo di “iconica” per la lampada Arco dei fratelli Castiglioni, nel presupposto sbagliato di non dovere utilizzare mai più quell’aggettivo, anche nei casi (che per fortuna sono tanti) in cui invece ha ancora senso farlo.

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Non ci interessa, adesso, ripercorrere quel dibattito. E, del resto, si può salutare la fine delle icone perfino con gioia. Perché un’era senza icone è forse un’era più democratica, un tempo in cui i designer possono sentirsi liberi rispetto al passato che non sempre è maestro e che può invece diventare una zavorra. Perché quando un maestro indica la strada, c’è il rischio che la sua lezione finisca per essere ingombrante. E, dunque, beato il paese che non ha bisogno di icone. 

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Ma tra chi nega la fine di questi pezzi e chi invece sostiene che ancora riusciamo a produrne e invoca il tempo come giudice, s’impone come al solito una terza via: quella di chi sottopone le icone a una sorta di aggiornamento, un po’ come si fa con i software. Succede in queste ore con Lumiere: l’abat-jour firmata nel 1990 da Rodolfo Dordoni per Foscarini compie trent’anni e il brand veneziano la celebra con una riedizione in 1100 copie numerate e firmate dall’autore. Una festa  che cade cinque anni dopo l’ultima, quella per il quarto di secolo, organizzata nientemeno che in Triennale nel 2016 con la (bellissima) mostra Anni Luce. Lumiere’s journey through 25 years of history.

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Lumiere in versione da terra

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Versione a muro

Difficile sfuggire al fascino di Lumiere, un pezzo modellato come la classica abat-jour, poi diventato una famiglia di modelli, inclusi quelli da terra e a parete, finito in migliaia di case in tutto il mondo e che unisce la preziosità artigianale del vetro soffiato di Murano alla robustezza industriale del metallo. Un long seller che oggi Foscarini e Dordoni propongono nella versione Pastilles (dove tramite la soffiatura della pasta incandescente vetrosa all’interno di un  apposito stampo a losanghe, il vetro assume le classiche sfaccettature, definite ballotton, che donano alla superficie  una tridimensionalità  percepibile anche al tatto), e Boulles: qui, invece, con l’uso di uno stampo dotato di punte si ottiene l’effetto di una miriade di piccole bolle d’aria racchiuse fra gli strati di vetro.  

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Lumiere Pastilles

Lumiere è un’icona anche perché racconta la storia di un’azienda a un bivio tra l’identità artigianale e l’ambizione industriale. E’ una lampada che definisce un terzo luogo a metà tra Murano e Milano e reca impressi i segni di questa avventura, ben visibili ogni volta che la accendiamo e tocchiamo

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Ma perché Lumiere è (ancora) un’icona? E che cosa racconta questa lampada del processo attraverso cui un designer e un’azienda danno vita a un pezzo timeless, in grado di tornare ciclicamente sul mercato rinnovato, celebrandosi senza per questo finire sopra le righe? Dordoni ci scherza su: “Lustro e Lumiere ormai coincidono, visto che ogni cinque anni ridiamo, appunto, lustro a questa creazione”. Che nasceva, trent’anni fa, a un bivio preciso per Foscarini. “L’azienda veneziana” ricorda Dordoni “aveva all’epoca un’identità spiccatamente muranese, legata al mondo dell’alta manifattura del vetro, ma nutriva l’ambizione di attingere al mondo industriale e tecnologico dei marchi italiani che avevano fatto la storia dell’illuminazione. Si trattava di posizionare il brand con una vocazione precisa, tra radici e futuro”. 

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Lumiere Boulles

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Da una chiacchierata informale, e anche un po’ per caso, ricorda il designer, nacque lo schizzo di una abat-jour dalla doppia anima: quella muranese, scolpita nel cappello in vetro soffiato, e quella industriale della base in alluminio. Lumiere univa in questo modo alta manifattura e industria, Murano e Milano, e avviava la storia nuova di un’azienda che nell’incontro di queste due anime definiva la propria identità destinata a fare scuola. “Lumiere è diventata un’icona perché racconta una storia e ne porta impressi i segni” dice Dordoni.   

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E, dunque, Lumiere è un’icona anche perché definisce un terzo luogo che prima non c’era. Un luogo che, come nei migliori prodigi del design, possiamo visualizzare e toccare ogni volta che ci capita di sfiorarla e accenderla.