Il designer che alle sedie preferisce i paesaggi - CTD
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Matteo Di Ciommo

25 giugno 2019

Matteo Di Ciommo, il designer che alle sedie preferisce i paesaggi

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Il racconto del creativo: “Progettare sedute è la prova del nove di un designer. Ma a me non è mai interessato”

Che cosa succede se un designer atipico rifiuta di misurarsi con la funzione e si concentra unicamente sulla forma? Matteo Di Ciommo ha progettato una collezione di sedie-paesaggio. Si tratta di sedute in legno realizzate artigianalmente per rappresentare in modo originale una riflessione sul design oltre il senso che normalmente gli attribuiamo.

Quale designer non vorrebbe progettare una sedia? La sedia per un designer è l’esperimento di progettazione per eccellenza, la prova del nove, quasi un esame da superare per essere effettivamente un “designer”, come per un pittore rinascimentale sarebbe stato dipingere una Pietà.

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Sedia paesaggio di Matteo Di Ciommo. Foto di Manuele Blardone

La sedia rappresenta uno spunto funzionale che, come tutte le le funzioni, spalanca un abisso di potenzialità pressoché infinito. E un po’ come nelle grandi opere liriche, il libretto e la musica sono sempre quelli, anche se diverso è tutto ciò che ruota attorno, dall’orchestra ai costumi fino alla scenografia e al regista.

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Eppure a me la sedia non m’ispira proprio come sfida progettuale. Con questo non voglio minimamente svilire chi ama cimentarsi con le sedie, né dire che non mi piacciano. Anzi, nella mia pur piccola casa ho una modestissima collezione di sedie che mi piacciono tanto: una Pelle e ossa di Francesco Faccin, una Frida di Odoardo Fioravanti, una Thonet (di cui ahimè ignoro il modello), una Kartell modello 4875 di Carlo Bartoli, due chiavarine centenarie, una sedia del ‘700 di manifattura francese, due paesane classiche, una Regency di Plinio il Giovane e ancora qualche altra.

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Insomma, a me la sedia piace e capisco perfettamente perché un designer si cimenti nello scalarla applicandosi ai suoi infinitesimi dettagli. Solo che a me proprio non m’interessa progettarle. Ho invece costruito modelli di sedie che non sono sedie a tutti gli effetti ma sono dei paesaggi.

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Per me il progetto deve avere anche cura di quel sentore metafisico che si avverte di fronte a un paesaggio (lungi da me affermare qualcosa di romantico). Mentre la forma fortunatamente non sappiamo con esattezza cosa sia, sappiamo purtroppo dannatamente bene cosa sia la funzione, alle volte asfittica e miope e talvolta alla fine neanche troppo utile.

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Può darsi invece che sia molto ma molto più utile osservare un bel paesaggio che perdere la vista per studiare un incastrino minimo. Io non so se il progetto debba funzionare o essere utile, certo è che la prima caratteristica può escludere la seconda mentre penso che la seconda inglobi con naturalezza la prima.

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Mi auguro che la funzione sia solo un pretesto, soggetto e non contenuto. Pensate che bello se le sedie ci chiedessero di essere profonde come ombre, ovvero di diventare paesaggi inafferrabili. Chissà se la funzione legittimi il senso di una cosa e non di un oggetto.

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Ecco perché mi sono messo a fare delle sedie-paesaggio, per cercare quello spazio liminale dove la funzione non giustifichi la forma, dove l’immaginazione abbia spazio per poter pensare anche confusamente a un qualcosa che non si sa bene né dove stia né che cosa sia, ma che ci fa umanamente e intellettualmente bene pensare e cercare.

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Fermarsi alla funzione sarebbe come per un uomo fermarsi ai suoi bisogni fisiologici quotidiani per dire di vivere, ma non è così! L’uomo ogni giorno lavora, ama, soffre, esprime, giudica, insomma vive. E sebbene questo termine non descriva ogni sua azione nel dettaglio, ci lascia comunque un’idea di cosa possa significare. L’oggetto fa lo stesso, ogni oggetto può essere una cosa, un coacervo raggrumato di molteplici significati.

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Ecco perché ho indagato le sedie come fossero paesaggi. Quello che mi ha ispirato non è stata una funzione, né un bisogno produttivo, ma questa piccola e mastodontica poesia di Cesare Viviani.

“Bere i paesaggi, quando tutti dicono
di confrontarsi con il reale, bere
senza smettere i paesaggi, sentire
che sempre non c’è stato altro che questa
dimensione ultima,
indimostrabile,
inconfutabile”.

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Ecco, forse il design dovrebbe cercare proprio questo.

Foto di Manuele Blardone

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