Matteo Di Ciommo, il senso del design in 99 portacandele | CTD
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5 marzo 2018

Matteo Di Ciommo, il senso del design in 99 portacandele

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Una collezione realizzata a mano per interrogarsi sulla cultura del progetto

 

di Roberto Clever

 

Dici design e pensi a quella dialettica di forma e funzione alla base degli oggetti che ci circondano. È il design industriale: sedie, tavoli, tecnologia, abiti, supporti per mangiare, bere e dormire. E poi ancora sedie, tavoli, piatti, mobili per dormire, macchine per spostarsi.

Ma c’è anche un design con aspirazioni diverse come diversi sono i territori che esplora. Il suo approdo naturale non sono gli showroom, ma le gallerie. E l’arte il suo orizzonte, seppure filtrato con la lente del design. A questo mondo appartiene Matteo di Ciommo, creativo romano classe 1987 che, forte dell’esperienza nel laboratorio modelli di Michele De Lucchi in cui lavora da cinque anni e di cui è responsabile da due, interpreta una poetica personale che lo colloca tra il ready made e la design art.

L’ultimo lavoro di Di Ciommo è Vivere per sopravvivere, 99 esercizi per tenere una candela, una collezione di portacandele che interroga sul senso del progetto. Riassumendo con le parole di Di Ciommo, è un invito a “tornare alla quotidianità della vita, alle sue piccole necessità, alla sua modesta richiesta di attenzione”. Solo dopo, “forse, parleremo di progetto”. In Vivere per sopravvivere, una serie di candele sono sorrette dai supporti più disparati, gli ultimi (o i primi?) ai quali penseremmo per reggere questo oggetto. Dalla collezione vien fuori che anche una scala, una pipa, una vite, praticamente qualsiasi cosa, possono assolvere a questo scopo. “Il portacandele è un oggetto con una funzione molto semplice. Tutto potrebbe prestarsi ad essere un portacandele, è troppo facile diventarlo. Anche senza un progetto le cose prendono forma e funzione ugualmente. Nonostante l’immediatezza del costruire, il venire a compimento dell’oggetto per ‘funzionalità raggiunta’, penso che un progetto, seppur modesto, ci sia sempre quando taglio il legno o piego il tubo o riuso qualcosa. Mi sono accorto che la sincerità dei momenti è un esempio di eleganza e che l’onestà e dignità di essere ciò che si è sono una forma di bellezza. Con questa mia modesta ricerca ho cercato solamente di capire qualcosa di più riguardo alla professione di designer e mi è servito moltissimo perché adesso ho ancora più dubbi. L’unica cosa che ho chiarito è che vivere è il più bel progetto che stia realizzando, senza saperlo”.

Di Ciommo ha studiato design industriale tra La Sapienza di Roma e il Politecnico di Milano. “Volevo lavorare con le mani, l’incontro con Francesco Faccin mi ha permesso di farlo e di collaborare con lo studio di De Lucchi”.

Se nell’ispirazione di Di Ciommo giocano un ruolo importante, oltre a De Lucchi, Enzo Mari, Mario Trimarchi e Ugo La Pietra, dall’altro lato al designer non interessa coltivare il funzionalismo: “Non passo le mie giornate a interrogarmi su un modo nuovo di saldare l’acciaio. More poetry, less chairs è il mio motto. Il design è già pieno di sedie, a me interessa l’aura magica delle cose”. E ancora: “Torniamo alla quotidianità della vita, alle sue piccole necessità, alla sua modesta richiesta di attenzione e poi forse, parleremo di progetto”

Da qui l’idea di associare alle immagini delle sue collezioni testi con cui sviluppare uno storytelling. Parole semplici, brevi riflessioni lineari che indagano il quotidiano come questa sugli alberi che accompagna una collezione di oggetti in legno ispirati alle forme della natura:

“Di alberi ce ne sono tantissimi e sono tutti diversi. Tante cose ci ricordano un albero perché è impossibile non ricordarsi di lui, senza gli alberi non saremmo mai del tutto noi stessi; sarebbe impossibile stare senza di loro”.

O questi altri su una collezione di specchi:

“Mi piace l’idea di rompere lo specchio e renderlo trasparente. Uno specchio che non riflette esattamente è uno specchio meno sicuro, incerto, eppure altrettanto onesto, finestra sulla nostra imperfezione. Il mancato riflesso, il dubbio che quello specchio non rifletta ma ritragga ciò che realmente siamo; una costellazione indecifrabile di frammenti”.

Oppure, ancora, questo testo che accompagna il lavoro Grate dimenticate:

“Le grate che calpestiamo per strada sono delle piccole camere delle meraviglie.
Sono una commistione di vita e caso che si tessono assieme, come due trefoli che si annodano in maniera indistricabile e gli oggetti lasciati o perduti si accatastano in modo inoppugnabile. La grata diventa teca che custodisce”.

Un lavoro concettuale che parte dal design, lo supera ma in qualche modo al design e ai progettisti mira a parlare.