Marco Petroni, il design non è il Mr Wolf di Pulp Fiction, non risolve i problemi ma insegna a vederli - CTD
menu
Paolo Casicci

3 Novembre 2020

Marco Petroni: il design non è il Mr Wolf di Pulp Fiction, non risolve i problemi ma aiuta a vederli

Share:

Intervista all’autore de Il progetto del reale. Dalla Taranto dell’Ilva all’oceano di plastica, viaggio nel design di ricerca che fa i conti con la realtà

C’è un passaggio, nell’ultimo libro di Marco Petroni Il progetto del reale, il design che non torna alla normalità, che sembra scritto apposta per questo tempo pandemico:  “Il grande tema della nostra epoca” scrive Petroni, “non è soltanto l’amministrazione democratica della complessità, ma soprattutto sostenere l’individuo, il suo equilibrio, aiutarlo a non soccombere, dotarlo di un nuovo sguardo, degli strumenti filosofici ed etici affinché possa familiarizzare, in qualche modo, con l’inconoscibilità, l’orrore e i segni dell’apocalisse senza avere la tentazione di farla finita”. 

Che il design possa aiutare l’uomo all’epoca del Covid a familiarizzare con l’ignoto, può sembrare un’impresa fuori portata. Non lo è, se guardiamo alle storie che Petroni raccoglie nel suo saggio. Che non sono vicende di mobili o di oggetti, ma indagini sul reale visto nei suoi aspetti più complessi e tossici, quelli che spesso il mondo del design accetta a condizione di sublimare o di trasfigurare.

Unknown Fields Division

 Che storie sono quelle del tuo libro? 

Per esempio quella di Unknown Fields Division, il gruppo di studio interdisciplinare e nomade che da dieci anni esplora zone estreme del mondo, come le Galapagos o Chernobyl, dove l’ecologia contaminata racconta la precarietà del Pianeta e delle nostre stesse vite. O come Post Disaster, la piattaforma multidisciplinare che indaga le possibilità della Taranto dell’Ilva. Troppo spesso nel mondo del progetto la durezza del reale va bene soltanto se traslata o resa immaginifica, e le esperienze che sfuggono alle maglie di questo afflato retorico sono considerate, di contro, fomentatrici di dissenso, o semplici fenomeni speculativi tra l’hipster e lo strano, quando invece, sin dalle avanguardie storiche, il design si è sempre posto come linguaggio e attitudine di superamento dello status quo, una scommessa intellettuale e soprattutto concettuale. Basti pensare a come Laszlo Moholy Nagy definisse il design non una professione, un lavoro per quanto nobile, ma un’attitudine, un dispositivo sensibile di produzione di nuovi immaginari. Quando Unknown Fields Division scelgono di esplorare la zona del reattore nucleare di Chernobyl, fanno un’azione rischiosa per loro stessi con l’obiettivo di ripensare le posizioni di tutela e di conservazione del mondo naturale e documentare un paesaggio stregato di fragilità ecologica e obsolescenza tecnologica. Un’esperienza che ci porta a riconoscere come il problema siamo spesso noi umani e che quindi dobbiamo essere consapevoli di esserci dentro fino al collo.

Il grande tema della nostra epoca non è soltanto l’amministrazione democratica della complessità, ma soprattutto sostenere l’individuo, il suo equilibrio, aiutarlo a non soccombere, dotarlo di un nuovo sguardo

“Progetto del reale” vuol dire immaginare una realtà diversa da quella a senso unico che ci siamo imposti da tempo. Come riprogettano il reale le storie che racconti? 

