L'uomo che vive nelle case di Le Corbusier | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

28 aprile 2016

L’uomo che vive nelle case di Le Corbusier

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L’omaggio di Cristian Chironi al padre dell’architettura moderna

A volte basta una borsa di studio per spalancare le porte di un sogno. Nel caso di Cristian Chironi, artista visivo nato a Nuoro 42 anni fa, un assegno della Fondazione Le Corbusier ha spalancato le porte delle case – almeno trenta in dodici paesi – progettate dal padre dell’architettura moderna. My house is a Le Corbusier, il progetto di Chironi, è partito nel gennaio del 2015, cinquantennale della morte dell’architetto. La prima tappa è stato il Padiglione Esprit Nouveau di Bologna. Da allora, Chironi vive negli appartamenti firmati Le Corbusier e torna in Italia tra una tappa e l’altra. Dalla Fondazione l’artista sardo ha incassato, oltre a un finanziamento, il passpartout per entrare nelle case – alcune di proprietà pubblica, altre private – e viverci. Con un obiettivo: attualizzare la lezione del maestro.

Come è nata l’idea del progetto?

“Da una chiacchierata a casa di Daniele Nivola, un muratore di Orani, il paese nel centro della Sardegna dove sono cresciuto. Daniele mi aveva raccontato di come la sua famiglia molti anni prima avesse ricevuto in dono un progetto di Le Corbusier dalle mani dell’artista Costantino Nivola, anche lui di Orani, che di Le Corbusier era stato a lungo amico e collaboratore. Il progetto, però, non fu mai preso in considerazione dalla famiglia di muratori, perché, a detta loro, ‘non aveva né porte né finestre e assomigliava più a un tugurio che a una casa’. Non solo: ‘All’epoca non c’erano i presupposti per leggere e interpretare l’elaborato e non capimmo quel lascito’ aggiunse Peppe, il fratello di Daniele. ‘In paese non c’era neppure un piano urbanistico e le case ognuno se le costruiva da sé, senza il bisogno di un architetto’. Forse l’importanza di quelle carte non fu ben comunicata dallo stesso Nivola quando, rivolgendosi con il documento in mano al muratore, gli disse semplicemente ‘falla così, la casa’”.

E poi che cosa è successo?

“In quell’episodio c’è il giusto potenziale narrativo per l’analisi di una serie di relazioni con il contemporaneo legate ai concetti di comunicazione, lettura e interpretazione, con conseguenti implicazioni linguistiche e socio-politiche. Sulla base di queste premesse la Fondation Le Corbusier mi ha assegnato una borsa di studio e, insieme all’architetto Bénédicte Gandini, abbiamo cercato tra gli archivi della Fondazione stessa tracce degli schizzi di Orani senza però trovarle. Il progetto era arrivato in Sardegna intorno alla metà degli anni 60, quando Le Corbusier morì, forse a sua insaputa. Le Corbusier, infatti, era solito segnare con precisione qualsiasi cosa uscisse dal suo studio a Parigi. Oppure possiamo supporre che Costantino lo avesse schizzato per conto suo, a somiglianza di una casa dell’architetto. Chissà. Aggiungo però che Daniele durante la conversazione ricordava misure e dettagli che hanno tutte le caratteristiche di un progetto di Le Corbusier. ‘Imus tontos, mih!’, ‘eravamo tonti, non sapevamo’, mi dissero ironicamente Daniele e mio padre nella chiacchierata. Tutte e due appartengono a una generazione che non ha avuto la possibilità di un’istruzione, perché ai tempi non si andava a scuola, ma a fare blocchetti di cemento per muri divisori da impiegare in cantiere. Alla base del progetto My house is a Le Corbusier c‘è sin da subito la volontà di rifarsi nei confronti della geografia e del tempo. Ma non solo: possedere una casa nel periodo storico che stiamo vivendo è un lusso riservato a pochi, ed è attraverso questo progetto che rivendico un diritto fondamentale per tutti”.

Come è diventato un progetto quell’episodio?

“Ho proposto alla Fondazione di intraprendere insieme un viaggio e di vivere dentro le case di Le Corbusier. La prima tappa di questa geografia dell’abitare è stata, a gennaio del 2015, il Padiglione Esprit Nouveau, originariamente realizzato da Le Corbusier a Parigi nel 1925, poi ricostruito a Bologna nel 1977, attraverso lo sforzo congiunto degli architetti Giuliano Gresleri e Josè Oubrerie. Poi è toccato tra aprile e maggio all’Appartamento-Studio in rue Nungesser et Coli a Parigi, che occupa gli ultimi due piani del blocco di appartamenti Molitor, che l’architetto abitò dal 1934 fino alla sua morte. L’appartamento è classificato monumento storico. La terza tappa è stata tra novembre e dicembre l’Appartement 50 dell’Unité d’habitation di Marsiglia, anche questo monumento storico nazionale. Ora stiamo lavorando per poter trovare le possibilità per una residenza a Casa Curutchet, a La Plata, Argentina, e Villa “Le Lac”, a Corseaux, Svizzera.

Qual è l’attualità di Le Corbusier?

“Le Corbusier ha avuto la capacità di anticipare alcune problematiche odierne, come la crescita smisurata delle città, il saper costruire in economia, la mancanza di spazi abitativi e le relazioni con il prossimo. Alla base delle sue idee c‘è una ricerca che spesso manca agli architetti di oggi, in cui si avverte un forte scollamento tra architettura e società civile, non tenendo conto delle reali esigenze dell’abitare. Le Corbusier riusciva invece ad unire bene tutte e due le cose, ridefinendo l’importanza dello spazio abitativo e collettivo. La mia esperienza all’Unité d’habitation assume un significato importante se rapportata ai giorni nostri, caratterizzati da sentimenti divisori e razzisti”.

