Maria Cristina Didero, una curatrice al Fuorisalone | CTD
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15 aprile 2018

Maria Cristina Didero, una curatrice al Fuorisalone

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Il vegan design alle 5 Vie e il valore di un progetto sviluppato lungo un sentiero stretto

 

“Non ho mai amato l’espressione design art, appartiene a un mondo dell’effimero che mi è estraneo, quello dei mobili da decine di migliaia di euro che nessuno può permettersi e che le aziende non riuscirebbero mai a mettere in produzione. Allo stesso tempo non possiamo dimenticare però che le edizioni limitate sono il primo terreno di sperimentazione per i designer, che senza vincoli possono esprimersi con maggiore libertà”.

Parola di Maria Cristina Didero, giornalista e curatrice tra le più apprezzate a livello internazionale che al Fuorisalone porta il rigore del suo approccio storico e scientifico nel distretto delle 5 Vie.

Una delle novità di questa Design Week è proprio la presenza, più che nelle edizioni passate, di un taglio scientifico nella selezione e nell’allestimento delle proposte. Un’evoluzione non da poco, che promette di portare meno quantità e più qualità. O almeno così sembrano far intendere i cartelloni di Ventura Projects (in particolare le proposte del FutureDome) e dell’Alcova di NoLo, lo spazio nel più nuovo dei distretti – se così si può definire – curato da Joseph Grima di Space Caviar e Valentina Ciuffi di Studio Vedet. Progetti e percorsi accomunati da un’idea di fondo, un fil rouge in grado di trasformare in storie gli oggetti in mostra e i loro autori.

Una trasformazione possibile quando a scegliere e affiancare i creativi è, appunto, un curatore. Didero è uno dei professionisti (con Annalisa Rosso, Nicolas Bellavance-Lecompte e Alice Stori Lichtenstein) chiamati dalle 5 Vie a sviluppare un progetto espositivo coerente, un’idea, un racconto. “È il mio lavoro, dunque ritengo normale che ci si rivolga a un curatore perché dia il suo contributo attraverso uno sguardo esterno e critico”, dice Didero, “ma ciò non mi impedisce di riconoscere il valore di questa novità”.

Nel caso di Didero, il contributo curatoriale consiste nel portare al Garage Sanremo, in via Zecca Vecchia, Erez Nevi Pana, designer israeliano che disegna e produce oggetti vegani. Vegano lui stesso, classe 1983, formatosi all’Accademia di Eindhoven, Erez Nevi Pana trasferisce l’attitudine di profondo rispetto nei confronti della vita in tutte le sue forme nelle sue modalità di progettazione, rifiutandosi di usare i prodotti che contengono in qualche modo residui di derivazione animale: dai tessuti (lana, pelli) alla maggior parte dei materiali normalmente utilizzati nel mondo della progettazione, che contengono tracce e residui di composti provenienti da esseri viventi (dai guanti di gomma alla vernice, dalla plastica alle resine e le colle di produzione industriale).

In Vegan Design – Or the Art of Reduction il veganesimo è chiaramente centrale, ma, se proviamo ad astrarre, è decisiva dalla prospettiva del curatore l’idea che un designer si assegni un mandato creativo e lo porti a compimento lungo un sentiero stretto, in questo caso davvero angusto. E nel sentiero di Erez Nevi Pana non ci sono prodotti e derivati animali di alcun tipo.

“Ognuno degli oggetti che costituiscono le collezioni di Erez Nevi Pana è realizzato secondo i precetti di una specifica posizione etica e risponde a una domanda precisa: è possibile fare design senza utilizzare alcun materiale di provenienza animale? Con il suo lavoro, e un approccio al tempo stesso rigoroso ed emotivo, Nevi Pana dimostra di sì” spiega Didero.

“Per dare vita alle sue creazioni il giovane progettista utilizza elementi minerali e vegetali, prediligendo quelli provenienti dal suo paese d’origine. L’esempio più suggestivo del suo modus operandi è il ciclo Salt, che prende forma a partire dalla suggestione del Mar Morto e in particolare dalle potenzialità del sale, elemento dotato di un grande potere simbolico. Questo mare è in realtà il punto più basso della terra. La salinità delle sue acque impedisce la nascita e lo sviluppo di qualsiasi forma di vita: per questo motivo può essere definito il luogo più vegano della terra. Rifiniti con una speciale colla vegana creata dal designer stesso, gli sgabelli in mostra sono stati costruiti con il legno di scarto raccolto dai carpentieri: vengono poi immersi nell’acqua e fissati al fondale marino. La cristallizzazione del sale sulle superfici genera incrostazioni di un bianco puro che conferiscono nuova forma e spessore al materiale di partenza. Il sale funziona così come una nuova pelle dell’oggetto, trasformandolo in maniera imprevedibile. Salt sfugge cosi al controllo dell’autore ed è un esempio straordinario della potenza della natura e del tempo, non solo atmosferico”.

Nel mondo del designer israeliano ci sono poi la carta vegana che contiene materiali a base vegetale e sete raccolte soltanto dopo che la farfalla è uscita dal bozzolo.

“Con la loro delicatezza, le opere di Nevi Pana danno forma a un’utopia che spesso, nel tempo in cui viviamo, dimentichiamo perfino di considerare, o pensare. Come se un modo di esistere nel rispetto degli altri esseri e dell’ambiente fosse ormai impossibile. Si sa che la rigidità delle regole aiuta l’artista: lo stimolo della riduzione ha permesso a Erez Nevi Pana di scatenare immaginazione e potenza creativa, spingendolo a plasmare oggetti che sembrano provenire da un’altra era, né passata né futura, ma fortemente ancorati al pianeta Terra, e quindi all’uomo. Sono oggetti intensamente umani: è come se il rispetto per la vita del loro autore trasparisse dalle loro superfici irregolari, emanando una bellezza serena, naturale e poetica. Una bellezza unica nella sua semplicità. E soprattutto, scevra di colpa”.