Massimo Caiazzo: "Il colore è una cosa seria, non lasciamolo scegliere ai cattivi influencer" - CTD
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Paolo Casicci

26 settembre 2019

“Il colore è una cosa seria, non lasciamolo scegliere ai cattivi influencer”

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Massimo Caiazzo, color designer, sedici anni nello studio di Alessandro Mendini: il digitale moltiplica vertiginosamente gli stimoli, ma serve una guida

Massimo Caiazzo, tra i massimi color designer italiani, sedici anni al fianco di Alessandro Mendini e una lunga serie di progetti per l’industria e il sociale, tra facciate e interni di scuole, carceri e spazi pubblici outdoor, è reduce da una telefonata con una cliente “disperata”: “La signora ha riverniciato il salotto del colore di un interno pubblicato da un influencer su Instagram, ma il salotto grigio antracite è risultato spento e lugubre e l’illuminazione artificiale insufficiente. Sono tempi strani, questi: da un lato, la tecnologia influenza profondamente la nostra cultura sollecitando nuovi approcci al colore, dall’altro ci sta conducendo verso un appiattimento inesorabile dell’immaginario collettivo, soprattutto quando questa riscoperta del colore è finalizzata al controllo delle azioni dei singoli per scopi commerciali”.

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Ananas Policromo, terracotta dipinta, scultura in terracotta rossa interamente realizzata e dipinta a mano, senza l’uso del tornio in collaborazione con Paolo Cassarà, 2014

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Fino al 20 ottobre, Caiazzo è protagonista con Policromia, la retrospettiva a lui dedicata, della design week di Santo Domingo. Una mostra su trent’anni di carriera con un omaggio ad Alessandro Mendini, l’installazione Nebbia a Santo Domingo e una conferenza sui colori dello stile italiano nella storia. L’occhio di Caiazzo è perfetto per leggere le contraddizioni di un’epoca che da un lato ha segnato la fine del minimalismo e dall’altro riscopre il colore senza i giusti riferimenti scientifici. “Sì, il colore è scienza”, dice.

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Policromia 2, 1999, interpretazione policroma di uno dei simboli della civiltà del mediterraneo, incontro ideale delle tre culture: Cristiana, Mussulmana ed Ebrea.

Quando e come è entrato il colore nella vita di Massimo Caiazzo?

“Sin da bambino, il colore mi ha permesso di unire gioco, studio e lavoro. Ricordo che la mia prima tavolozza era fatta con le automobiline che Don Vittorio il carrozziere pazientemente riverniciava per me, nella sua bottega di piazza Bellini a Napoli, e che io mettevo l’una vicino all’altra in combinazioni di colori sempre diverse. Un altro momento cruciale è stato quando aiutavo mio padre ad allestire il presepe. Dovevo stare sempre attento ad accostare i pastori in modo che risaltassero e che vi fossero bei rapporti estetici. La policromia mi ha sempre affascinato: non un sola tonalità ma tutte insieme. Poi al liceo, un giorno, il professore di filosofia ci parlò di Goethe e della sua teoria dei colori. Ne fui così colpito che da quel momento decisi di approfondire l’argomento. In quel periodo, studiare colore era a dir poco pionieristico e per questo la voglia di imparare cresceva in me sempre di più. Iniziai un percorso da autodidatta che nel 1986 mi portò a Milano per studiare design all’Istituto Europeo. Ebbi così la possibilità di seguire le lezioni di teoria del colore tenute da Maurizio Barberis che era stato allievo di Narciso Silvestrini. Poi, nel 1990 l’incontro con Alessandro Mendini, che mi accolse in un’atmosfera policroma, conquistandomi immediatamente. Fu l’inizio di una collaborazione proficua e ispirata con l’Atelier Mendini durata ben sedici anni, durante i quali ho potuto applicare in diversi campi tutto quello che stavo imparando, dedicandomi anche ad approfondimenti sul colore dal punto di vista semantico e come elemento ordinativo”.

