C'è un master dove si insegna a progettare le relazioni - CTD
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Paolo Casicci

16 ottobre 2019

C’è un master dove si insegna a progettare le relazioni

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Si chiama Relational Design, si svolge in giro per l’Europa da un’idea di IdLab e Abadir Academy. Alla sesta edizione, è una finestra sul mondo dei nuovi professionisti, trasversali e multitasking

Tra le certezze del design, e del mondo del lavoro in genere, c’è che nessun progetto, neanche il più elementare, può nascere in solitaria. Abbiamo tutti bisogno di relazioni da stringere. Il punto è se quelle stesse relazioni che dobbiamo imparare a costruire, si possano anche insegnare.

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Un sì convinto arriva da IdLab e Abadir, lo studio di progettazione e consulenza milanese e l’accademia di design e arti visive di Catania che, insieme, danno vita a un master con un nome che è tutto un programma. Relational Design, arrivato alla sesta edizione, è un po’ lo specchio di una società fluida in cui professioni, arti e mestieri si mischiano in profili trasversali e dalle competenze sempre più varie. E in cui, accanto ai contenuti, prende sempre più quota il valore dell’esperienza, del come oltre che del cosa.

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Stefano Mirti, cofondatore di IdLab e direttore del master insieme a Lucia Giuliano, direttrice di Abadir

Relational Design è un master di primo livello dove gli studenti alternano pacchetti di ore di apprendimento online a esperienze all’estero tra la Sicilia e Milano, Barcelona, Roma e Matera, Rotterdam e Bologna, sviluppando progetti in cui il valore, oltre a quello dei contenuti, è dato proprio dall’esperienza delle relazioni maturate in team che cambiano insieme ai brief progettuali.

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Dunque si può insegnare a progettare le relazioni? “Sì” risponde Aurora Rapalino, ceo di IdLab e coordinatore del master diretto da Lucia Giuliano, guida di Abadir, e Stefano Mirti, cofondatore dello studio milanese: “Il format è implicitamente costruito per far capire l’importanza delle relazioni – da qui il nome – Una volta al mese gli studenti si incontrano in una città europea sempre diversa, vivono e lavorano insieme. Si organizzano in maniera completamente autonoma con il docente responsabile del corso. Spesso, a fine giornata si finisce a bere o a mangiare tutti insieme. Sono momenti importanti in cui si costruisce il valore delle relazioni. Gli studenti sono esposti a situazioni/persone/contesti ogni volta molto diversi. All’inizio è destabilizzante, poi diventano molto curiosi di scoprire cosa succederà nel modulo successivo. L’approccio cambia ovviamente a seconda del docente e del brief. Lo studente è costretto a confrontarsi con modelli agli opposti, professionalità diverse, online e offline”.

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Brief diversi si sviluppano tra Rotterdam e Barcelona, Roma e Milano. Nel frattempo si impara a relazionarsi e a sviluppare network e community. Un’offerta didattica molto contemporanea dove non a caso, accanto al cosa si insegna, conta moltissimo il come

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La sfida è proprio qui: costruire una community e allo stesso tempo riconoscere quando è il momento di uscirne per entrare in contatto con un’altra, rielaborando continuamente i confini delle proprie comfort zone. Al master hanno insegnato dal 2013 personalità di primo piano nel mondo del design come John Thackara, oltre allo stesso Mirti, di cui è nota la capacità di sviluppare reti relazionali, modelli poi mutuati in progetti culturali, mostre, happening. Gli studenti da allora si trovano a sviluppare progetti reali, definiti con le aziende partner, e a farlo in tempi brevi, come nella vita di tutti i giorni. Tra i progetti sviluppati ci sono il Festival di Internazionale a Ferrara di cui il master ha curato la digital strategy, la costruzione di un podcast e i contenuti per Snapchat.

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La parte propriamente relazionale del master si sviluppa in diverse città in tutta Europa. Prima di misurarsi col lavoro in team, gli studenti si applicano con lezioni online su modelli nati nel 2012, piattaforme con le quali IdLab lavora da anni svolgendo quasi un ruolo di pioniere. “Era il periodo dei MOOC, Massive Open Online Course, letteralmente i corsi online aperti su larga scala, pensati per una formazione a distanza che coinvolgesse un numero elevato di utenti. Da quelle esperienze è nato Design 101, il progetto che, nel suo evolversi, ha portato alla nascita di Relational Design” spiega Rapalino. “Design 101 è anche stata l’unica proposta italiana selezionata al concorso MOOC Production Fellowship 2013 indetto da Iversity e dalla prestigiosa Stifterverband fuer die Deutsche Wissenschaft, e ancora uno dei primi esperimenti internazionali dedicati al design tra i new e i social media con più di quarantamila studenti”, che sono già un bacino incredibile per studiare come strutturare relazioni partendo dal virtuale.

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Graduation Day del master in Relational Design, 11 ottobre ad Abadir Academy, Catania. Al centro, Aurora Rapalino, Ceo di IdLab e coordinatrice del master 

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Il presupposto didattico di Design 101 era che i modelli educativi tradizionali, basati sulla “deduzione”, fossero obsoleti, e che nel mondo contemporaneo, composto da un’infinità di frammenti non organizzati e in cui il web e i social monopolizzano la maggior parte del nostro tempo, possiamo osservare un forte spostamento cognitivo negli studenti. Dalle menti che ragionano sulla deduzione, siamo passati all’induzione. Un navigare in mare aperto dove i riferimenti sono orizzontali e ognuno deve imparare a trovare la propria boa sotto forma di relazioni, contatti, reti.

Chi sono gli studenti di Relational design? “Non li definirei tanto designer, ma progettisti” spiega Rapalino. “Chi si iscrive a questo master è di base consapevole che il mercato del lavoro non è più quello di dieci anni fa. Mediamente hanno tutti un forte spirito imprenditoriale e capacità di adattamento. Dopo il master diversi studenti hanno aperto studi o lavorano a progetti indipendenti. Altri si sono collocati in realtà nazionali dinamiche o di respiro internazionale. Quando abbiamo iniziato, nel 2013, una delle domande più frequenti era: in cosa mi specializzo? Cosa vuol dire design delle relazioni? Oggi non è più così. Quello che un tempo sembrava essere penalizzante – la multidisciplinarietà – diventa ormai un valore aggiunto. Idealmente i nostri studenti diventano quei professionisti in grado di mettere in collegamento e comunicare con nodi della rete fra loro distanti. Professionisti in grado di comprendere le pratiche tradizionali e innestare su di esse le nuove frontiere del digitale. Oggi c’è molta più consapevolezza su questo”.

Foto di Roberta Nanfitò