Marcello Ziliani: "Vi spiego perché noi designer siamo attaccati alla sedia"
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Silvia Cosentino

30 luglio 2019

Marcello Ziliani: “Vi spiego perché noi designer siamo così attaccati alla sedia”

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Confessioni di un “sediaiolo” reduce dall’European Product Design Award con Lisa Filò per Scab. “È vero, ci sono più sedie che culi. Ma anche più fiori che api”

“È verissimo che ci sono più sedie che culi, come diceva Bruno Munari, ma si dimentica che i culi sono semoventi e le sedie no. È un po’ come le api e i fiori. Sicuramente ci sono più fiori che api, e quindi ogni fiore fa del suo meglio per attirare l’ape. Ecco, compito di ogni sedia ben progettata è attirare culi, e farli stare comodi, a proprio agio e soddisfatti”.

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Lisa Filò di Marcello Ziliani per Scab

Marcello Ziliani è un designer di lungo corso, reduce dal successo proprio con una sedia, Lisa Filò per Scab, che ha appena vinto l’EPDA 2019European Product Design Award, premio internazionale Gold, sezione outdoor e Bronze per l’home interior. È dunque il progettista perfetto per discutere di un tema classico: perché i designer insistono a progettare sedute (e le aziende a chiedergliele) in un mondo dove ne esistono migliaia di modelli?

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Quello dell’intreccio è un tema già ampiamente sperimentato nel mondo delle sedute. Quale è il valore aggiunto che vuole trasmettere con Lisa Filò, in particolare nel mondo dell’outdoor? 

“Credo che qualunque progettista con un minimo di senso della realtà sia consapevole che oggi, nel mondo degli oggetti, esista già tutto e praticamente tutto sia già stato replicato in migliaia di variazioni più o meno efficaci. E questo è se possibile ancora più vero per il mondo delle sedute, per cui la regola aurea cui attenersi dovrebbe essere ‘nel dubbio astenersi’. In assenza di ragionevolezza si lavora sui dettagli, sulla ricerca di un equilibrio e di un’armonia formale ed espressiva che possa ancora, non dico emozionare, ma quantomeno farci sentire a nostro agio. Credo che sia questo il valore aggiunto che dobbiamo cercare di trasmettere, in particolare nel mondo dell’outdoor nel quale gli oggetti dovrebbero essere, più che in altri casi, evocatori di atmosfere piacevoli e rilassanti. Ed è questo che abbiamo cercato di ottenere con la collezione per esterni della famiglia Lisa”.

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Come è arrivato a disegnare un modello wireframe, dal gusto nostalgico, che evoca le atmosfere degli anni 50 e 60? 

“Essendo nato nei primi anni 60 (sono un baby boomer), ho nella memoria i suoni, i colori e i sapori delle villeggiature trascorse da bambino al mare, al lago, in collina dai miei nonni e le atmosfere dei bar, dei bagni delle spiagge, delle terrazze delle case con le sedie in metallo e spaghetti di plastica lucida. Il juke box che suona La bambola cantata da Patty Pravo, il tabellone dei gelati Eldorado (con Cocco Bill disegnato da Jacovitti) contenitore di cremosi desideri. Ripensare a quelle immagini mi trasmette ancora una sensazione di pace e tranquillità, di piacevole nostalgia. E mi sono divertito a provare a infondere un po’ del sapore di quelle atmosfere in un prodotto contemporaneo. Non a caso per la versione Club di Lisa abbiamo progettato un particolare profilo estruso che per forma e colori riconduce direttamente a quel mondo, così come del resto la corda nautica utilizzata per la più sofisticata versione Filò mi ricorda tanto un costume aragosta fatto a maglia, tipico di quegli anni, che aveva mia madre”.   

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Quanto conta per il mercato la dimensione “soggettiva” e “sognante” del prodotto rispetto a quella unicamente funzionale e pragmatica? 

“Non sono un esperto di successo nei mercati e ancora oggi faccio fatica a capire quali siano le ragioni per cui alcuni miei progetti funzionino meglio o peggio di altri. Certamente penso sia corretta una ricerca nella direzione di un progetto che, con umiltà, metta al centro la persona, i suoi desideri e anche i suoi sogni, ovviamente mantenendo ferma la barra sui fondamentali di funzionalità ed efficienza complessiva”.  