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Body Painting, copertina della rivista “Olis: l’agenda del naturale/Idee per una nuova era”.

Proprio il 1990 è anche l’anno del Carciofo cromatico, un’opera che sembra realizzata oggi e sarebbe perfetta per i social. All’epoca fu qualcosa di spiazzante.

“Il Carciofo cromatico nasce da un sogno nel quale in una caldissima notte dell’agosto del 1990 mi vidi con le mani piene di pigmenti densi e brillanti, mentre coloravo le piante di un bellissimo giardino. Al risveglio, fissai su carta una sorta di tavolozza cromatica scandita con un ritmo ispirato al mandala. Partendo da una macchia verde al centro del foglio, i colori acquisivano una vivacità sempre maggiore componendo una policromia armonica e vibrante”.

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Trans Carciofo cromatico, 1990. Partendo da una macchia verde al centro del foglio, i colori acquisivano una vivacità sempre maggiore componendo una policromia armonica e cangiante, contaminazione tra natura e artificio.

Qualcosa di sospeso tra natura e artificio, o no?

“Esattamente, l’idea era di generare un mondo curioso e ironico, al confine tra sogno e realtà. Forse per questo sembra fatto apposta per i social dove il crescente interesse per l’argomento colore è una diretta conseguenza della sistematica negazione del colore che ha dominato la nostra cultura recente”.

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Carciofo Pants

Trovi progetti color based interessanti, sui social?

“Ce ne sono, ma la maggior parte considera ancora il colore come semplice decorazione o, peggio, come elemento di tendenza. La voglia di colore non supportata da una adeguata cultura del colore si traduce così in contesti con troppi colori e di conseguenza iperstimolanti o all’opposto monocromi e quindi ipostimolanti”.

Che cosa ha rappresentato lavorare sedici anni al fianco di Mendini?

“Mia madre dice che nella vita la fortuna si manifesta sotto forma di incontri, e io posso ritenermi davvero fortunato. Ho conosciuto Sandro quando ero ancora studente e lui un designer artista affermato, e da allora ci ha legato un’amicizia sincera. Alessandro Mendini è semplicemente la dimostrazione di come l’umanità della persona e la genialità dell’artista possano convivere armoniosamente nella policromia. Era la relazione che si stabilisce tra i cromatismi ad affascinarlo. Accostamenti insoliti, talvolta azzardati ma sempre originali, che lo hanno reso immune persino dall’ingiustificato rigore monocromo degli ultimi anni. La sua tavolozza ha la potenza e l’armonia di un’orchestra: i colori vibrano, sorprendono, si materializzano su oggetti e architetture poetiche che a volte ci spiazzano e magari vengono comprese solo dopo anni. La Poltrona di Proust nelle sue infinite variazioni è il manifesto della sua sensibilità cromatica, colta e al tempo stesso immediata, amata soprattutto dai più piccoli che riescono, forse meglio dei grandi, a coglierne la purezza. Quello di Sandro è stato un insegnamento prezioso: un progettista ha il dovere di offrire il proprio contributo alla cosmesi universale anche con un cavatappi colorato, perché la bellezza può migliorare la vita quotidiana delle persone”.

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Reinterpretazione digitale della texture di Proust di Alessandro Mendini
1995, Milano

Discutevate?

“Sì, ma in maniera appassionata e divertente. Mi ha insegnato che quando si scelgono i colori si possono rompere le regole, ma solo se le si conosce profondamente. Alessandro mi ha fatto scoprire un’attitudine di immenso valore: la capacità di dare agli oggetti una nuova identità attraverso il colore. Per un video registrato alla Triennale di Milano disse: ‘Io avevo Massimo proprio perché avevo bisogno di uno che si intendesse di colore, io non mi intendo di colore, lo uso d’istinto, non lo uso con coscienza, invece ci sono I color consultant che se intendono, Massimo è uno di quelli’”.

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Swatch, Massimo Caiazzo

Quando hai capito che il colore sarebbe diventato il tuo destino progettuale?