Progetto del reale vuol dire vivere tenendo presenti da una parte le trasformazioni quotidiane e, in prospettiva, l’orizzonte nuovo di un cambiamento radicale, la volontà di ribaltare lo status quo capitalista. Prendiamo il caso di Post Disaster, che parte da Taranto per indagare i mostri del capitalismo. Questo avviene attraverso performance sui tetti, ovvero luoghi che sfuggono a gran parte delle definizioni normative dello spazio urbano, permettendo libertà di azione e di speculazione. I tetti sono spazi non convenzionali, liberi dalle principali forme egemoniche di organizzazione dei flussi di vita e capitale, e permettono uno sguardo pluridirezionale sui conflitti che interessano la città. Stare sui tetti rappresenta anche un modo per essere autonomi dalle retoriche, a tratti soffocanti, della rigenerazione urbana, in particolare di quelle che sposano un’idea di coinvolgimento organizzato o, peggio, premeditato. Ma mi piace ricordare anche la ricerca di Shamar Livne che indaga la plastica non più come rifiuto ma come materia prima: la plastica è talmente abbondante da diventare il ritrovamento archeologico che stiamo consegnando ai posteri.

Metamorphism di Shahar Livne, la plastica come reperto archeologico

In questo scenario come agisce la pandemia? E come sta reagendo il design? 

Ho chiuso il libro prima del lockdown e non ho voluto cavalcare lo sconvolgimento causato dallo schianto pandemico, ma è evidente che gli effetti del virus avranno un’eco potente sul mondo del progetto. Credo che il design non sia il Mr Wolf di Pulp Fiction (“risolvo problemi”), ma una disciplina, o meglio un’attitudine, capace di sintonizzarsi con le trasformazioni radicali che la pandemia ci mette di fronte. È quello che spiego nel libro quando dico che il design dagli oggetti deve spostare l’attenzione sugli iperoggetti, ovvero quelle dimensioni che sfuggono a una percezione individuale ma trasformano la vita collettiva. La pandemia è uno di questi iperoggetti, il cambiamento climatico è un altro, l’inquinamento derivato dalle plastiche un altro ancora. Penso che questo tempo pandemico ci metta di fronte a nuovi scenari in cui il design può fare molto. Per esempio ripensare gli spazi del lavoro, interagire con le piattaforme digitali per trovare modalità più empatiche di fruizione, indicare insomma nuovi territori assumendosi una responsabilità sociale di miglioramento del mondo. Nello sconforto generale, nel buio che domina la scena c’è la salvezza e vedo la possibilità per il design di ritagliarsi nuovi scenari operativi. I Formafantasma per esempio sono molto attivi in questa direzione sia sul piano formativo con il master di Geodesign alla Design Academy di Eindhoven sia dal punto di vista della ricerca. Non è semplice, ma il compito dei designer è questo, svelare nuovi scenari, nuovi campi d’intervento e dalla profondità del loro sguardo dipende la sopravvivenza di questo mondo complesso e affascinante che è il mondo del progetto. Sento che il design ha l’opportunità di accordarsi con la declinazione di progetto inteso nella sua radice ontologica latina di projectare gettare lo sguardo oltre. Beyond e Care sono le parole chiave del design del presente e del futuro. Insomma, il senso del libro è che non torneremo alla normalità perché quella normalità era il male. E che il design può essere la liberazione del vivente. 

Troppo spesso nel mondo del progetto la durezza del reale va bene soltanto se traslata o resa immaginifica, e le esperienze che sfuggono alle maglie di questo afflato retorico sono considerate, di contro, fomentatrici di dissenso, o semplici fenomeni speculativi tra l’hipster e lo strano, quando invece, sin dalle avanguardie storiche, il design si è sempre posto come linguaggio e attitudine di superamento dello status quo, una scommessa intellettuale e soprattutto concettuale.

Nel libro ci sono riflessioni interessanti sul ruolo del singolo, e in particolare sulla trappola sociale-digitale in cui l’uomo contemporaneo cade ogni giorno con il proprio lavoro, per il desiderio e il bisogno di mettersi in mostra e di mettere in vetrina la propria attività. Che cosa vuoi dire, in pratica?

