Portare l'esterno negli interni, la vera sfida del design nell'Antropocene - CTD
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Maurizio Corrado

29 Aprile 2021

Stiamo diventando cacciatori mobili, per questo il design ci servirà più dell’architettura

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I designer, più degli architetti, sono la chiave di volta per partire dalle nostre necessità biologiche: i nostri corpi sono fatti per stare fuori e in movimento

Il mondo dell’architettura e il sistema design dovranno affrontare presto una cosa essenziale: i cambiamenti maturati nell’Antropocene non riguardano solo paesaggi naturali e città. Letteralmente tutto sta cambiando: l’economia, come pensare e fare cultura, la visione stessa del mondo e del posto dell’uomo nel cosmo. Il progettista deve necessariamente essere un visionario, ha il compito professionale di immaginare il futuro, immaginare è progettare. L’avvento dell’immaginario dell’Antropocene ha trasformato il tempo e reso di colpo obsolete tutte le regole e gli scenari che abbiamo usato finora. Presto o tardi anche i sonnolenti mondi del design e dell’architettura dovranno prenderne atto. Solo dall’inizio del nuovo secolo hanno accettato la necessità di avvicinarsi a una progettazione che tenga conto di quello che viene chiamato l’impatto sull’ambiente, e naturalmente lo interpretano a modo loro, cambiando le parole, i colori dei prodotti e soprattutto la comunicazione, come è normale che sia in sottoinsiemi del sistema industriale quali sono. Molti analisti indicano proprio nei metodi neoliberisti dell’industria i principali artefici dei cambiamenti che stanno disintegrando la possibilità di continuare a esistere di noi umani ed è nell’ordine delle cose che un sistema non voglia compiere azioni che ne minaccino la stessa esistenza. Di chiunque sia la colpa, il limite di non ritorno è stato superato. A questo punto, che fare? Cosa deve fare il progetto ai tempi dell’Antropocene? 

Broken Natura, la mostra a cura di Paola Antonelli alla Triennale di Milano, 2019

Il tempo profondo

La considerazione dell’elemento tempo è il substrato da cui nasce ogni forma di considerazione ecologica. Tempo, durata e cura sono tre idee interconnesse e indivisibili che si sviluppano nell’idea di ritmo che sta alla base di ogni sistema vivente. La cultura delle organizzazioni umane mobili è fondata sul tempo, quella dei sedentari sullo spazio. Ora che l’agri-cultura che ha formato il nostro sistema di vita sta mostrando i suoi limiti, è all’immaginario del tempo che ci si rivolge. Tra le cose che comporta questo cambio di visione, assume importanza considerare la nostra storia di umani nella dimensione del tempo profondo. Si comincia a parlare di storia profonda, con l’idea che se è l’umanità il soggetto della storia, e noi Homo Sapiens siamo comparsi almeno 300 mila anni fa, allora il tempo che precede la diffusione dell’agricoltura, il Paleolitico, non solo ne fa parte integrante, ma ne costituisce quantitativamente, e probabilmente qualitativamente, la parte più importante.

La cultura delle organizzazioni umane mobili è fondata sul tempo, quella dei sedentari sullo spazio. Ora che l’agri-cultura che ha formato il nostro sistema di vita sta mostrando i suoi limiti, è all’immaginario del tempo che ci si rivolge 

Siamo chi eravamo

Nella prospettiva della storia profonda, risulta evidente come noi ci siamo formati per stare all’aperto e in movimento, rispetto alla vita di ognuno di noi, la parte in cui siamo stati sedentari è paragonabile agli ultimi cinque minuti. Noi siamo fatti per stare fuori e in movimento. Abbiamo un corpo paleolitico in un mondo antropocenico. 

Aki Inomata. Think Evolution #1, mostra Broken Nature

Costruire esterni

Per gran parte del nostro percorso evolutivo abbiamo abitato foreste, praterie e deserti. Dietro alla voglia di green possiamo vedere riaffiorare le basi stesse della nostra specie. Se è vero che siamo cresciuti all’aperto, è l’esterno l’ambiente che ci è più congeniale. Oggi diventa utile avere una più profonda consapevolezza del rapporto che abbiamo avuto con l’esterno e il mondo vegetale. La sfida è portare l’esterno negli interni. Partendo dalle nostre necessità biologiche, avendo un corpo fatto per stare fuori e in movimento, si può iniziare a lavorare sull’idea di costruire esterni. 

Dietro alla voglia di green possiamo vedere riaffiorare le basi stesse della nostra specie. Se è vero che siamo cresciuti all’aperto, è l’esterno l’ambiente che ci è più congeniale

La natura è inutilizzabile

Lavorando su questi temi, è necessaria una considerazione. I nostri concetti di naturale e innaturale sono solo apparentemente legati a verità di tipo biologico, in realtà sono molto più influenzati dalla teologia cristiana. Il significato teologico di naturale è di essere consonante con gli intenti di Dio che ha creato la natura. Nel corso del tempo i teologi cristiani hanno creato un sistema in cui c’è un Dio che ha creato il corpo umano in modo che ogni organo serva a un particolare scopo. Se usiamo i nostri organi e membra per gli scopi previsti da Dio, svolgiamo un’attività naturale, altrimenti è innaturale. In questo sistema la natura è una creazione di Dio, quindi buona, l’uomo invece, avendo disobbedito dall’inizio dei tempi, è peccatore e quindi responsabile del male. Come risultato, abbiamo da una parte la natura buona e dall’altra l’uomo cattivo. Questo è il desolante e insidioso substrato su cui proliferano la maggior parte delle ideologie ecologiste, naturiste, vegane e della decrescita. È una specie di virus invisibile e confortante che ha infettato profondamente ogni idea che riguarda la natura in Occidente, soprattutto quei sistemi che non si professano cattolici. Possiamo riconoscerlo molto facilmente, è ovunque si presenti la dicotomia natura buona / uomo cattivo. La parola natura è ormai inutilizzabile, talmente è infettata nel profondo.

I nostri concetti di naturale e innaturale sono solo apparentemente legati a verità di tipo biologico, in realtà sono molto più influenzati dalla teologia cristiana. Il significato teologico di naturale è di essere consonante con gli intenti di Dio che ha creato la natura

Reliquaries, Armando Bruno e Paola Bay, Broken Nature

Tempo di muoversi

Stiamo abbandonando il modello sedentario, acquisito dopo il 10.000 a.C. per riavvicinarci a quello mobile che abbiamo avuto per i millenni precedenti. Gli strumenti elettronici sono perfettamente in linea con quelli della mobilità antica: piccoli, leggeri, polifunzionali. La nuova percezione del mondo è quella del cacciatore mobile. È necessario considerare l’abitare in un’ottica di movimento, non più fissa. Ora che il ciclo dell’agri-cultura è giunto a una svolta, anche l’architettura che ne è derivata sembra destinata a svanire. Il cacciatore non ha città, ha territori. Non risiede, cammina, si muove, si sposta. Non ha una casa, ha un’attrezzatura. Porta con sé una serie di oggetti piccoli, leggeri, polifunzionali.

Il tempo dell’architettura è finito. Ora è il tempo del design. 

È tempo di muoversi. 

In apertura, foto tratta dal documentario Antropocene, l’epoca umana, di Nicholas de Pencier, Jennifer Baichwal e Edward Burtynsky.

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