“La svolta è arrivata nel 1996, leggendo Color, environment and human response di Frank Mahnke, il grande progettista ambientale. Il colore in quel momento è diventato per me qualcosa legato non più soltanto al gusto, ma un elemento determinante per le reazioni umane, dal punto di vista fisiologico e psicologico. Scrissi a Mahnke e lo conobbi tre anni dopo durante due corsi: un’esperienza illuminante. A impressionarmi fu soprattutto la passione con la quale sia Mahnke sia Edda Mally parlavano di colore come argomento interdisciplinare. Nel 2008, per i 50 anni di IACC, l’associazione dei progettisti e consulenti del colore, trascorsi insieme a Frank una settimana indimenticabile e, tornato in Italia, divenni vicepresidente di IACC International e fondai la IACC Academy a Milano. Così, prima con il supporto della Naba, poi del Politecnico di Milano, della Scuola Politecnica di Design e oggi in collaborazione con la Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri nata nel 1838, la Siam, che ci hanno messo a disposizione le loro sedi, con IACC Italia abbiamo completato il quarto ciclo formativo e realizzato diversi progetti innovativi di riqualificazione cromatica per strutture pubbliche. La nostra associazione è citata tra le quattro migliori scuole di colore al mondo dalla Fondazione Munsell, prestigiosa istituzione ispirata da Alfred Munsell”.

“Mendini mi ha insegnato che quando si scelgono i colori si possono rompere le regole, ma solo se le si conosce profondamente. Alessandro mi ha fatto scoprire un’attitudine di immenso valore: la capacità di dare agli oggetti una nuova identità attraverso il colore”

Biancaneve, 2001, Bologna. pezzo unico e simbolo di pace con una profonda memoria cromatica, riassume in sé tutti i colori richiamandosi al gusto della miniatura settecentesca.

Che rapporto ha Massimo Caiazzo con il mondo virtuale, in particolare con il bombardamento di immagini che ci arriva ogni giorno dal web e dai social?

“Mi affascina e mi terrorizza allo stesso tempo. Da un lato ci offre nuove opportunità, dall’altro ci sta conducendo verso un inesorabile appiattimento dell’immaginario collettivo, soprattutto quando è finalizzato al controllo delle azioni dei singoli per scopi commerciali. In generale prevale una certa superficialità che veicola informazioni fuorvianti seminando confusione con conseguenze imbarazzanti tra coloro che prendono a modello i trend più popolari sul web. E così succede quello che è successo alla signora che mi ha chiamato disperata dopo avere comprato il colore suggerito dall’influencer”.

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Nautilus House di Javier Senosian, Città del Messico

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Nautilus House, interni

Esiste un’estetica digitale che sta condizionando anche i progettisti a forzare stili e linguaggi o il digitale è un’opportunità che stiamo sfruttando bene?

“Più che di una nuova estetica digitale parlerei di un’azione cosmetica dove il colore può essere considerato una sorta di make-up del quotidiano, come in un salone di bellezza. Lo sviluppo tecnologico ha influenzato profondamente la nostra cultura sollecitando nuovi approcci al colore. La nostra epoca ci offre possibilità prima inimmaginabili: si sta affermando un nuovo senso del colore e quindi una sua nuova percezione. Nell’era digitale, il mondo virtuale ci mette a disposizione svariati milioni di colori anche se non è stato dimostrato che il nostro occhio riesca a visualizzarli. Ci troviamo di fronte a una moltiplicazione vertiginosa e rapidissima degli stimoli cromatici artificiali che pone grandi interrogativi sulle potenzialità e sui limiti della mente umana. Si sta affermando un nuovo senso del colore e quindi una sua nuova percezione. Viviamo un’epoca in cui gli stimoli cromatici sono aumentati in modo esponenziale e non solo in ambito digitale”.