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Credo che qualunque progettista con un minimo di senso della realtà sia consapevole che oggi esista già tutto replicato in migliaia di variazioni più o meno efficaci. E questo è se possibile ancora più vero per il mondo delle sedute, per cui la regola aurea cui attenersi dovrebbe essere ‘nel dubbio astenersi’. In assenza di ragionevolezza si lavora sui dettagli, sulla ricerca di un equilibrio e di un’armonia formale ed espressiva che possa ancora, non dico emozionare, ma quantomeno farci sentire a nostro agio.

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Diceva Bruno Munari che “ci sono più sedie che culi”. Perché continuare a progettare sedie in un mondo saturo di oggetti, in particolare di sedute?

“Me lo chiedo ogni giorno, e ogni giorno mi genufletto davanti all’altare dell’incoerenza (mi consolo ripetendomi la stupida frase, letta da qualche parte, che dice: la coerenza è la qualità degli stupidi). Per vicende della vita, le classiche sliding doors, sono diventato anche un sediaiolo (“chairman” dice di sé con molta più proprietà il bravo Odo Fiorovanti) e non posso farci nulla se progettare sedute mi piace, mi diverte e in più mi chiedono di farlo. È verissimo che ci sono più sedie che culi, ma si dimentica che i culi sono semoventi e le sedie no. È un po’ come le api e i fiori. Sicuramente ci sono più fiori che api, e quindi ogni fiore fa del suo meglio per attirare  l’ape. Ecco, compito di ogni sedia ben progettata è attirare culi, e farli stare comodi, a proprio agio e soddisfatti. Sono ragioni sufficienti per continuare a progettare sedie? Probabilmente no. Da lunedì, prometto, smetto…

(P.S. Alzi la mano chi vuole che sboccino meno fiori)”.

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La progettazione di una sedia è ancora la sfida per antonomasia, per un designer? O ci sono sfide nuove, diverse?

“Ecco, questo è un problema. Sembra che se nella tua vita di designer non progetti una sedia (e poi due e poi dieci e poi tantissime) tu sia uno sfigato. Chissà perché. Castiglioni, mio maestro indimenticato, ne ha progettate pochissime, soprattutto ridisegnandole (e probabilmente aveva capito tutto, inutile disegnare nuove sedie, meglio migliorare quelle già esistenti)… Munari, quello di prima dei culi e delle sedie, ne ha fatta solo una ripida e inutilizzabile. Sottsass pure pochissime (e nemmeno riuscitissime secondo me)… Io in realtà non ho avuto tanta scelta, appena laureato sono scappato dall’Italia (per ragioni di cuore, tranquilli, la fuga di cervelli era ancora di là da venire) e sono atterrato in Francia a collaborare con una società che produceva milionate di scocche impilabili in plastica (quelle che trovate ancora a Leroy Merlin a 5 euro o nelle bocciofile) per cui mi sono sentito in dovere di affinare le mie capacità per tentare di migliorare quelle specie di secchi ritagliati… e da lì sono finito nel tunnel. Non credo in ogni caso che progettare sedie sia più complicato che fare altre cose, al contrario, e oggi ci troviamo davanti a sfide talmente più complesse e tanto più importanti che hanno bisogno di idee e progetto. Io ormai me la sono giocata, ma cerco di farlo capire ai fantastici ragazzi con cui ho a che fare a San Marino nei tre mesi all’anno in cui mi dedico anche all’insegnamento. Usiamo il design thinking, condito di pensiero laterale, human centered design, behavioural design e un po’ di sale in zucca per affrontare sfide il più possibile lontane dalla “italian forniture-centered vision”. Quest’anno il tema era Forever young – design for new elderlies, lo scorso anno La terra è bassa – design per il contadino 2.0, quello prima Al riparo dalla tempesta – design for migration, e prima ancora Crisis design – il progetto in tempo di crisi. E via così. Tutti con risultati di progetto davvero sorprendenti”.