Lo vediamo tutti i giorni come siamo costretti a comunicare e a presidiare lo spazio sociale digitale nell’apparente traffico di “piccoli” lavori creativi. Facciamo impresa di noi stessi per affermare che siamo graphic, product, speculative o social designer o curatori di qualche non precisato progetto. E se pensi di non essere nel gioco, sono comunque i social e gli strumenti digitali a comunicare attraverso di te. Lo spirito e il senso della nostra soggettività si inquina, il corpo si perde. L’asse portante del capitalismo contemporaneo, ma anche un focolaio della sua crisi, sta proprio nell’azione costante di appropriazione, sfruttamento e svuotamento del possibile. Siamo di fronte a uno scenario tossico incapace di liberare le soggettività dalla trappola del lavoro. La scrittura per me rappresenta esattamente uno spazio di libertà in cui provare a declinare una narrazione, una visione che si liberi dall’ansia da prestazione social. Un tempo più dilatato, più riflessivo che con le unghie provo a ritagliarmi perché credo che abbia ancora un senso scrivere, mettersi in gioco. Mi presento al mondo come teorico e critico del design e per me questo significa avere la responsabilità di prendere posizione rispetto al presente e svelare le zona d’ombra del sistema nel quale siamo immersi sia come soggetti alla ricerca di una qualche sostenibilità economica sia soprattutto come persone capaci di avere ancora un pensiero critico e in qualche modo politico nel senso più bello di questa parola ovvero partecipare al miglioramento del mondo, della polis, del giardino planetario. Dobbiamo trovare un respiro comune, essere giardinieri, avere cura e coraggio. 

Ore Stremas, Formafantasma

Scrivi che “occorre levare il velo d’ipocrisia che avvolge i processi lavorativi del nostro tempo soprattutto nello scalcagnato universo creativo”. Ovvero? 

Intendo dire che siamo rinchiusi in un gioco di ruoli dove l’economia reale del lavoro creativo è fatta di tanti lavoratori che la mattina si muovono alla ricerca di sostenitori delle loro idee, progetti e nei ritagli di tempo lavorano per Glovo. Sono le partite Iva obbligate a mettere insieme più lavori diversi per realizzare un reddito più o meno decente. Per non parlare dei ricercatori universitari o i docenti a contratto delle Accademie di Belle Arti che saltano da un contratto all’altro in attesa di una stabilizzazione che non arriva mai. Una questione che ci riguarda tutti, nessuno escluso, perché riflette su quale soggettività, non solo lavorativa ma soprattutto etica, si sta definendo nella nostra più prossima e instabile contemporaneità. Non possiamo continuare a muoverci alla cieca e con le dita incrociate nell’attesa di un cambiamento. Occorre prendere atto della situazione e provare a cambiare la rotta. 

Siamo rinchiusi in un gioco di ruoli dove l’economia reale del lavoro creativo è fatta di tanti lavoratori che la mattina si muovono alla ricerca di sostenitori delle loro idee, progetti e nei ritagli di tempo lavorano per Glovo. Bisogna avere il coraggio di rompere il binomio prodotto-industria come uniche possibilità per i designer. È una visione riduttiva, non sintonizzata con le grandi trasformazioni che il tempo pandemico ci mette davanti.

Che cosa fa oggi il mondo della formazione, che cosa le scuole e le accademie, per cambiare rotta? 

La scuola e la formazione accademica deve partecipare a questo sforzo di immaginazione radicale e di riscrittura di un mondo che ci ha portato allo schianto pandemico. Ursula von der Layen, presidente della Commissione europea, ha annunciato l’intenzione di creare un nuovo Bauhaus come parte del Green Deal europeo. Mi sembra un segnale di consapevolezza che va colto da parte del sistema universitario e accademico. Inseguire modelli superati come troppo spesso avviene non tiene più. Bisogna avere il coraggio di rompere il binomio prodotto-industria come uniche possibilità per i designer. È una visione riduttiva, non sintonizzata con le grandi trasformazioni che il tempo pandemico ci mette davanti. Seggiole, lampade etc continueranno a esistere e l’industria troverà sempre nuovi talenti per disegnarle, ma a fronte di migliaia di giovani che scommettono sul design come possibilità di futuro occorre aprire nuove prospettive formative. Non c’è storia se non si allargano gli orizzonti. Studiare, osservare, andare per mostre ma soprattutto avere la curiosità di cercare il nuovo. Achille Castiglioni diceva ai suoi studenti se non siete curiosi, lasciate perdere. Ebbene questo ammonimento lo faccio mio ogni giorno. 

Nella foto grande, Post Disaster a Taranto