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Emmanuelle Moureaux Sugamo Shinkin Bank a Tokyo

“Nell’era digitale, il mondo virtuale ci mette a disposizione svariati milioni di colori anche se non è stato dimostrato che il nostro occhio riesca a visualizzarli”

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Emmanuelle Moureaux Sugamo Shinkin Bank a Tokyo

Cambia anche il gusto dei committenti, abituati a misurarsi con palette che smartphone e tablet ci mettono sotto gli occhi ogni giorno?

“Goethe sottolineava come l’osservazione della natura abbia da sempre fornito gli inesauribili archetipi del colore. Oggi, grazie all’impiego delle nanotecnologie siamo in grado di replicare la pigmentazione della corazza di alcuni coleotteri e ottenere tinte cangianti che cambiano a seconda della qualità e della potenza della luce. L’influenza esercitata dalla componente cromatica nelle scelte dei consumatori è diventata profonda e talvolta ne viene fatto un uso coercitivo, come espediente e strumento di persuasione subliminale. Sempre più spesso il colore rappresenta l’unico elemento caratterizzante di un prodotto, diventando un vero e proprio strumento di persuasione che, approfittando del panorama cromatico caotico elude la nostra consapevolezza. Quando si parla di reazioni umane al colore, infatti, non bisogna dimenticare che tutto ciò che è psicologico è sempre, prima ancora, fisiologico e quindi il colore non induce solo associazioni di stati d’animo e di impressioni sia soggettive che oggettive, ma influenza anche la nostra idea di volume, di peso, tempo e rumore. Nell’esperienza del colore, tutte le informazioni confluiscono in una percezione unitaria dove esperienza e istinto si fondono, un fattore determinante che amplifica e aumenta in maniera sostanziale le probabilità di successo di un progetto. Quando si parla di reazioni umane al colore, non bisogna dimenticare che tutto ciò che è psicologico è sempre e, prima ancora, fisiologico”.

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Ellsworth Kelly, Chapel a Austin, Texas

“Sempre più spesso il colore rappresenta l’unico elemento caratterizzante di un prodotto, diventando un vero e proprio strumento di persuasione che, approfittando del panorama cromatico caotico elude la nostra consapevolezza”

Architettura e design: chi e dove sta riscoprendo in maniera appropriata il colore?

“Finalmente il colore è tornato. Innanzitutto come forma di revival ispirato per esempio a Luis Barragan, Verner Panton, Joe Colombo, Ettore Sottsass, lo stesso Mendini. Proposte con toni vivaci e in generale ambienti policromi, talvolta decisamente carichi, cromie molto sature e dai contrasti decisi, come nelle architetture di Bureau de Change, o Nadaa. E poi le architetture dalle forme essenziali di Pedro Domingos, di Dominique Coulon, dello studio Steimberg e Legorreta, di Waechter Architecture e di Gang Studios che evidenziano i volumi con colori psichedelici come il rosa ciclamino l’indaco, il pervinca e il viola. Si fa avanti anche un nuovo approccio al colore che diviene atmosfera luminosa e genera opere spettacolari che giocano con la luce come nel caso della Cappella di Ellsworh Kelly ad Austin, la casa Nautilus di Javier Senosian e la banca Sugamo Shinkin di Emmanuelle Moureaux.

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Piscina a Parigi di Dominique Coulon

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Buhl Nursery di Dominique Coulon

E nel design?

“L’interesse rinnovato per il colore è dovuto anche al fatto che, come è stato dimostrato, l’influenza esercitata dalla componente cromatica nelle scelte dei consumatori è profonda. Il colore esprime le componenti filosofiche, psicologiche e sociologiche di un prodotto grazie alla sua vocazione a suscitare sensazioni percettive che coinvolgono i cinque sensi. Penso a Jaime Hayon, che fa un uso del colore coinvolgente e ironico. A Bethan Laura Wood, che propone un universo cromatico multietnico e divertente. I fratelli Campana invece giocano con i colori che scaturiscono dalle favelas grazie a una nuova sensibilità ecologica che fa uso di materiali riciclati. Ecco, qui il colore non è soltanto decoro: è progetto”.