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Si è ispirato a un maestro in particolare? In genere, chi sono i suoi riferimenti nel design? 

“Come già accennato prima, il mio grande maestro è stato Achille Castiglioni, con cui ho sostenuto due esami al Politecnico (architettura, a quel tempo design era un dipartimento, non una facoltà) ed è poi stato anche mio relatore di tesi. Anche il mio severo padre, ingegnere meccanico atipico, innamorato dell’architettura e del design, è stato sicuramente un riferimento importante della mia formazione. E Munari, tutta la corrente radical e in seguito i post modernisti che impazzavano quando ero studente mi hanno insegnato la leggerezza, l’ironia e il non prendersi troppo sul serio che, anche se probabilmente non si vede, considero una componente importante del mio modo di lavorare”.

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Esiste un progetto che ha inciso in maniera determinante nel suo percorso come designer? 

“Forse la sedia Gogò per Sintesi, praticamente uno dei primi progetti che feci appena rientrato in Italia dall’esperienza francese, subito dopo la lampada Selly per Flos. Credo che sia stato il primo esempio in assoluto di scocca a iniezione che potesse essere montato su basi diverse, a 4 gambe, in legno, a base centrale, girevole su ruote… Ed era fantasticamente poco costosa, molto, molto democratica. Fu determinante perché ebbe un successo talmente importante che mi permise di intraprendere la strada del designer indipendente praticamente da subito, oltre a proiettarmi nell’universo delle sedie che come abbiamo visto è poi diventato un riferimento importante del mio fare design. Me ne chiese una copia anche Starck per il suo archivio, ma io non gliela diedi… Avevo paura che copiasse, beata coglionaggine”.

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A quale contesto ha pensato nel progettare le sue sedute outdoor? A quale stile di vita, modello di consumatore?  

“In realtà, quando progetto, faccio fatica a pensare in termini di contesto, stile di vita o modello di consumatore. Non perché non lo ritenga utile, ma piuttosto perché è una cosa che non mi viene naturale, dai maestri citati sopra ho appreso soprattutto a osservare i comportamenti, a leggere i racconti, le narrazioni delle persone che possono essere futuri utilizzatori, a immaginare atmosfere e suggestioni senza che queste siano necessariamente legate a precise categorie o modelli”.

Sembra che se nella tua vita di designer non progetti una sedia tu sia uno sfigato. Eppure Castiglioni ne ha progettate pochissime, Munari ne ha fatta solo una ripida e inutilizzabile. Sottsass pure pochissime (e nemmeno riuscitissime secondo me)…

Ci sono messaggi che intende veicolare col suo prodotto?

“Sono tuttora convinto che il progetto sia uno strumento importante per migliorare la nostra vita anche se certamente il fare quotidiano ti costringe a confrontarti con un’inevitabile diluizione della carica utopica che ti pervadeva durante gli studi. Confesso di ammirare molto quei designer che riescono a infondere nei propri prodotti messaggi e contenuti forti e leggibili. Io sono, credo, più un progettista ‘omeopatico’, amo le piccole cose fatte bene e credo che ogni progetto debba contenere il tentativo di andare un poco più in là, piccoli scarti di valore, di senso, di significato, qualcosa che non appare immediatamente ma che si rivela poco a poco, nell’uso quotidiano, nella frequentazione assidua”.

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Marcello Ziliani

Crede che la cultura del progetto “classico”, in un contesto di mercato costellato da produzioni sterminate, sia qualcosa destinata a estinguersi?

“Estinguersi non so, evolversi credo di sicuro, come è nella natura delle cose. Studiando i fondamenti del Design Thinking mi sono reso conto che quanto insegnavano Castiglioni e Munari non è diventato obsoleto ma è stato preso come punto di partenza per andare più in là. Le produzioni in fondo erano sterminate anche una volta, fatte ovviamente le debite proporzioni, certo oggi è aumentata esponenzialmente la complessità ma si sono anche potenziati gli strumenti per interpretarla. Faccio una domanda io: la cultura del pensiero classico è destinata ad estinguersi?”.

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