In che condizioni ha trovato le case?

“L’Esprit Nouveau non è in buone condizioni. Ha bisogno di interventi di ristrutturazione. Il Comune di Bologna, che ne ha la proprietà, e la Regione Emilia-Romagna, che lo ha in comodato sino al 2019, devono, con la supervisione di Giuliano Gresleri e della Fondation Le Corbusier, rimetterlo in buone condizioni. Non è possibile che questo gioiello di architettura, dopo la mia residenza, sia rimasto nuovamente inutilizzato e chiuso. Il padiglione dell’Esprit Nouveau necessita di una programmazione sensata e specifica che sia in grado di farlo rinascere. L’ Appartament-Studio a Parigi si avvia invece verso un restauro che lo riporterà il più possibile vicino alla sua bellezza naturale. Sia la casa che lo studio sono aperti al pubblico e all’interno si organizzano eventi e riunioni. L’Appartament 50 dell’Unité d’habitation di Marsiglia è in ottime condizioni. I proprietari Jean Marc-Drut e Patrick Blauwart lo vivono senza alterarne l’originalità, a differenza di altri all’interno dell’edificio. Ospita in genere progetti espositivi di designers ed è aperto al pubblico nel mese di agosto”.

Come finanzia il progetto, oltre che con la borsa di studio?

“La borsa mi è servita agli inizi per cominciare un programma di studio e relazionarmi con la Fondazione. Il progetto ad oggi è totalmente autofinanziato attraverso la vendita delle opere che ho realizzato durante i periodi di residenza. Sono i miei collezionisti che mi aiutano, partecipando alla realizzazione di un’opera il cui valore risiede non solo nell’oggetto fisico, bensì nel compimento di un viaggio abitativo fatto di confronti diversi e molteplici esperienze di vita”.

Come considera il livello del dibattito su Le Corbusier durante l’anniversario dell’anno scorso? E’ stata un’opportunità sprecata?

“La Fondazione ha lavorato investendo molte energie per questo anniversario. Ci sono state poi tante voci all’interno del dibattito, come è giusto che sia, in quanto l’eredità artistica di Le Corbusier è un bene di tutti. All’interno del progetto My house is a Le Corbusier il dibattito è stato certamente affrontato in maniera diversa. Utilizzando Le Corbusier come uno strumento di lavoro, un cutter che scava in più direzioni, approfondendo argomenti diversi e problematiche contemporanee. Le Corbusier è stato un pensatore geniale, architetto, urbanista, pittore, fotografo, con cui condivido la libertà di usare diversi media ed espressioni. Un grande viaggiatore. Gran parte della sua apertura mentale l’ha avuta visitando quei posti che oggi vivono gravi condizioni sociali e politiche e a cui spesso chiudiamo le porte. Apprezzo il dibattito quando non si ferma a soli quesiti tecnici e quando l’opera di Le Corbusier viene utilizzata ad ampio raggio, aprendo nuove possibilità di comprensione sul contemporaneo. Penso che l’eredità di Le Corbusier debba essere conservata e allo stesso tempo continuamente ri-posizionata, attraverso la sperimentazione e l’uso nelle nuove generazioni”.

Come è vivere in una casa di Le Corbusier?

“La mia cellula nell’unità abitativa di Marsiglia si divideva in un volume alto, in cui è situata la cucina e la zona pranzo, e un volume basso, dove troviamo la sala giorno, la zona studio, la camera da letto e i bagni. La cucina è disegnata fornendo il massimo comfort con l’utilizzo minimo dello spazio. Le misure dello spazio sono in sintonia con le proporzioni del corpo. Mi piacerebbe, in un prossimo step, sviluppare un lavoro attorno alla coreografia del movimento del corpo sulla base della scrittura dello spazio. In cucina il movimento che si fa più spesso è quello ad arco o semicerchio, in quanto tutto è davanti a sé, pronto all’uso. La sensazione è che tu stai fermo e la casa gira intorno. Seduto al tavolo puoi fare colazione, pranzare o cenare, avendo davanti l’orizzonte che cambia. La mia cellula era posizionata a sud e vedevo le montagne dalla grande finestra, o gli uccelli volare dal giardino, così come le stelle in cielo al buio. Le scale in legno ti accompagnano al volume basso. Sotto la cucina e in continuità con questa c’è la sala, caratterizzata sempre dall’ampia vetrata. Uscendo in terrazza verso le 7-8 di sera, a sinistra hai il rosa dietro le montagne, a destra il giallo, dietro il mare. Un corridoio con armadi a muro ti accompagna all’ingresso della doccia, fatta a somiglianza di una cabina di un transatlantico. La porta in legno scorrevole e nera può dividere completamente la seconda area del volume, in una camera studio con nicchia verde, e una camera notte con nicchia marrone. La scrivania anticipa e continua nel letto. Due armadi dividono gli spazi dei due lavandini. La tenda marrone chiude l’ampia finestra per la notte. Al mattino, attorno alle 8.30, filtra la luce in dialogo con la policromia alle pareti, creando un rettangolo arancione lungo tutto lo spazio, dandoti la sensazione di poterlo toccare. Vivere dentro un abitazione di Le Corbusier è vivere dentro un opera d’arte. Esci dalla cellula per andare a bere il caffè al bar. Nella zona collettiva situata al terzo piano si può comprare il pane. In terrazza, per una passeggiata, ti imbatti contro i bambini che giocano nella piccola piscina. Nessuno degli abitanti dell’Unità d’habitation vuole lasciare la Cité Radieuse e non sarei mai voluto andare via di lì”.